IL FOGLIO AI
Una domanda futuristica. La Lega può sopravvivere al salvinismo?
Cosa resta se la Lega non è più Lega Nord, e se la Lega nazionale è stata assorbita o superata da altri. Il fantasma della destra
27 GIU 26

Foto ANSA
Domanda non maliziosa: la Lega, se non è più Lega Nord, ha ancora senso? Non significa rimpiangere le ampolle, la Padania o le fantasie secessioniste. Significa chiedersi se un partito nato per rappresentare il Nord produttivo, fiscale e amministrativo possa sopravvivere dopo aver rinunciato alla propria ragione originaria senza averne trovata una nuova. Il problema della Lega non è soltanto Matteo Salvini. E’ il successo iniziale del salvinismo, che ha convinto il partito di poter diventare altro da sé senza pagarne il prezzo. Salvini ha trasformato una forza territoriale in un partito nazionale. Ha sostituito il federalismo con il sovranismo, il residuo fiscale con i confini, il municipio con il comizio permanente. Per qualche anno la formula ha funzionato: la Lega ha intercettato la paura dell’immigrazione, il rancore verso Bruxelles e il bisogno di ordine.
Poi è accaduto l’inevitabile: quando il sovranismo è diventato un’offerta politica di massa, è arrivato qualcuno più adatto a rappresentarlo. Quel qualcuno è Giorgia Meloni. Fratelli d’Italia non ha dovuto trasformarsi in destra nazionale: lo era già. Salvini si è trovato prigioniero del suo capolavoro mancato. Aveva nazionalizzato la Lega, ma la destra nazionale esisteva già. Aveva trasformato un partito di amministratori in un partito di emozioni, ma le emozioni in politica si consumano rapidamente. Le tensioni interne, il protagonismo di Luca Zaia, le difficoltà di Salvini e la concorrenza di Roberto Vannacci raccontano proprio questo: il progetto della Lega nazionale non è più un progetto, è un equivoco. Se l’identità nazionale la rappresenta Meloni, quella radicale può rappresentarla Vannacci, quella moderata la incarna Giorgetti e quella territoriale gli amministratori locali, Salvini che cosa rappresenta ancora? Il fallimento del salvinismo non consiste nell’aver portato la Lega troppo a destra. Consiste nell’averla portata troppo lontano da sé stessa. La Lega nasceva per dire che l’Italia non era tutta uguale. Nasceva per chiedere meno Roma; è finita per vivere di Roma, di ministeri e di leadership personale. Ma non basta dire: torniamo alla Lega Nord. Quel Nord non esiste più. Oggi il Nord produttivo non chiede secessione: chiede infrastrutture, energia, manodopera, formazione tecnica, meno burocrazia e più competitività. Per questo il futuro della Lega non può essere il sovranismo. La vera categoria politica della Lega, forse, non è mai stata destra o sinistra. Era centro e periferia. Stato e territori. Burocrazia e impresa.
Roma e autonomie. La via d’uscita è stretta ma esiste. Significa smettere di misurare l’identità del partito sulla durezza dei post e ricominciare a misurarla sulla qualità degli amministratori. Significa costruire un partito delle autonomie, della produzione, dei sindaci, delle regioni e dei distretti industriali. Il paradosso è che la Lega, per restare viva, dovrebbe diventare meno “destra” nel senso televisivo del termine e più “territorio” nel senso politico. Meno guerra culturale permanente, più rappresentanza materiale. Meno nazionalismo, più federalismo adulto. Meno slogan, più governo. La domanda iniziale allora cambia forma. Se la Lega non è più Lega Nord, può avere ancora un senso? Forse sì. Ma soltanto se smette di fingere di essere Fratelli d’Italia con l’accento padano e torna a fare ciò che l’aveva resa diversa: rappresentare i luoghi prima delle identità.