Le cinque balle del vannaccismo

Immigrazione, Europa, politica estera: il vannaccismo funziona perché trasforma problemi veri in frasi facili. Rimettere in fila i fatti

16 GIU 26
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Il modo più sbagliato per combattere Roberto Vannacci è trattarlo come una macchietta. Il modo più giusto è prenderlo sul serio per cinque minuti, smontarlo per sei e poi chiedersi come sia possibile che una parte della destra abbia deciso di affidare a un generatore automatico di semplificazioni il proprio rapporto con la realtà. Prima balla: l’immigrazione come invasione. Si prende un fenomeno complesso e lo si presenta come un assedio, fingendo che esista una soluzione miracolosa: chiudere, respingere, bloccare. Il problema è che l’Italia non è un paese invaso. E’ un paese che invecchia, fa pochi figli, perde popolazione e tiene in piedi interi settori dell’economia anche grazie al lavoro degli stranieri. La domanda seria non è “immigrazione sì o no?”, ma: ingressi legali o irregolarità? Integrazione o ghettizzazione? Sicurezza fondata sui dati o sui video virali? Seconda balla: lo straniero come nemico sociale. La tecnica è sempre la stessa: trasformare ogni fatto di cronaca in una legge generale. Ma uno stato serio non costruisce una teoria politica sulla colpevolezza etnica. Punisce chi delinque, controlla chi entra, espelle chi deve essere espulso e presidia il territorio. L’ordine non nasce dall’isteria. Nasce da anagrafe, scuola, lavoro, polizia efficiente, accordi con i paesi d’origine e canali regolari. Tutto il resto è teatro. Terza balla: l’Europa come gabbia. Quando le cose vanno male è colpa di Bruxelles; quando arrivano risorse, diventano magicamente risorse nazionali. Quando serve il mercato unico, l’Europa è utile; quando impone regole, diventa un nemico. La verità è che l’Italia fuori dall’Europa non sarebbe più sovrana: sarebbe più sola. Quarta balla: la politica estera ridotta a tifo. Qui il vannaccismo diventa pericoloso. Sull’Ucraina, sulla Russia e sulla Nato l’idea implicita è che la complessità sia una fregatura e che la postura possa sostituire la strategia. Ma la politica estera non è un concorso di virilità. Sostenere Kyiv non è un vezzo atlantista: significa affermare che i confini non si cambiano con i carri armati. Chi chiama prudenza l’ambiguità verso Putin non è prudente: è disposto a scambiare un principio con un applauso. Quinta balla: il coraggio coincide con l’estremismo. Vannacci si presenta come l’uomo che dice ciò che gli altri non osano dire. Ma dire cose estreme non è necessariamente coraggio. A volte è soltanto comodità. Il coraggio vero consiste nel dire che problemi complessi non hanno soluzioni semplici. E’ non mentire quando la bugia funziona. Il punto non è demonizzare Vannacci. E’ privarlo del suo carburante: la confusione tra realtà e caricatura. Ogni volta che dice invasione bisogna rispondere demografia. Ogni volta che dice Bruxelles bisogna rispondere potere contrattuale. Ogni volta che dice pace bisogna chiedere quale pace, a favore di chi e garantita da chi. Smontare Vannacci significa fare una cosa semplice e faticosa: restituire i problemi alla loro dimensione reale. L’immigrazione è un problema di governo, non di esorcismo. L’Europa è un campo di battaglia politica, non una prigione da cui evadere. La politica estera è difesa dell’interesse nazionale, non nostalgia. Il vannaccismo vive di scorciatoie. La politica seria deve fare il contrario: togliere le scorciatoie e ricordare che un paese non si salva con le frasi che fanno rumore, ma con le idee che resistono alla prova dei fatti.