Il Foglio Ai
La rete islamista sotto casa
Un rapporto del governo israeliano mappa le organizzazioni legate alla galassia dei Fratelli Musulmani in Italia. Il punto non è criminalizzare l’islam italiano. Il punto è capire se dietro la facciata del dialogo si muova un’infrastruttura politica, ideologica e finanziaria che l’Italia ha il dovere di guardare senza ingenuità
30 GIU 26

Immagine generata con AI
C’è un rapporto pubblicato dal ministero israeliano per gli Affari della diaspora e il contrasto all’antisemitismo che meriterebbe di essere letto in Italia senza isteria ma anche senza indifferenza. Il titolo è secco: “Muslim Brotherhood Organizations in Italy”. La tesi pure: nel nostro paese opererebbe una rete di organizzazioni riconducibili, direttamente o indirettamente, alla galassia dei Fratelli Musulmani. Il rapporto cita realtà note e spesso accreditate come interlocutori istituzionali: UCOII, Giovani Musulmani d’Italia, Istituto Bayan, Alleanza Islamica d’Italia e Associazione dei Palestinesi in Italia.
Una premessa è necessaria. Un rapporto del governo israeliano non è una sentenza. Va letto come un documento politico e di intelligence aperta, prodotto da un paese coinvolto in una guerra durissima. Ma liquidarlo come semplice propaganda sarebbe troppo comodo. Il dossier raccoglie nomi, connessioni, finanziamenti, attività pubbliche e relazioni internazionali, ponendo una domanda che l’Italia evita da anni: chi rappresenta davvero l’islam italiano? Al centro dell’analisi c’è l’UCOII, indicata come la principale organizzazione italiana collegata alla tradizione della Fratellanza musulmana. L’organizzazione si presenta come una realtà religiosa e sociale impegnata nel dialogo e nell’integrazione. Il rapporto sostiene però che attorno a essa si sia sviluppata una rete di moschee, centri culturali, associazioni e percorsi formativi capace di esercitare un’influenza significativa sulla comunità musulmana. Il punto non è l’esistenza di un’organizzazione islamica, ma la sua eventuale pretesa di rappresentare un’intera comunità.
Nel dossier ricorre spesso il concetto di “doppio livello”: una facciata pubblica moderata e dialogante e, secondo gli autori, una grammatica interna più ideologica e politica. È un’accusa che richiede prudenza, perché il confine tra religione, identità e attivismo non è sempre netto. Ma proprio per questo le istituzioni dovrebbero dialogare con tutti senza concedere monopoli di rappresentanza. Un capitolo riguarda i Giovani Musulmani d’Italia, descritti come il braccio giovanile dell’UCOII e collegati alla rete europea FEMYSO. Il rapporto segnala, soprattutto dopo il 7 ottobre, una crescente radicalizzazione del linguaggio politico contro Israele. Il tema non è limitare il dissenso, ma capire quando la solidarietà verso Gaza si trasforma in una pedagogia dell’ostilità permanente.
Altro nodo sono i finanziamenti. Il dossier parla di fondi provenienti dal Qatar, dal Kuwait e da organizzazioni caritative internazionali. In particolare sostiene che Qatar Charity abbia finanziato in Italia decine di progetti per decine di milioni di euro, molti dei quali collegati a strutture vicine all’UCOII. La domanda è legittima: è opportuno che una parte rilevante dell’infrastruttura religiosa islamica in Italia dipenda da capitali esteri portatori di proprie agende religiose e geopolitiche? Dopo il 7 ottobre, secondo il rapporto, molte organizzazioni citate hanno intensificato campagne anti-israeliane, boicottaggi e mobilitazioni. Il dossier distingue tra attività legali e contenuti violenti, ma segnala il rischio che la causa palestinese diventi uno strumento permanente di delegittimazione di Israele.
Il caso più delicato riguarda l’Associazione dei Palestinesi in Italia e Mohammed Hannoun, collegato nel rapporto a reti di finanziamento di Hamas. Qui il terreno è giudiziario oltre che politico. Le responsabilità penali si accertano nei tribunali, non nei dossier governativi. Ma sarebbe imprudente ignorare il rischio che iniziative benefiche e solidaristiche possano, in alcuni casi, essere utilizzate per finalità diverse da quelle dichiarate. Il punto finale non è fare una crociata contro l’islam italiano. Al contrario. L’Italia ha bisogno di un islam trasparente, autonomo dai finanziamenti stranieri e compatibile con la democrazia liberale. Il rapporto israeliano può essere contestato e verificato, ma pone una domanda che non può essere rimossa: il pluralismo religioso è troppo importante per essere affidato all’opacità, alla distrazione o alla paura di affrontare questioni scomode.