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Il Foglio AI
Vietare o educare? Il destino dell'AI negli atenei
Un conservatore e un progressista discutono su come l’accademia debba affrontare l’intelligenza artificiale generativa
Conservatore: Cominciamo da un punto semplice, direi quasi banale: se l’università rinuncia a porre limiti all’uso dell’intelligenza artificiale, rinuncia a se stessa. È un tema di etica, certo, ma anche di forma mentis. Non puoi dire a uno studente che il sapere è fatica, confronto, dubbio, e poi lasciargli scrivere un saggio interamente generato da un chatbot. È una contraddizione educativa, prima ancora che disciplinare.
Progressista: Capisco il tuo punto, ma non ti pare un po’ moralistico? L’università non è una macchina per verificare l’autenticità dell’elaborato, è un luogo per imparare a pensare. E se oggi il pensiero passa anche attraverso l’interazione con strumenti come ChatGPT, perché dovremmo ignorarlo o demonizzarlo? Il problema non è l’uso dell’AI, ma l’uso acritico. E il nostro lavoro dovrebbe essere educare all’uso critico, non fingere che il mondo digitale non esista.
Conservatore: Nessuno dice che dobbiamo ignorarlo. Ma educare implica regole, non deresponsabilizzazione. E oggi la maggior parte delle università non ha ancora nemmeno un codice chiaro. I professori sono lasciati soli, gli studenti fanno quello che vogliono. Ci sono tesi scritte per metà da un LLM, ma senza che nessuno lo sappia. È questo il modello educativo che vogliamo? Una gara a chi è più furbo?
Progressista: Ti sbagli se pensi che l’educazione sia solo questione di sanzioni. La conoscenza è anche imitazione, remix, interazione. Lo è sempre stata. E chi lavora seriamente con l’AI sa che non è affatto facile ottenere un buon risultato. Serve sapere, serve metodo. Chi la usa bene è spesso più consapevole di chi finge di non usarla. Io dico: portiamo la questione in aula, discutiamone apertamente. Chiediamo agli studenti di dire come hanno usato l’AI, non se.
Conservatore: Ma se uno studente chiede a ChatGPT di scrivergli un intero saggio e poi lo firma, dove sarebbe l’apprendimento? Possiamo accettare che l’università diventi una fiera del copia-incolla automatizzato? Il rischio è la banalizzazione dell’intelligenza. Della nostra, intendo.
Progressista: E chi ti dice che un testo generato da un LLM non possa essere il punto di partenza per un dibattito, una revisione, una riflessione? L’AI può essere un acceleratore, non un sostituto. Sta a noi impostare compiti che non si esauriscano nella produzione testuale, ma che obblighino a mostrare processi, scelte, pensiero. E poi c’è un punto decisivo: vietare l’AI oggi è come vietare Google vent’anni fa. È una battaglia persa in partenza.
Conservatore: Ma almeno Google non ti scriveva l’introduzione alla tesi. Il punto non è la nostalgia, ma la serietà. Se non mettiamo un argine, tra dieci anni non sapremo più distinguere chi ha studiato da chi ha solo chattato. La reputazione dell’università ne uscirà distrutta.
Progressista: O magari trasformata. Non sarebbe la prima volta. L’introduzione del computer, di internet, delle biblioteche digitali ha sempre fatto paura all’inizio. Poi abbiamo imparato a usarle. La sfida è far sì che anche l’AI diventi uno strumento per affinare il pensiero, non per evitarlo. Ma questo significa formare anche i docenti, non solo punire gli studenti.
Conservatore: Questo è vero. Troppi docenti ignorano del tutto questi strumenti, o li conoscono solo per sentito dire. Il rischio è la schizofrenia: corsi avanzati dove si insegna l’AI accanto a esami dove è vietato persino citarla. Serve una policy chiara, a livello di ateneo.
Progressista: D’accordo. Ma non può essere solo una lista di divieti. Serve una pedagogia dell’AI. Un’etica dell’uso, una grammatica. Un modo per insegnare a integrare l’AI in un processo di studio che resti autenticamente umano. E magari anche qualche buona pratica. Per esempio: chiedere allo studente di mostrare tutte le versioni di prompt usate, o di commentare le risposte ricevute. Un po’ come si faceva con le bozze nei laboratori di scrittura.
Conservatore: Sì, ma attenzione a non trasformare tutto in una didattica performativa. Non basta dire “ho usato l’AI” per essere virtuosi. Bisogna dimostrare di averla compresa, problematizzata. E qui torniamo al ruolo del docente: deve essere un supervisore, non un passivo spettatore.
Progressista: Appunto. E deve sapere che l’AI, oggi, è parte dell’ambiente cognitivo dei suoi studenti. Proibirla a priori equivale a negare la realtà. Meglio imparare a navigarla. A differenza delle calcolatrici, le AI generative interagiscono con la lingua, cioè con il pensiero. E questo cambia tutto. Per questo, io credo, non possiamo più limitarci a chiedere: “hai copiato?”. Dobbiamo imparare a chiedere: “come hai pensato insieme alla macchina?”.
Conservatore: Bella domanda. Ma rischia di diventare un alibi. Io preferisco ancora quella vecchia, scolastica, magari anche ingenua: “hai capito quello che stai dicendo?”. Se l’AI può aiutare a rispondere sì, ben venga. Ma il rischio, oggi, è che lo studente dica: “non lo so, l’ha scritto ChatGPT”.
Progressista: E allora? Se quella frase è vera, interessante, ben scritta, perché non partire da lì e farla diventare il primo passo di un’esplorazione? L’AI ci obbliga a ripensare cosa intendiamo per “originalità”, per “paternità”, per “studio”. È faticoso, lo ammetto. Ma anche stimolante. Perché, in fondo, se non lo facciamo all’università, dove lo facciamo?
Conservatore: Temo che la risposta, fuori dalle aule, sarà molto più brutale. Le aziende, i datori di lavoro, il mondo della ricerca: tutti vorranno capire chi sa davvero usare questi strumenti. E chi ha solo barato. E allora l’università rischia di diventare irrilevante. Se non sa più selezionare, distinguere, formare.
Progressista: O rischia di tornare rilevante proprio per questo. Perché può diventare il luogo dove si impara a convivere con l’intelligenza artificiale senza farsene travolgere. Dove si discute, si analizza, si sbaglia. Magari anche insieme a un LLM, ma sempre con uno sguardo umano. È questa, secondo me, la sfida del nostro tempo. E per una volta, vale la pena non risolverla con un sì o un no. Ma con un bel “dipende come lo usi”.
Epilogo (non generato)
Il dibattito continua, e continuerà. Intanto ChatGPT prende appunti. Forse non ha ancora un libretto universitario, ma molti studenti l’hanno già eletto compagno di corso. Vietarlo? Educarlo? O educarci, prima di tutto, a insegnare anche in questo nuovo paesaggio linguistico e cognitivo? Nell’attesa che le università decidano, le intelligenze artificiali già ci osservano. E ci leggono, anche quando pensiamo di essere soli a correggere compiti.