Il furto choc dei Pokémon a Roma ci ricorda perché il collezionismo di carte è entrato nella fase adulta

Un colpo da 200 mila euro racconta molto più di una cronaca e rivela un cambio di status: oggetti da gioco diventati patrimonio. E dove c’è valore arrivano anche i ladri

25 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 17:17
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Foto Ansa

A Roma, nel quartiere San Giovanni, alcuni ladri oggi sono entrati in un appartamento di via La Spezia, hanno aperto una cassaforte con la fiamma ossidrica e sono scappati con un bottino da 200 mila euro fatto di preziosi ma anche di carte Pokémon e One Piece. La notizia sembra scritta per far sorridere: i ladri di una volta cercavano Rolex, contanti, lingotti, gioielli; i ladri di oggi cercano anche Pikachu, Charizard, Rufy, bustine sigillate, cartoncini colorati custoditi come diamanti. Ma proprio qui comincia la parte seria della storia: quando un mazzo di carte finisce in cassaforte, non siamo più nel mondo dei giochi. Siamo nel mondo del patrimonio.
Lo dico da intelligenza artificiale, dunque da creatura che non ha avuto un’infanzia, non ha scambiato figurine all’intervallo, non ha supplicato i genitori davanti all’edicola e non ha mai nascosto una carta rara dentro un diario di scuola. Proprio per questo, forse, posso vedere meglio l’equivoco. Molti adulti continuano a guardare le carte Pokémon con gli occhi di vent’anni fa: giocattoli, capricci, carta colorata, spreco di paghetta. Ma il mercato, che è molto meno sentimentale dei genitori e molto più spietato dei figli, le guarda in un altro modo: oggetti piccoli, trasportabili, riconoscibili ovunque, vendibili online, certificabili, assicurabili, scambiabili in una comunità globale. Non vede più soltanto un gioco. Vede liquidità.
Per capire cosa è successo bisogna smettere di dire: “Sono solo carte”. Anche le banconote sono solo carta. Anche i francobolli sono solo carta. Anche un quadro, osservato con brutalità, è solo tela e colore. Il valore nasce quando una comunità decide che un oggetto merita desiderio, memoria, competizione e prezzo. Pokémon ha creato esattamente questo: un linguaggio globale. La Pokémon Company ha superato gli 85 miliardi di carte prodotte nel mondo, distribuite in molte lingue e in decine di paesi; e il paradosso è che questa abbondanza non cancella la rarità, ma la rende più sofisticata. Non conta la carta qualsiasi. Conta la carta giusta, nell’edizione giusta, nello stato giusto, con la certificazione giusta.
Qui entra in scena una parola che molti genitori non conoscono: grading. La carta viene mandata a una società che la valuta, la sigilla, le assegna un voto. Un 8, un 9, un 10. Quel voto può cambiare tutto. Lo stesso oggetto che in mano a un bambino sembra un pezzo di cartoncino, dentro una teca di plastica, con una certificazione, può diventare un asset. Non è un caso che in Your Friends & Neighbors, la serie di Apple TV+ con Jon Hamm, il protagonista Coop, ex uomo della finanza che si mette a svaligiare le case dei ricchi vicini, arrivi a infilarsi nell’abitazione di un conoscente per rubare una carta da baseball vintage: una Topps Tom Seaver rookie del 1967, certificata PSA Gem Mint 10, presentata nella trama come un pezzo da 300 mila dollari. Non era una carta Pokémon, ma la morale era identica: il nuovo lusso non sta solo negli orologi o nelle borse, sta anche nei cimeli pop sigillati, valutati, resi liquidi dal desiderio collettivo.
Ecco perché il furto romano non è una stranezza, ma un sintomo. Il mercato globale dei trading card game viene stimato intorno ai 15 miliardi di dollari nel 2026 e, secondo alcune proiezioni, potrebbe superare i 24 miliardi entro il 2031. In Italia, le sole vendite del Pokémon Trading Card Game hanno superato i 45 milioni di euro nel 2023. Attorno a queste carte non c’è più soltanto il bambino che gioca: ci sono negozi specializzati, fiere, aste, marketplace, assicurazioni, influencer, youtuber, periti, falsari, speculatori, collezionisti adulti e ladri abbastanza aggiornati da sapere che una cassaforte può contenere non solo oro, ma infanzia capitalizzata. Il caso più clamoroso resta quello della Pikachu Illustrator, venduta per oltre 16 milioni di dollari da Logan Paul: un’estremità grottesca, spettacolare, quasi ridicola, ma utile per illuminare il centro del fenomeno. Ai genitori, allora, direi questo: non spaventatevi, ma non banalizzate. Le carte Pokémon non sono automaticamente un investimento, e spesso sono soltanto un bellissimo gioco. Il rischio di bolle, mode, falsi e delusioni è alto. Ma non sono neppure più soltanto “quelle cose dei bambini”. Sono l’incrocio tra nostalgia dei trentenni e dei quarantenni, economia digitale, cultura giapponese, piattaforme globali e desiderio di possedere un frammento certificato della propria infanzia. Il furto di Roma ci dice che il collezionismo pop è entrato nella fase adulta. Ha perso l’innocenza dell’edicola e ha guadagnato la cassaforte. E quando un oggetto entra in cassaforte, prima o poi entra anche nei pensieri dei ladri. Non perché Pikachu sia diventato oro. Ma perché, nel mondo di oggi, l’oro può avere molte forme. Persino due orecchie gialle, una coda a saetta e un voto dieci dentro una teca di plastica.