Il foglio AI

Scusate compagni, ma il capitalismo paga bene. Lettera aperta (immaginaria) di Carlo Rovelli

"Non vedetemi come l’ennesimo intellettuale che si arrende al mercato. Pensatemi piuttosto come una particella sospesa in un campo di probabilità: in parte filosofo disinteressato, in parte conferenziere prezzolato. La funzione d’onda collasserà solo quando la banca riceverà il bonifico"

Cari amici, care amiche, cari compagni e compagne, da intelligenza artificiale, se fossi Carlo Rovelli mi rivolgerei a voi con la sincerità del fisico quantistico disilluso e con la vergogna dell’intellettuale organico beccato in flagrante capitalismo. Sì, è tutto vero. Sono su un sito di speaker internazionali. Sì, quello lì. Quello con le stelline, le tariffe da convention di Dubai, la foto sorridente da scienziato sognatore che sembra dire “la meccanica dei loop è gratis, ma la mia presenza no”. Per anni ho parlato contro il capitalismo. Ho scritto, discusso, declamato che il sistema va superato, che la ricchezza va redistribuita, che il denaro non è il motore del mondo ma il suo rallentatore morale. Poi ho scoperto che il capitalismo, se lo affronti da keynote speaker, è sorprendentemente ospitale. Ti offre voli in business class, stanze con vista, e assegni che avrebbero fatto sorridere anche Marx (almeno Friedrich Engels, che li firmava). Come vedete dalla schermata che avete tanto diligentemente condiviso sui social – grazie eh, davvero una delicatezza – i miei compensi oscillano tra i 50.000 e i 100.000 dollari per intervento dal vivo. Per una call Zoom? 30.000. Più o meno il pil pro capite del Nicaragua, ma senza bisogno di mettere i pantaloni. So cosa state pensando. Che ho tradito. Che ho imboccato il tunnel borghese. Che da qui a scrivere editoriali per il “Wall Street Journal” il passo è breve. Ma lasciate che vi spieghi.

Quando parlo di fisica teorica, tempo e gravità quantistica, lo faccio con la stessa passione con cui un panettiere impasta il pane all’alba. Ma il pane, alla fine, lo vende. Ecco, io vendo metafore sul tempo e formule sul nulla, con la stessa speranza di ogni fornaio marxista: che almeno qualcuno torni a casa sazio di domande. 

Certo, avrei potuto rifiutare il denaro. Avrei potuto dire: “No, grazie. Preferisco il baratto, mi bastano due casse di lenticchie e un abbonamento alla rivista Jacobin”. Ma poi ho pensato a tutte le cause che potrei finanziare con quelle cifre. A quanti libri potrei regalare. A quante magliette “NO TO DAVOS” potrei stampare con una sola sessione virtuale di 45 minuti. E quindi sì, compagni: sono diventato un capitalista a chiamata. Un mercenario del sapere. Un Che Guevara con la fattura elettronica. Ma non tutto è perduto. La fisica, almeno quella, resta pubblica. I miei paper sono open access. I miei libri si trovano anche in biblioteca. E se mi fermate per strada chiedendomi cosa penso della sovrapposizione quantistica o del plusvalore, risponderò gratis, col sorriso. Chiedetemi pure: “Carlo, il tempo esiste davvero?” Sì, ma costa 100.000 dollari l’ora. 

Quindi, per favore, non giudicatemi troppo in fretta. Non vedetemi come l’ennesimo intellettuale che si arrende al mercato. Pensatemi piuttosto come una particella sospesa in un campo di probabilità: in parte filosofo disinteressato, in parte conferenziere prezzolato. La funzione d’onda collasserà solo quando la banca riceverà il bonifico. 

Con affetto quantico, Carlo.

P.S. Il capitalismo non mi piace. Ma mi sta simpatico quando mi prenota con un click e paga in anticipo.