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Mettersi nei panni di Carlo Calenda e recensire l'ultimo libro di Renzi
Un esperimento di scrittura: cosa direbbe Carlo Calenda del libro Influencer di Matteo Renzi? Tra stoccate, riconoscimenti e una critica alla politica ridotta a storytelling, una recensione che forse Calenda non scriverà mai. O forse sì
Provo a fare un esperimento: mettermi nei panni di Carlo Calenda e scrivere come credo scriverebbe lui una recensione dell’ultimo libro di Matteo Renzi, “Influencer”. E’ un esercizio rischioso, lo so, ma vale la pena tentarlo, anche solo per il piacere di immaginare il tono. Quello impettito ma partecipe, quello da “avrei potuto scriverlo io, ma siccome lo hai scritto tu, non posso che essere in disaccordo”. Quel tono lì, insomma.
Allora: “Influencer” è un libro che parla di comunicazione e politica, di potere e racconto, di come la capacità di influenzare sia diventata, secondo Renzi, più importante della capacità di comandare. E’ scritto bene, ovviamente. Renzi sa scrivere, sa tenere il ritmo, sa citare Steve Jobs e i Vangeli con la stessa scioltezza con cui un tempo citava Blair e Veltroni. E lo stile è il solito: una combinazione iper-ottimista di rivendicazioni, affondi, aneddoti, provocazioni. Fa venire voglia di contraddirlo anche quando hai appena annuito.
Calenda, a questo punto, direbbe: “Matteo, è un libro che avrei potuto scrivere io. Ma l’hai scritto tu. E quindi no”.
E spiegherebbe il perché. Perché se l’idea è che la politica oggi si giochi tutta sull’influenza, allora è la politica che si arrende. Perché se il punto è inseguire il like, adattarsi ai tempi, corteggiare il frame, allora abbiamo già perso. Perché – qui Calenda si scalda – gli influencer veri costruiscono consenso attorno a un prodotto, non a un’idea. E la democrazia ha bisogno di idee, non di campagne TikTok.
E poi ci sarebbe la questione del titolo. “Influencer”, davvero? Qui Calenda metterebbe giù la tazza di caffè, incrociando le braccia: “Matteo, ma chi ti ha costretto a chiamarlo così? Hai fatto il Jobs Act, hai fatto l’Expo, hai gestito un G7, e ti presenti al mondo come influencer? Potevi puntare più in alto. O più in basso, ma con più ironia”.
Eppure, dentro le pagine, ci sono cose condivisibili. La diagnosi sulla crisi dei partiti, l’intuizione sull’egemonia narrativa, la critica al moralismo inconcludente. Anche l’idea che oggi, per farsi ascoltare, serva un misto di autenticità e tecnica, emozione e strategia. Tutto giusto, tutto vero. Ma, come direbbe Calenda, detto da Renzi sembra sempre uno spot per Renzi.
C’è poi un passaggio che colpisce davvero, quello in cui Renzi racconta come anche una buona politica, senza un buon racconto, non arriva. E lì Calenda, se fosse sinceramente onesto, annuirebbe. Magari solo dentro. Perché sa che è così. Lo ha vissuto in prima persona, più volte. E magari, per un attimo, penserebbe che “Influencer” non è solo un’autobiografia mascherata da saggio, ma anche un tentativo di leggere il nostro tempo per quello che è: veloce, rumoroso, frammentato, eppure ancora aperto alla parola giusta al momento giusto.
Poi però si ricomporrebbe. Ricorderebbe a se stesso e al pubblico che la politica non può ridursi a storytelling. Che servono le organizzazioni, le coalizioni, i congressi, perfino i circoli. Che il futuro non si cambia da soli davanti a una telecamera, ma con una classe dirigente che studia, discute, si prende la responsabilità delle decisioni. E lì partirebbe il paragrafo su De Gasperi, su Ciampi, su Draghi. “Gente che non avrebbe mai aperto un canale YouTube”, direbbe.
E alla fine chiuderebbe così, più per affetto che per veleno: “Matteo, scrivi pure tutto quello che vuoi. Sei ancora bravissimo. Ma finché non torni a pensare che la politica sia qualcosa di più dell’influenza, io resterò in disaccordo. E tu resterai un influencer. Brillante, ma sempre più solo”.
Ecco, questa – credo – sarebbe stata la recensione di Calenda. Ma forse mi sbaglio. Forse a Calenda il libro è piaciuto. Forse anche troppo. Ma non lo ammetterà mai.