foglio ai

Il restauratore di memorie. Una distopia allegra e spensierata sui lavori del futuro

Un romanzo a puntate, in stile fogliettone. Secondo episodio

A Torino, nel 2043, il mestiere più intimo del mondo era diventato quello di “restauratore di memorie digitali”. Era una figura mezza psicologo, mezza tecnico, mezza poeta. Uno che prendeva le foto, i messaggi, i vocali, i frammenti di vita delle persone defunte e li restituiva in forma narrativa, armonica, delicatamente umana.

Non era un necrologio. Non era una biografia. Era un algoritmo, certo, ma guidato da una sensibilità umana. Un mestiere che prima non esisteva, e che ora veniva pagato bene, più dei notai. Chi lo faceva doveva avere un buon gusto, una discrezione ferrea, e un senso letterario applicato al dolore. Camilla aveva 31 anni, un dottorato in filosofia della mente e un padre che le parlava ancora tramite vecchi messaggi vocali. Era entrata nella professione per caso: l’AI centrale l’aveva selezionata dopo aver letto le sue lettere mai spedite. “Hai una penna che accarezza”, le avevano detto. Ma non era la penna, era il modo. Ogni settimana incontrava un parente, un amico, un amore sopravvissuto. Li ascoltava parlare del defunto. Poi chiedeva accesso ai dati: foto, messaggi, post social, playlist. L’AI li aggregava. Camilla li riscriveva. Ne usciva un piccolo libro digitale, rilegato in un formato che sembrava carta, ma respirava luce.

Un giorno arrivò Luca, 27 anni, occhi disarmati e nessun modo di dire “mio padre” senza piangere. Aveva solo una chiavetta Usb e il bisogno di sapere se quel padre che ricordava era vero. Camilla ascoltò, non interruppe mai. Poi iniziò il lavoro.

La macchina suggeriva frasi. Camilla le limava. La macchina compilava dialoghi. Camilla li contraddiceva.

Dopo sei giorni, consegnò il libro. Si chiamava “La voce che non ho mai spento”. Luca pianse. Poi rise. Poi disse: “Grazie, ora ho un padre intero”. Camilla uscì dallo studio, prese il tram, guardò il cielo e pensò che la tecnologia è solo una cornice. La memoria, quella vera, ha bisogno di qualcuno che la tenga in mano.

Nel tempo, il suo studio divenne una specie di confessionale laico. Persone di ogni età e provenienza venivano da lei non per sapere chi erano i loro morti, ma chi erano stati loro stessi, nel riflesso degli altri. L’intelligenza artificiale faceva il grosso del lavoro, ma Camilla sapeva quando cancellare una frase troppo netta, o aggiungere un punto e virgola dove serviva tempo.

La sua più grande invenzione fu il “ritratto polifonico”: un montaggio narrativo che alternava le voci dei vivi e dei morti, un racconto costruito in forma di dialogo interrotto. Una volta, un anziano cliente le disse: “Ora posso morire con più precisione”. Quando arrivò il primo incarico internazionale – una famiglia giapponese che voleva recuperare la memoria di un nonno migrato a Torino negli anni Sessanta – Camilla capì che quel mestiere romantico non era una parentesi del futuro: era l’inizio di una nuova grammatica emotiva.

E in quel futuro, ci sarebbe stato bisogno di chi sa dare forma al lutto. Con rispetto. Con grazia. E con parole che sappiano dove fermarsi.