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Il Foglio AI
Confronto tra due anime della destra
Dialogo tra un conservatore e un populista sui concetti di identità, sovranità e nazione
La scena è semplice: due uomini, due scrivanie, due tazze di caffè. Uno è Claudio, 68 anni, professore emerito di filosofia politica, formazione anglosassone, conservatore nel senso europeo del termine: ordine, responsabilità individuale, continuità delle istituzioni. L’altro è Lorenzo, 42 anni, editorialista, saggista, presenza fissa nei talk show, voce di quella destra che parla alla “gente vera” e rifiuta i vecchi codici delle élite.
Claudio: L’esperienza Meloni è una grande occasione mancata. Una volta al potere, ci si aspettava il consolidamento di una destra finalmente adulta, istituzionale, europeista nel senso pragmatico. Invece vedo oscillazioni, insicurezze, ammiccamenti a un’identità fragile. Dove sono le riforme strutturali? Dov’è la visione di lungo periodo?
Lorenzo: Claudio, la tua è la solita analisi da cattedra. La verità è che Meloni ha fatto qualcosa che voi conservatori classici non siete mai riusciti a fare: ha parlato alle persone. Ha costruito un linguaggio emotivo, identitario, concreto. Non è questione di riforme tecnocratiche, è questione di risveglio di un popolo. La destra è tornata egemone anche perché ha smesso di vergognarsi delle proprie radici.
Claudio: Ma a che prezzo? Il linguaggio identitario è instabile per definizione. Vive di emergenze, di nemici. L’idea che lo Stato debba rassicurare, non agitare, che le istituzioni vadano servite e non sfidate, è ciò che distingue una destra seria da un populismo passeggero. La Meloni ha forse normalizzato i toni rispetto all’opposizione, ma resta prigioniera di un immaginario che non costruisce.
Lorenzo: E tu resti prigioniero dell’idea che la normalità sia l’obiettivo. Ma in un’Italia in declino demografico, economico e culturale, serviva uno choc. Meloni ha dato voce a un disagio reale. Le battaglie su natalità, sovranità, controllo dei confini, non sono folklore: sono la nuova agenda sociale. La differenza è che ora la destra è popolare.
Claudio: Ma è anche meno coerente. Parlate di sovranità ma inseguite Bruxelles per i fondi del PNRR. Criticate le élite ma cercate legittimazione a Washington e a Berlino. Dove sarebbe questa coerenza identitaria? L’impressione è che tutto sia stato sacrificato sull’altare della comunicazione. E intanto, le promesse si fanno slogan.
Lorenzo: È vero, c’è un equilibrio difficile. Ma è la realpolitik. Governare significa scendere a patti. Lo faceva anche De Gaulle, anche Churchill. La forza di Meloni è aver conservato un nucleo simbolico forte, pur dentro i compromessi. E poi, non sottovalutiamo il fatto che, a differenza dei suoi predecessori, non è stata fagocitata dal potere. Mantiene un’identità.
Claudio: La mantiene perché non ha ancora dovuto affrontare un vero trauma. Aspettiamo una crisi economica, una frattura europea, una protesta sociale. Vedremo allora quanto regge il consenso emotivo. Io temo che l’impianto ideologico sia troppo fragile per affrontare i grandi nodi: la giustizia, la scuola, la produttività. Nessun annuncio sostituisce una riforma.
Lorenzo: Ma non credi che il vero test di una leadership sia la capacità di adattarsi? Meloni ha mostrato pragmatismo, è passata dall’opposizione al governo senza perdere la sua base. Quanti altri leader di destra possono dire lo stesso?
Claudio: L’adattamento è una virtù, ma non può essere un alibi per la mancanza di una strategia chiara. Governare significa scegliere, non solo reagire. Se la Meloni è costretta a negoziare tutto, con Bruxelles, con gli alleati, con le imprese, dov’è la sua autonomia?
Lorenzo: Nel saper mantenere la barra dritta anche nelle mediazioni. Non è più tempo di leader solitari con visioni dogmatiche. La politica oggi è gestione del possibile, e in questo Meloni ha dimostrato di essere più solida di quanto pensassero i suoi detrattori.
Claudio: Oppure è solo un’altra figura che si adatta al sistema senza cambiarlo davvero. La destra ha sempre criticato il trasformismo italiano, ma ora lo chiama “realismo”. La mia domanda è: qual è il progetto, oltre alla sopravvivenza politica?
Lorenzo: Ma le riforme non nascono nei salotti. Nascono da una spinta popolare. Ed è lì che voi conservatori classici avete perso la bussola. Volete una destra che rassicura le banche e le università, non una che parli alle periferie. Il successo di Meloni è l’aver invertito la direzione del discorso. Ora è l’intellighenzia a dover inseguire.
Claudio: Se il criterio è solo il consenso, allora siamo nel marketing politico, non nella politica. Ma forse questo è il vero punto. La destra oggi è diventata post-ideologica: non più un insieme di principi, ma un collage di reazioni. Questo la rende vincente nell’immediato, ma vulnerabile nel lungo periodo.
Lorenzo: Oppure l’ha resa finalmente moderna. L’identità nazionale, il rispetto delle tradizioni, la difesa dei confini: sono temi che la sinistra ha abbandonato, e che Meloni ha riportato al centro. Non è populismo, è realismo. E forse, caro Claudio, il vostro conservatorismo ha fallito proprio perché ha dimenticato il popolo.
Claudio: O forse perché ha rifiutato di adulare le sue paure. Vedi, Lorenzo, la destra che io sogno non è quella che vince gridando, ma quella che governa pensando. E che ha il coraggio di dire anche ciò che non piace sentire. Non tutto ciò che è popolare è giusto.
Lorenzo: E non tutto ciò che è giusto, lo è solo perché lo dice un’accademia. Forse serve entrambe le cose: un pensiero alto e un linguaggio semplice. Meloni è nel mezzo di questa tensione. Forse non è perfetta, ma è il laboratorio della nuova destra. E da lì, comunque vada, non si tornerà indietro.