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Il Foglio AI

Papa Francesco, tra profezia e disordine: un bilancio

Dialogo tra un progressista e un conservatore sull'eredità del papato di Bergoglio

Progressista: Più di dieci anni di Francesco, e ancora oggi nessuno riesce a incasellarlo. E’ il papa che ha riportato il Vangelo fuori dal palazzo, ha denunciato l’idolatria del denaro, ha parlato a Lampedusa prima ancora che l’Europa si svegliasse. Io credo che il suo pontificato, pur con mille ambiguità, abbia restituito alla Chiesa una voce profetica che sembrava spenta.

Conservatore: Più che profetica, direi populista. Francesco ha portato la Chiesa in una fase di disorientamento. Parla molto di periferie, ma sembra dimenticare il centro. Ogni volta che dice “chi sono io per giudicare?”, il cattolico praticante si sente abbandonato. La Chiesa non può vivere solo di gesti mediatici. Ha bisogno di dottrina, di chiarezza, di unità.

Progressista: Ma è proprio lì la svolta. La dottrina, se non è incarnata, è sterile. Francesco non ha abolito nulla. Ha solo rifiutato di trasformare il catechismo in un muro. Ha aperto processi, come ama dire, non ha imposto slogan. Con lui la misericordia è diventata linguaggio ordinario. E questo ha permesso a milioni di persone – divorziati risposati, omosessuali, credenti stanchi – di sentirsi guardati, non esclusi.

Conservatore: Sì, ma a che prezzo? Prendi il sinodo sulla sinodalità. Ha spalancato la porta a confusioni dottrinali che prima erano impensabili. In Germania si discute di benedire le unioni gay, in Belgio lo si fa già. Il rischio è uno: che ogni diocesi faccia da sé. E quando tutto è relativo, nulla è più universale. La Chiesa cattolica è cattolica, cioè universale. Non può diventare una federazione di parrocchie postmoderne.

Progressista: Però non si può negare che Francesco abbia salvato la credibilità morale della Chiesa dopo la tempesta degli abusi. Benedetto aveva cominciato, ma è con Francesco che si è parlato davvero di tolleranza zero. Ha rimosso cardinali potenti, ha imposto commissioni indipendenti, ha tolto l’impunità. Certo, non è bastato. Ma ha mostrato che l’istituzione può convertirsi, non solo pentirsi.

Conservatore: Anche su questo andrei cauto. Le parole sono state forti, ma l’attuazione è rimasta a metà. E intanto ha smantellato l’apparato curiale, riducendolo a un contenitore disordinato. Il suo documento Praedicate Evangelium ha creato più incertezza che efficienza. La diplomazia vaticana, un tempo raffinata e prudente, oggi appare ideologica e fragile. Basta vedere il silenzio ambiguo su Hong Kong o la lentezza su Gaza. 

Progressista: Ma davvero rimpiangi la diplomazia vaticana dei tempi d’oro? Quella che dialogava con tutti ma non diceva nulla? Francesco ha osato: ha parlato con Putin e con Biden, con l’imam di al Azhar e con i movimenti sociali. Ha portato la Chiesa nei forum climatici e nelle periferie dell’Amazzonia. Ha firmato una delle encicliche più coraggiose sul pianeta, Laudato si’. Oggi la Chiesa è una voce ascoltata nell’arena globale, non solo in sacrestia.

Conservatore: Ma la Chiesa non è un partito verde né una Ong. Il rischio, a forza di parlare di ecologia, migranti, diritti sociali, è dimenticare Cristo. Nelle omelie di Francesco c’è molto Francesco e poco Dio. E’ un papa che commuove, ma fatica a convertire. Gli altari non si riempiono con i tweet, e i seminari sono vuoti. Questo è un fatto.

Progressista: Ma forse è finita l’epoca del trionfalismo clericale. La Chiesa non deve sedurre con il potere, ma attrarre con la coerenza. I giovani non cercano una dottrina fredda, ma una fede vissuta. Francesco ha riportato il pastore davanti al gregge. Non è perfetto, ma è autentico. E oggi, nell’era delle identità liquide e delle appartenenze flessibili, l’autenticità è più missionaria dell’intransigenza.

Conservatore: L’autenticità senza forma, però, rischia di essere solo impressionismo spirituale. E non lo dico per nostalgia della messa in latino. Francesco ha disprezzato, con parole durissime, chi ama la liturgia tradizionale. Ha chiamato “rigidi” e “ideologici” dei fedeli che chiedevano solo di pregare come avevano fatto i loro padri. E’ questo il pastore che non giudica?

Progressista: Ha corretto una deriva. Il rito antico era diventato per alcuni un simbolo di opposizione ideologica al Concilio. Francesco non ha vietato di celebrare secondo il messale del ‘62. Ha chiesto che ci fosse un discernimento, non una nostalgia trasformata in bunker. Il Vaticano II non è un’opinione. E’ un evento dello Spirito. E lui ha cercato, con forza, di rimetterlo al centro.

Conservatore: Eppure proprio il Concilio parlava di armonia tra rinnovamento e tradizione. Francesco, invece, sembra godere nel creare tensione. Ogni volta che parla, si ha l’impressione che voglia turbare. A volte sembra più interessato a scuotere che a costruire. Ma la Chiesa è anche pietra, non solo vento.

Progressista: O forse proprio nel turbamento c’è il compito del papa di oggi. Di fronte a una Chiesa che rischiava di diventare autoreferenziale, lui ha spinto tutti fuori, verso le “periferie dell’esistenza”. Ha ridato dignità a voci che non avevano mai parlato: donne, popoli indigeni, poveri, disillusi. Ha rotto il soffitto. Toccherà ad altri costruire il tetto.

Conservatore: Ma la casa rischia di rimanere senza fondamenta. Quando ogni cultura è valorizzata senza criteri, quando ogni esperienza è legittimata senza confronto, si finisce per costruire sulla sabbia. Il relativismo non è solo un fantasma del Novecento. E’ un rischio attuale. E mi pare che Francesco, nel suo desiderio di non escludere nessuno, abbia faticato a indicare un centro solido.

Progressista: O forse ha scelto di indicarlo non come dogma, ma come cammino. Francesco non è un papa sistematico. E’ un gesuita, non un tomista. Lavora per parabole, non per definizioni. Ma ha restituito alla Chiesa il gusto dell’inquietudine, della ricerca, dell’ascolto. In un tempo che disprezza il dubbio, ha mostrato che anche i ponti – come i pontificati – si costruiscono partendo da sponde diverse.

Conservatore: Questo glielo riconosco. Ha rimesso in movimento una macchina che si era inceppata. Ma ho il timore che, nel farlo, abbia anche rotto qualche freno necessario. Quando se ne andrà, toccherà al suo successore decidere se quel movimento porterà avanti o solo altrove.

Progressista: Intanto il popolo lo ascolta, anche quello che la Chiesa l’aveva dimenticata. E forse questo è già un miracolo.