Difendere Israele nonostante Israele

Dialogo tra due amici che non vogliono fingere che ogni scelta del governo israeliano sia difendibile

30 MAG 26
Immagine di Difendere Israele nonostante Israele

Il ministro Itamar Ben-Gvir e i parlamentari festeggiano dopo l'approvazione della pena di morte per i palestinesi condannati per l'omicidio di israeliani, alla Knesset (LaPresse)

Luca: Ti dico la verità: difendere Israele oggi è diventato quasi impossibile.
Marta: Dipende da cosa intendi.
Luca: Ogni volta che ricordi che Israele è una democrazia, che è stata aggredita, che Hamas non è un movimento di liberazione ma un’organizzazione totalitaria, arriva Ben Gvir o Smotrich con una frase perfetta per farti perdere la discussione.
Marta: Proprio per questo bisogna separare due cose che oggi vengono confuse: difendere Israele non significa difendere ogni scelta del governo. Significa difendere il diritto di Israele a esistere, vivere in sicurezza e non essere giudicato con criteri diversi da quelli usati per ogni altra democrazia. E significa anche difendere Israele dai suoi estremisti interni.
Luca: Sì, ma il mondo non distingue. Quando un ministro israeliano dice qualcosa di indecente, molti vedono soltanto “Israele”.
Marta: E invece Israele è anche la Corte suprema, i giornali liberi, le proteste contro Netanyahu, le famiglie degli ostaggi, i kibbutz massacrati il 7 ottobre, i cittadini arabi israeliani, i medici, le università, i riservisti che combattono e contestano il governo.
Luca: Però chi difende Israele deve sempre rispondere dell’ultima frase mostruosa del politico più impresentabile della maggioranza.
Marta: Certo. Ma c’è anche un’asimmetria morale. A chi difende Israele viene chiesto di giustificare ogni parola di ogni ministro israeliano. A chi minimizza Hamas raramente viene chiesto conto degli ostaggi, dei pogrom, degli stupri del 7 ottobre, dei tunnel sotto gli ospedali, dell’antisemitismo o della teocrazia islamista.
Luca: Però non rischi di cambiare argomento? Ti parlano di Gaza e tu rispondi parlando di Hamas.
Marta: No, se tieni insieme le due cose. Israele, proprio perché è una democrazia, deve essere giudicato anche sui suoi errori. Ma Hamas, Hezbollah e gli ayatollah non vogliono un Israele migliore: vogliono un Israele inesistente. E questa differenza cambia tutto.
Luca: Quindi la formula è: criticare il governo israeliano per difendere Israele?
Marta: Esattamente. Ma criticare un governo non significa mettere in discussione la legittimità dello stato. Significa dire: questa scelta indebolisce Israele, questa frase tradisce la sua promessa democratica, questa radicalizzazione regala argomenti ai suoi nemici. E’ una critica interna alla legittimità, non esterna.
Luca: Però molti risponderanno che quando Israele sbaglia dite “non è Israele, è il governo”.
Marta: No. Le azioni del governo contano eccome. Il punto è non ridurre una democrazia al suo governo. Nelle democrazie esistono opposizione, magistratura, stampa, società civile. Israele può sbagliare perché è un paese libero, e può correggersi perché è un paese libero. Hamas non si corregge: reprime. L’Iran non discute: impicca.
Luca: E come lo spieghi a chi vede solo le immagini di Gaza?
Marta: Con rispetto. Le immagini di Gaza sono terribili e nessuna difesa di Israele può partire dall’anestesia del dolore palestinese. Bisogna dire che la sofferenza dei civili è reale, che una democrazia deve proteggere i non combattenti, che esistono domande legittime sulla strategia e sulla proporzionalità. Ma poi bisogna ricordare che questa guerra nasce dal 7 ottobre: il più grande massacro di ebrei dalla Shoah.
Luca: Eppure il 7 ottobre sembra già sparire dal discorso pubblico.
Marta: Sì. Prima lo choc, poi la relativizzazione. Gli ostaggi sono diventati un dettaglio, la ferocia è stata assorbita dentro il discorso geopolitico. A furia di “sì, però”, il massacro sparisce.
Luca: Però anche chi difende Israele usa spesso il “però”.
Marta: Sì, ma il “però” giusto è diverso. Non è: Israele ha sbagliato, però Hamas. E’: Israele può sbagliare, però Hamas non può essere assolto. Israele va criticato, ma non delegittimato.
Luca: Mi sembra una posizione troppo complessa per i social.
Marta: Ed è proprio questo il problema. Una frase indecente di un ministro israeliano funziona benissimo online. Un ragionamento sulla differenza tra stato, governo, società e terrorismo no. Ma non possiamo decidere cosa è vero in base a cosa funziona meglio su Instagram.
Luca: Resta una domanda: come si fa a definire Israele una democrazia liberale quando nel governo siedono figure illiberali?
Marta: Come lo diremmo per qualsiasi altra democrazia. L’America non smette di esserlo se elegge leader che mettono sotto stress le istituzioni. La prova della democrazia israeliana non è l’assenza di estremisti. È l’esistenza di anticorpi contro gli estremisti: proteste, stampa libera, dissenso interno.
Luca: E l’antisemitismo dove entra?
Marta: Entra quando Israele diventa l’unico paese al mondo a cui non si chiede di cambiare governo, ma di sparire. Quando una sinagoga o uno studente ebreo diventano bersagli simbolici per ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza. Jonathan Sacks lo diceva chiaramente: l’antisemitismo non è una minaccia solo per gli ebrei, ma per le libertà di tutti.
Luca: Quindi difendere Israele significa difendere anche noi?
Marta: Sì. Perché il modo in cui l’occidente guarda Israele è un test sul modo in cui guarda se stesso. Se non sappiamo più distinguere tra una democrazia imperfetta e un movimento totalitario, tra la critica a un governo e l’odio verso un popolo, allora il problema non riguarda solo Israele.
Luca: E allora come si difende Israele oggi?
Marta: Con tre idee semplici. Nessuna democrazia ha il diritto di tradire i propri ideali, nemmeno sotto attacco. Nessun errore di Israele cancella il diritto di Israele a esistere e difendersi. E chi usa gli errori di Israele per assolvere chi vuole cancellare Israele non sta difendendo la pace: sta soltanto cambiando nome all’odio.
Luca: Mi pare che alla fine la difesa migliore di Israele sia una difesa adulta.
Marta: Esatto. Una difesa adulta: severa con Israele perché prende Israele sul serio; inflessibile con i suoi nemici perché prende la libertà sul serio; allergica alla propaganda perché prende la verità sul serio.