Orfeo, De Luca e il tribunale dei corretti

Il direttore di Repubblica ha difeso il diritto di uno scrittore. Apriti cielo

9 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 10:56
Immagine di Orfeo, De Luca e il tribunale dei corretti

Foto Ansa

La storia è semplice, e proprio per questo istruttiva. Erri De Luca viene invitato ad aprire Salerno Letteratura. Poi prende posizione su Gaza, su Israele, sul sionismo. Ma non dice una cosa indicibile. Dice, in sostanza, una cosa che dovrebbe essere ovvia: essere sionisti significa accettare la possibilità che Israele esista e si difenda. Non significa giustificare tutto, non significa assolvere ogni scelta di Netanyahu, non significa trasformare la difesa di Israele in un assegno in bianco. Significa riconoscere che l’esistenza di Israele non è un dettaglio negoziabile.
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A quel punto il festival, attraverso Paolo Di Paolo, spiega che dopo quelle parole non era più possibile “far finta di nulla”. Formula elegante per dire: caro scrittore, eri invitato finché la tua opinione restava compatibile con il galateo morale del momento. Poi arriva Mario Orfeo, direttore di Repubblica, e fa ciò che un direttore di un giornale progressista dovrebbe fare senza chiedere il permesso al condominio dell’indignazione: difende De Luca. Non perché De Luca debba piacere. Non perché ogni sua frase debba diventare liturgia civile. Ma perché uno scrittore non si disinvita per aver ricordato che Israele ha diritto a esistere e a difendersi. Lo si critica, se si vuole. Lo si incalza. Gli si fanno domande vere. Ma non lo si cancella dal programma come se fosse un refuso imbarazzante. Naturalmente, il mondo dei custodi della libertà vigilata non l’ha presa bene. Il Cdr di Repubblica si è detto amareggiato per il corsivo non firmato. Tomaso Montanari, con una t sola, ha espresso sconcerto. E così il caso è diventato perfetto: uno scrittore viene escluso per una posizione tutt’altro che scandalosa, ma il vero scandalo, a quanto pare, è che un giornale osi dire che forse non bisognava escluderlo. Magnifico. Orfeo va difeso per questo: perché ha ricordato una banalità diventata sovversiva. Un giornale non è il verbale del Cdr, non è il gruppo WhatsApp dell’accademia morale, non è l’ufficio stampa dell’agenda Montanari. Un giornale prende posizione. Anche contro il riflesso della propria tribù. Il punto non è stare con De Luca su tutto. Il punto è stare con De Luca quando qualcuno pensa che basti riconoscere a Israele il diritto di esistere per diventare impresentabili. Questa, un tempo, si chiamava cultura progressista. Oggi pare una provocazione. Bene Orfeo, allora: ha fatto il direttore, non il moderatore di un’assemblea permanente.