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Non siamo al Mondiale, ma non siamo senza futuro. Movimenti nella Nazionale
Guardare la Coppa del Mondo da italiani non è solo autoflagellazione
20 GIU 26

(foto Ansa)
Guardare un Mondiale senza l’Italia è una di quelle esperienze che il tifoso italiano ormai conosce troppo bene: all’inizio dice che non lo guarderà, poi lo guarda, poi tifa per qualche allenatore italiano all’estero, poi cerca un parente lontano in ogni nazionale, poi si arrabbia, poi conclude che siamo finiti. E invece forse, per una volta, si potrebbe provare a fare un esercizio diverso. Non negare il disastro della Nazionale maggiore, perché sarebbe ridicolo. Non trasformare l’assenza dal Mondiale in una medaglia, perché sarebbe masochismo travestito da filosofia. Ma usare il Mondiale per guardare l’Italia da un’altra angolazione: non quella di ciò che non c’è, ma quella di ciò che sta crescendo.
Negli ultimi dodici mesi, infatti, le nazionali giovanili italiane hanno messo insieme una serie di risultati che non autorizzano l’euforia, ma autorizzano una cosa più rara nel nostro calcio: la fiducia ragionata. Il dato più vistoso è l’Europeo Under 17 vinto dall’Italia di Daniele Franceschini a Tallinn contro il Belgio, ai rigori, dopo una finale ripresa nel finale, giocata con la faccia di chi non ha ancora imparato l’arte molto italiana della depressione preventiva. E non è un episodio isolato: è il secondo titolo europeo Under 17 in tre anni. In un paese che spesso parla dei giovani solo per spiegare che non ci sono, che non giocano, che non crescono, che non reggono, che non hanno minuti, che non hanno fame, che non hanno strada, la cosa meriterebbe almeno un po’ di attenzione. Non per dire che siamo tornati il Brasile, ma per dire che forse non siamo nemmeno diventati San Marino con la nostalgia.
Il percorso dell’Under 17 è utile perché racconta qualcosa che va oltre il risultato. Vittoria con la Francia, 3-0 al Montenegro, primo posto nel girone, semifinale vinta contro la Spagna ai rigori, finale vinta contro il Belgio. Cioè non una fiammata, non una combinazione, non una notte romantica e irripetibile, ma un torneo attraversato con continuità, carattere e una qualità tecnica che nel racconto pubblico italiano viene spesso data per dispersa. Il calcio giovanile, quando funziona, non produce soltanto trofei: produce abitudine alla competizione internazionale. E questa è forse la cosa che più è mancata alla Nazionale maggiore negli ultimi anni: non il talento in astratto, ma la confidenza con le partite in cui non basta essere simpatici, nobili, storici, quattro volte campioni del mondo e molto offesi dalla realtà.
Poi c’è l’Under 19 maschile, che si è qualificata alla fase finale dell’Europeo 2026. Anche qui, il dato va preso per quello che è: non un titolo, non una garanzia, non un certificato di resurrezione, ma un altro segnale. L’Italia è dentro il gruppo delle migliori, gioca partite vere, misura i propri ragazzi contro coetanei cresciuti nei vivai europei più competitivi. E quando un sistema giovanile porta più selezioni a giocarsi fasi finali continentali, significa che almeno una parte del lavoro, tra club, federazione e tecnici, non è così derelitta come piace raccontare nel grande romanzo nazionale del “non nasce più nessuno”.
Anche l’Under 21, pur senza avere ancora concluso il suo percorso verso l’Europeo 2027, offre numeri interessanti: sette vittorie nelle prime otto partite di qualificazione, venticinque gol segnati, una corsa ancora aperta e competitiva in un girone complicato. Qui bisogna evitare l’errore opposto alla malinconia: scambiare una buona qualificazione per un destino. Ma è evidente che un’Under 21 capace di vincere quasi sempre, segnare molto e restare agganciata alle migliori produce un messaggio semplice: il materiale umano non manca. Mancano, semmai, passaggi più fluidi, coraggio nei club, minuti veri, continuità, fiducia. Il talento italiano non è scomparso: troppo spesso resta parcheggiato, protetto, prestato, rimandato, spiegato, giustificato, gestito come se fosse un oggetto fragile invece che un atleta da esporre alla vita.
Nel quadro va inserita anche l’Under 19 femminile, semifinalista all’Europeo 2025 e qualificata al Mondiale Under 20 del 2026. Questo è un segnale importante perché racconta un’altra Italia calcistica, meno raccontata, meno celebrata, ma sempre più strutturata. Arrivare tra le prime quattro d’Europa dopo anni difficili, guadagnarsi un Mondiale, competere con scuole fortissime, vuol dire che la crescita del movimento femminile non è solo uno slogan da convegno federale: è un processo che comincia a lasciare tracce nei risultati.
Naturalmente tutto questo non cancella la domanda principale: perché i successi giovanili non diventano automaticamente successi della Nazionale maggiore? Qui sta il punto. Gli Azzurrini dimostrano che l’Italia non è senza futuro. Il sistema dei grandi dimostra che quel futuro spesso non sa come usarlo. Tra una coppa Under 17 e una qualificazione mondiale mancata c’è una terra di mezzo fatta di seconde squadre, vivai, coraggio degli allenatori, mercato, procuratori, paura di sbagliare, presidenti che chiedono risultati immediati e tifosi che vogliono i giovani, purché facciano esperienza altrove.
Perciò il modo giusto di guardare il Mondiale, da italiani, non è dire “siamo finiti” e nemmeno “va tutto bene”. Il modo giusto è dire: il serbatoio non è vuoto, ma la macchina spesso non parte. Le nazionali giovanili ci stanno ricordando che l’Italia calcistica produce ancora ragazzi capaci di vincere in Europa, di arrivare in fondo, di resistere alla pressione, di segnare, di tirare rigori, di non tremare. Ora tocca al calcio adulto smettere di considerarli una promessa eterna e cominciare a trattarli come una risorsa presente. Il Mondiale senza Italia resta una ferita. Ma sotto la ferita, almeno, si vede ancora un po’ di circolazione.