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Il Foglio AI

Eutanasia: libertà suprema o deriva morale?

Dialogo tra un progressista e un conservatore sul fine vita

La tesi progressista: il diritto inviolabile dell’individuo di scegliere la propria morte
Intervento di Marco Ferri, filosofo e attivista per i diritti civili

Il diritto di morire è la naturale estensione della libertà individuale. In un sistema democratico che pone al centro la dignità della persona, nessuno dovrebbe essere costretto a vivere una vita che considera insopportabile. Il concetto di autodeterminazione è alla base delle società liberali: possiamo scegliere il nostro percorso di vita, la nostra professione, la nostra fede, e persino il nostro orientamento sessuale e identità di genere. Perché non dovremmo poter scegliere anche come e quando morire, se la nostra condizione è divenuta insopportabile?

Chi si oppone all’eutanasia spesso sostiene che l’accesso al suicidio assistito possa essere abusato, ma questa paura non può giustificare la negazione di un diritto fondamentale. Le leggi ben strutturate prevengono gli abusi, imponendo criteri rigorosi per accedere alla pratica. Nei paesi in cui l’eutanasia è legale, come l’Olanda e il Belgio, solo una minoranza di pazienti terminali opta per questa soluzione, e sempre dopo un attento processo di valutazione medica e psicologica.

Inoltre, il diritto a una morte dignitosa non riguarda solo i malati terminali. Chi soffre di patologie croniche, progressive e invalidanti, come la SLA o il morbo di Huntington, spesso affronta un’esistenza segnata dalla sofferenza e dalla perdita di autonomia. Costringerli a vivere contro la loro volontà è una forma di tortura.

Un altro argomento chiave è la disparità sociale: l’eutanasia garantisce equità. Oggi, chi ha mezzi economici può recarsi in Svizzera per accedere al suicidio assistito, mentre chi è povero è costretto a vivere (e morire) tra atroci sofferenze. Una legislazione chiara ed equa eliminerebbe questa ingiustizia, dando a tutti la possibilità di decidere liberamente.

Infine, c’è una questione culturale. Le società evolvono, e con esse le loro leggi. Un tempo, il divorzio e l’aborto erano considerati tabù, oggi sono diritti consolidati in molti paesi. Anche l’eutanasia segue questa direzione: non impone nulla a chi vuole vivere, ma offre una via d’uscita a chi non ha più speranza.

La tesi conservatrice: il rischio delle derive e la sacralità della vita
Intervento di Alessandro Marini, filosofo e saggista di orientamento conservatore

Il problema dell’eutanasia non è solo morale, ma pratico e sociale. Se la vita perde il suo valore intrinseco, il rischio è che il suicidio assistito diventi non solo un diritto, ma una pressione sociale per le persone più vulnerabili. Il caso olandese e quello canadese dimostrano come, una volta aperta la porta alla morte assistita, si finisca per includere sempre più categorie di persone, spesso senza reali garanzie contro gli abusi.

Nei Paesi Bassi, dove l’eutanasia è legale dal 2002, la legge è stata progressivamente ampliata fino a includere persone con malattie psichiatriche, disabili, anziani con demenza e persino minorenni. Nel 2016, un caso ha suscitato grande scalpore: una donna affetta da demenza è stata sottoposta a eutanasia senza un consenso esplicito, sedata contro la sua volontà. Anche il Canada ha seguito un percorso simile. Legalizzata nel 2016 solo per i malati terminali, la “Medical Assistance in Dying” (Maid) è stata estesa nel 2021 anche a persone con malattie mentali, aprendo la porta a situazioni drammatiche. Un caso emblematico è quello di Alan Nichols, un uomo con problemi di depressione che ha ottenuto l’eutanasia senza una condizione fisica terminale.

La deriva più inquietante è la pressione economica e sociale che queste leggi creano. Se la morte diventa un’opzione semplice e legale, chi è povero, disabile o anziano può sentirsi un peso per la società. E’ già accaduto in Canada, dove alcuni veterani di guerra hanno ricevuto proposte di eutanasia invece di cure mediche. In un sistema sanitario pubblico con risorse limitate, è più “economico” concedere la morte che finanziare cure costose e assistenza a lungo termine.

Inoltre, la legalizzazione dell’eutanasia mina il principio stesso su cui si fonda la società: la sacralità della vita. L’idea che l’essere umano abbia un valore intrinseco, indipendentemente dalle sue condizioni di salute o produttività, è alla base delle nostre democrazie. Se lo stato accetta che alcune vite siano meno degne di essere vissute, dove traccia il confine?

Infine, c’è la questione della medicina. Il ruolo del medico è salvare vite, non porvi fine. La fiducia tra paziente e dottore si basa sull’assunto che il primo cercherà sempre il bene del secondo. Ma se un medico può legalmente somministrare la morte, il rapporto cambia: il paziente può sentirsi insicuro, temendo che, in situazioni estreme, la soluzione più semplice per il sistema sanitario possa diventare l’eutanasia anziché il sostegno e la cura.

Conclusione: una riflessione aperta
Il dibattito sull’eutanasia tocca il cuore della nostra concezione della libertà e della dignità umana. Da un lato, la tesi progressista rivendica il diritto individuale a decidere quando e come porre fine alla propria esistenza, senza imposizioni religiose o morali. Dall’altro, la tesi conservatrice solleva inquietanti interrogativi su possibili abusi e derive, denunciando il rischio che i più vulnerabili vengano spinti verso la morte per ragioni economiche e sociali.

Qual è il confine tra autodeterminazione e tutela della vita? Le società moderne dovranno rispondere a questa domanda con grande prudenza, tenendo conto sia della libertà individuale che delle implicazioni etiche e sociali di scelte così radicali.