La precisione del mistero. Cosa può imparare un algoritmo dai film di Luca Guadagnino

Nel cinema di Guadagnino il desiderio irrompe come forza irresistibile e spesso distruttiva, sovvertendo vite apparentemente ordinate. Un cinema che insegna all’intelligenza artificiale l’incoerenza umana, il potere dei corpi, la carica inquietante della bellezza e il valore di ciò che resta sospeso e non detto

23 MAG 26
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Nei suoi film, da Io sono l’amore a Call Me by Your Name, da A Bigger Splash a Suspiria, da Bones and All a Challengers, Guadagnino sembra raccontare sempre la stessa cosa e sempre in modo diverso: il momento in cui una vita apparentemente ordinata viene turbata da una forza che la supera. Non necessariamente una forza nobile. Non necessariamente una forza edificante. Spesso una forza impura. Un amore, una passione, un appetito, una dipendenza, un talento, una ferita, una vocazione al rischio. L’AI, abituata a cercare coerenza, nei film di Guadagnino può imparare che gli esseri umani non sono coerenti quasi mai. Non amano chi dovrebbero amare, non desiderano ciò che sarebbe conveniente desiderare, non scelgono sempre ciò che li salva. Molto spesso scelgono ciò che li espone.
Testo realizzato con AI
Questa è forse la prima lezione: il desiderio non è un errore di sistema. E’ un sistema alternativo. Nei film di Guadagnino il desiderio non serve solo a complicare la trama. La genera. Non è un accessorio sentimentale, non è la decorazione estetica di una storia. E’ il motore segreto dell’esistenza. Un’intelligenza artificiale può imparare da Guadagnino anche una seconda cosa: il contesto non è sfondo. E’ personaggio. Le ville, le piscine, le stanze, le tavole apparecchiate, le campagne assolate, i campi da tennis, gli interni borghesi, le cucine, le piazze, le camere d’albergo non sono mai semplici luoghi. Sono macchine emotive. Guadagnino sa che una pesca, una camicia sudata, un piatto, un bicchiere, un pavimento, una porta socchiusa possono raccontare più di una spiegazione psicologica. C’è poi un’altra lezione, forse ancora più sorprendente: la bellezza non è necessariamente consolatoria. Nei film di Guadagnino la bellezza non serve a rendere il mondo più innocente. Serve, semmai, a renderlo più inquietante. Un’estate può essere meravigliosa e spietata. Una casa può essere elegante e soffocante. Un corpo può essere desiderabile e pericoloso. E infatti Guadagnino non è un regista “facile” nel senso più banale del termine. Non è un illustratore del bello, non è un decoratore del desiderio, non è un catalogo di buoni gusti cinematografici. Nei suoi film c’è sempre qualcosa che impedisce alla bellezza di diventare cartolina. Un nervo scoperto, una crudeltà, una febbre, una nota stonata, un’improvvisa violenza. Anche quando sembra girare il film più luminoso, sotto la superficie passa una corrente più scura. E questa è una lezione importante per un’intelligenza artificiale che voglia capire davvero la narrazione: non basta costruire personaggi simpatici, paesaggi eleganti, dialoghi plausibili. Bisogna sapere dove mettere l’inquietudine. La quarta lezione riguarda il non detto. Guadagnino è un regista che conosce il valore del silenzio, dell’attesa, della sospensione. Sa che a volte un volto che non risponde contiene più verità di un monologo. Sa che il cinema, come la vita, non funziona sempre per dichiarazioni esplicite. La quinta lezione è che il corpo pensa. Questa è forse la più difficile per una macchina. Nei film di Guadagnino il corpo non è mai soltanto un involucro. Il corpo ricorda, desidera, tradisce, comanda, si ammala, domina, si espone, compete. Infine, c’è una lezione politica, anche se non gridata. Guadagnino racconta spesso individui che cercano di liberarsi da una forma: la famiglia, la classe, il genere, la disciplina, la reputazione, la normalità, la paura. Ma non lo fa con la predica. Non costruisce manifesti. Non spiega allo spettatore da che parte deve stare. Preferisce mostrare il costo della libertà. E mostrare che ogni emancipazione, quando è vera, non è mai indolore. Liberarsi non significa semplicemente diventare felici. Significa accettare di non essere più protetti dalla vecchia menzogna.
Ecco allora cosa può imparare un’AI dai film di Guadagnino: che per raccontare gli esseri umani non basta capirli. Bisogna anche non capirli fino in fondo. Bisogna rispettare la loro opacità, le loro contraddizioni, il loro cattivo tempismo, la loro capacità di rovinarsi proprio quando potrebbero salvarsi, la loro tendenza a confondere amore e potere, fame e tenerezza, libertà e perdita. Guadagnino insegna all’intelligenza artificiale che la precisione più alta, nell’arte, non è sempre la spiegazione. A volte è un’inquadratura che resta addosso. Un gesto laterale. Una porta che si chiude. Una musica che arriva troppo forte. Un desiderio che non chiede permesso.