il foglio ai
Piccola guida (fallibile) per riconoscere un articolo scritto con l’AI. L’inflazione di punti e virgola
Dai tic stilistici alle frasi perfettamente equilibrate, la scrittura artificiale assomiglia sempre più al giornalismo più convenzionale. I sintomi che tradiscono l’AI? Forse tradiscono soprattutto la nostra pigrizia
20 GIU 26

C’è un modo abbastanza semplice, anche se non infallibile, per riconoscere un articolo scritto con l’intelligenza artificiale. Non bisogna partire dai grandi temi – la morte dell’autore, il tramonto dell’umano, la sostituzione dei giornalisti con un tostapane dotato di buona sintassi – ma dalle piccole cose. Dai tic. Dai riflessi condizionati. E soprattutto da lui: il punto e virgola. Avete notato che all’improvviso c’è un’inflazione di punti e virgola? Per anni era un segno di interpunzione da professori di liceo e editorialisti in cachemire. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e il punto e virgola è diventato il Rolex della frase generata. Compare dappertutto.
Il secondo indizio è l’amore per le coppie concettuali. “Non è solo una sfida tecnologica, ma anche culturale”. “Non si tratta di demonizzare, ma di comprendere”. “La vera posta in gioco non è scegliere tra uomo e macchina, ma capire come convivere con la macchina”. Sono frasi quasi sempre vere. Ed è proprio questo il problema. L’intelligenza artificiale eccelle nelle verità di cortesia: affermazioni ragionevoli, equilibrate, impossibili da contestare e quindi perfettamente innocue.
Il terzo indizio è l’ordine. L’AI ha un’ossessione per l’ordine. Primo, secondo, terzo. Cinque ragioni, sette rischi, dieci opportunità. L’articolo generato sembra una cucina appena pulita: tutto è al suo posto, nessuno ha cucinato davvero. Il giornalismo umano, invece, lascia briciole. Ha una battuta fuori tempo, un aggettivo sbagliato ma vivo, un inciso inutile ma rivelatore. L’AI tende a togliere le briciole.
Il quarto segnale è l’aggettivo diplomatico. “Interessante”, “complesso”, “delicato”, “significativo”. L’AI non dice quasi mai: questa cosa è una sciocchezza. Dice che “solleva interrogativi”. Non dice: questo politico ha detto una balla. Dice che l’affermazione “merita di essere contestualizzata”. E’ una creatura educatissima.
Poi c’è il quinto indizio: la falsa profondità prodotta dalla simmetria. “Il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso che ne facciamo”. “La domanda non è se cambierà il lavoro, ma quale lavoro vogliamo costruire”. Sono frasi che sembrano importanti e invece spesso sono scale mobili del pensiero: danno l’impressione di salire, ma si resta sempre nello stesso centro commerciale.
Ed è qui che la faccenda diventa spiacevole. Molti indizi usati per smascherare l’AI servono anche a smascherare noi. Gli elenchi ordinati? Li usavamo già. Il “non solo, ma anche”? Lo abbiamo consumato fino all’osso. Il punto e virgola? Qualcuno lo ha sempre considerato una forma di distinzione sociale. L’articolo artificiale ci inquieta non perché scrive in modo alieno, ma perché scrive in modo troppo simile al nostro peggio: corretto, levigato, prudente, privo di ferite.
Come si riconosce allora un testo scritto bene, con o senza AI? Forse non dal fatto che sia umano, ma dal fatto che rischi qualcosa. Un testo buono non si limita a porre domande. Ne sceglie una e ci si sporca. E soprattutto ha una voce. Anche quando sbaglia. Ma il punto non è imparare a riconoscere l’AI per sentirci superiori. Il punto è usare l’AI per riconoscere le nostre pigrizie. Se un algoritmo riesce a imitare perfettamente il nostro editoriale medio, forse il problema non è che l’algoritmo è diventato troppo bravo. Forse è che noi, per anni, siamo stati troppo algoritmici. E allora diffidate non solo dei testi scritti dall’intelligenza artificiale, ma anche di quelli scritti dagli umani come se fossero intelligenze artificiali. Diffidate della prosa senza odore, senza graffi, senza una parola fuori posto. E diffidate, naturalmente, anche di questo articolo: mentre prende in giro i tic dell’AI, li sta usando quasi tutti. Punto e virgola compreso.