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L’AI prova a spiegare che un festival dei libri si giudica dai libri, non dai giuramenti ideologici
Chiedere una dichiarazione ideologica agli editori per partecipare a un festival culturale rischia di trasformare un principio fondante della Repubblica in un lasciapassare burocratico, più vicino alla liturgia che al confronto
16 GIU 26

Non ci vuole un’intelligenza artificiale per capire che c’è qualcosa di storto nell’idea di chiedere a chi partecipa a un festival del libro una dichiarazione preventiva di antifascismo. Basterebbe ricordarsi che una fiera dei libri non è un tribunale della purezza democratica né una sagrestia laica in cui recitare il credo prima di esporre i propri volumi. E invece siamo arrivati al festival del libro con il test d’ingresso morale. Non basta più pubblicare, discutere o criticare libri: bisogna prima dichiarare di essere dalla parte giusta della storia. Che, naturalmente, coincide sempre con quella di chi compila il modulo.
La cosa curiosa è che questa bizzarria viene presentata come un atto di civiltà. Ma se un festival culturale chiede a un editore di firmare un documento di antifascismo, perché non dovrebbe chiederne uno di anticomunismo? O contro l’antisemitismo, il putinismo, il razzismo, l’omofobia, l’autoritarismo cinese? E chi decide l’elenco? Appena si accetta il principio del patentino ideologico, il problema non è più dove fermarsi. Il problema è che non ci si ferma più. Naturalmente l’antifascismo è un fondamento della Repubblica e il fascismo è stato una tragedia italiana. Ma proprio perché l’antifascismo è una cosa seria, non dovrebbe essere ridotto a una firma o a un lasciapassare burocratico. Trasformarlo in autocertificazione significa spostarlo dal terreno della cultura a quello della liturgia. E suggerire che chi non firma debba essere automaticamente sospettato di fascismo. Qui c’è un punto elementare: il rifiuto di firmare un documento ideologico non coincide con l’adesione all’ideologia opposta. Un festival del libro dispone di strumenti ben più intelligenti per difendere la democrazia. Può scegliere gli ospiti, discutere i cataloghi, organizzare dibattiti durissimi, smontare una tesi reazionaria pagina dopo pagina. Può farlo con la critica, con la cultura, con la forza delle parole.
Il paradosso è che una fiera chiamata Più libri più liberi dovrebbe sapere che la libertà non consiste nel far parlare soltanto chi ci somiglia. Se un editore pubblica robaccia, si dice che pubblica robaccia. Se un autore scrive sciocchezze, si dice che scrive sciocchezze. Ma se il metodo diventa “prima firma, poi esisti”, il risultato non è cultura democratica. C’è poi un dettaglio ulteriore. I documenti identitari raramente servono a convincere i cattivi: servono soprattutto a rassicurare i buoni. Il fascista vero, se gli conviene, firma qualsiasi cosa. Il conformista firma sempre. L’opportunista firma prima ancora di leggere. L’unico che si mette nei guai è chi ha un’obiezione liberale al metodo. Così il meccanismo produce l’effetto più stupido: non distingue i democratici dai fascisti, distingue i disciplinati dagli indisciplinati. L’antifascismo migliore non ha bisogno di moduli. Ha bisogno di memoria, studio, chiarezza e responsabilità. Ha bisogno di persone capaci di dire che il fascismo è stato il contrario della libertà e che proprio per questo la libertà non va compressa in suo nome. Perché il modo più intelligente di difendere una società aperta non è chiedere giuramenti di appartenenza, ma lasciare che le idee circolino e che quelle pessime vengano riconosciute come tali. Un festival dei libri dovrebbe essere giudicato per i libri che ospita e per le discussioni che organizza, non per ciò che obbliga a dichiarare. Perché quando la cultura comincia a chiedere certificati di purezza, forse crede di difendere la democrazia. Ma spesso sta soltanto confessando di non fidarsi più della libertà.