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La crisi climatica è reale, ma non processiamo il modello occidentale
Il caldo non è una scusa per abolire capitalismo e condizionatori
30 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 09:23

C’è un modo abbastanza semplice per riconoscere chi non vuole risolvere la crisi climatica ma vuole usarla. Bisogna ascoltare il tono. Se davanti a un’ondata di caldo la prima preoccupazione non è come proteggere anziani, bambini, lavoratori, malati, scuole, ospedali, case popolari e mezzi pubblici, ma come trasformare il condizionatore nell’ennesimo simbolo della decadenza capitalista, allora il sospetto è legittimo. Se il caldo diventa meno un problema fisico e più un tribunale ideologico, allora non siamo più dentro l’ambientalismo: siamo dentro una liturgia anticapitalista travestita da climatologia. La polemica francese sull’aria condizionata è interessante per questo. In un articolo dell’Atlantic, Thomas Chatterton Williams racconta la differenza culturale tra America ed Europa: gli americani tendono a considerare il disagio fisico un problema tecnico da risolvere; gli europei, spesso, lo considerano una parte della vita da sopportare. Ma mostra anche il punto politico: in Francia la discussione sull’aria condizionata è stata caricata di significati ideologici, con Mélenchon che ha sostenuto che installare condizionatori ovunque aggraverebbe la crisi climatica e con Le Pen pronta a trasformare l’aria condizionata in una bandiera di qualità della vita contro ambientalisti moralisti e tecnocrati. Ecco il primo indizio. Chi vuole usare la crisi climatica per abbattere il capitalismo parla poco di adattamento e moltissimo di colpa. Non dice: come rendiamo le città più fresche, le case meno vulnerabili, i trasporti più sicuri, gli ospedali più attrezzati? Dice: vedete dove ci ha portato il capitalismo? Non parte dalla domanda concreta – come impedire che il caldo uccida – ma dalla risposta ideologica già pronta: il problema è il sistema. E quando la risposta è sempre “il sistema”, qualunque sia la domanda, vuol dire che la crisi climatica non è più un tema, è un pretesto. Secondo indizio: la diffidenza verso la tecnologia. Naturalmente non tutta la tecnologia è buona, non tutte le soluzioni sono neutre, non ogni condizionatore acceso è un atto di progresso.
Ma l’ambientalismo serio distingue. Capisce che bisogna ridurre emissioni e al tempo stesso adattarsi a un mondo più caldo. Chi invece trasforma la tecnologia in peccato tende a ragionare così: se fa stare meglio le persone, è sospetta; se aumenta il comfort, è borghese; se riduce la sofferenza, è una forma di rimozione morale. . Terzo indizio: l’uguaglianza viene usata contro il miglioramento. Il ragionamento corretto dovrebbe essere: se oggi solo i ricchi possono proteggersi dal caldo, bisogna rendere accessibili a tutti strumenti di protezione, case isolate, scuole climatizzate, città alberate, trasporti efficienti. Il ragionamento ideologico invece diventa: se non tutti possono avere il condizionatore, allora il condizionatore è il problema. Ma questa non è giustizia sociale. E’ livellamento del disagio. Non si combatte la disuguaglianza impedendo ai vulnerabili di accedere al comfort; la si combatte allargando il comfort, rendendolo sostenibile, efficiente, meno energivoro, più intelligente. Quarto indizio: il capitalismo viene trattato come causa unica e mai come possibile parte della soluzione. E’ una lettura comoda, ma falsa. Il capitalismo ha prodotto emissioni, consumi e sprechi. Ma ha prodotto anche innovazione, efficienza energetica, pompe di calore, reti elettriche migliori, solare meno costoso, batterie, materiali isolanti, agricoltura di precisione, nuove tecnologie per ridurre emissioni e adattare le città. Chi vuole abbattere il capitalismo non vede questa ambivalenza. Vede solo il peccato originale. E così finisce per preferire un mondo più povero ma moralmente assolto a un mondo più ricco, più tecnologico e più capace di difendersi dal caldo. Quinto indizio: la crisi climatica viene raccontata come occasione per restringere le libertà. Non “consumiamo meglio”, ma “bisogna proibire”. Non “investiamo”, ma “bisogna decrescere”. Non “innoviamo”, ma “bisogna rinunciare”. Non “proteggiamo i fragili”, ma “rieduchiamo i cittadini”. La parola chiave è sempre sacrificio. E il sacrificio, in queste narrazioni, non è mai distribuito davvero: lo predicano spesso élite politiche e culturali che possono permettersi case migliori, vacanze migliori, quartieri migliori, scuole migliori, città migliori. Ai cittadini normali resta la lezione morale.
Naturalmente esiste anche l’errore opposto: negare la crisi climatica, irridere ogni allarme, fingere che il mercato da solo risolverà tutto, trasformare ogni regola ambientale in socialismo. Anche questa è una caricatura. La crisi climatica è reale, richiede investimenti pubblici, infrastrutture, regole, incentivi, ricerca, cooperazione internazionale. Ma proprio perché è reale non può essere lasciata a chi la usa come clava ideologica. Se il caldo uccide, non serve un manifesto contro il capitalismo. Serve ombra, acqua, energia pulita, reti robuste, edifici efficienti, sanità pronta, trasporti climatizzati, scuole sicure. Il punto politico è questo: l’ambientalismo che funziona non chiede alle persone di vivere peggio per essere migliori. Chiede alla politica e al mercato di farle vivere meglio consumando meno energia, inquinando meno, sprecando meno. La differenza è enorme. Da una parte c’è la transizione come modernizzazione: più tecnologia, più efficienza, più protezione, più libertà. Dall’altra c’è la transizione come penitenza: meno comfort, meno crescita, meno mercato, meno scelta. Per riconoscere i professionisti della crisi climatica come occasione anticapitalista basta dunque una domanda: davanti al caldo, vogliono rinfrescare le case o scaldare la rivoluzione? Se la risposta è la seconda, diffidare. Perché il problema non è che prendono troppo sul serio il clima. Il problema è che prendono troppo poco sul serio le persone.