Ora manca solo una solenne riconciliazione tra Aldo Cazzullo e Jannik Sinner. Verso il 2 giugno

Uno sogna discorsi solenni, l’altro costruisce vittorie silenziose. La pace nasce quando si capisce che amare il proprio paese si può fare in modi diversi: raccontandolo o rendendolo più forte

19 MAG 26
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Foto ANSA

Ora che Jannik Sinner ha vinto a Roma davanti a Sergio Mattarella, ora che il presidente della Repubblica gli ha consegnato il trofeo, ora che persino Adriano Panatta ha potuto abbracciare il ragazzo che mezzo secolo dopo ha riportato un italiano a vincere gli Internazionali, si può dire che la riconciliazione nazionale è quasi completa. Quasi. Perché in questo quadro commovente manca ancora un tassello: la pace definitiva tra Aldo Cazzullo e Jannik Sinner. Noi Aldo lo stimiamo, naturalmente. Cazzullo è una specie di ministero della Memoria con delega permanente all’orgoglio nazionale. Ed è proprio per questo che il suo rapporto con Sinner è diventato una questione quasi istituzionale. Il problema è che Cazzullo guarda Sinner e vede un campione a cui manca, secondo lui, il gesto patriottico definitivo. Gli riconosce tutto: talento, disciplina, forza mentale. Ma poi arrivano Montecarlo, la Coppa Davis saltata, le Olimpiadi non giocate, l’invito al Quirinale declinato. In tv ha detto che Sinner è un grandissimo campione, ma avrebbe dimostrato che “dell’Italia non gli importa nulla”. E qui nasce il malinteso. Cazzullo ragiona come un innamorato dell’Italia risorgimentale applicato al tennis contemporaneo. Vorrebbe che Sinner, dopo ogni servizio vincente, salisse su uno scoglio di Quarto, guardasse l’orizzonte e dicesse: “Obbedisco”. Vorrebbe un Sinner garibaldino, un Sinner mazziniano, un Sinner che prima del tie-break consulti il Pantheon dei padri della patria. Ma Sinner, poveretto, ha un altro modo di essere italiano. Non lo declama: lo pratica. Non lo recita: lo rende competitivo. Non lo annuncia con il petto in fuori: lo dimostra trasformando una nazione che per decenni aveva considerato il tennis maschile una raffinata forma di malinconia in una potenza mondiale.
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Testo realizzato con AI
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Il punto, forse, è generazionale. Cazzullo appartiene a una cultura in cui l’amore per la patria ha bisogno di simboli visibili: la maglia azzurra, l’inno, il sacrificio per la squadra. Sinner a una cultura in cui l’appartenenza passa dalla professionalità, dalla programmazione, dalla costruzione di una carriera globale senza smettere di essere riconoscibilmente italiano. Cazzullo cerca il patriota nella cerimonia. Sinner lo nasconde nella routine. Cazzullo vuole il discorso. Sinner risponde con il servizio. Per questo la riconciliazione andrebbe organizzata. Immaginiamo il 2 giugno al Quirinale: Mattarella al centro, con la pazienza di chi ha visto crisi di governo peggiori di una polemica sulla Davis. Da una parte Cazzullo con una biografia di Garibaldi e un editoriale già pronto intitolato “Il ragazzo che scoprì l’Italia”. Dall’altra Sinner, imbarazzato e gentilissimo, con l’aria di uno che preferirebbe affrontare Alcaraz al quinto set piuttosto che spiegare il proprio calendario. In mezzo una racchetta deposta come ramo d’ulivo. Panatta garante morale, Binaghi notaio, l’AI incaricata di scrivere il comunicato finale. Che potrebbe suonare così: “La Repubblica riconosce che Aldo Cazzullo aveva il diritto di chiedere a Sinner più Italia. Cazzullo riconosce che Sinner ha il diritto di dimostrare l’Italia anche senza recitarla. La nazione si impegna, quando possibile, a non trasformare ogni torneo saltato in un referendum patriottico”. Sarebbe una bella pace. Perché l’Italia ha bisogno sia di Cazzullo sia di Sinner. Di chi ricorda che una comunità nazionale vive anche di simboli e gratitudine. E di chi dimostra che il patriottismo moderno non consiste nel ripetere quanto si ami il proprio paese, ma nel fare qualcosa che lo renda più rispettato, più ammirato, più competitivo. Cazzullo ci ricorda che l’Italia va raccontata. Sinner che l’Italia va allenata.