Il libro di David Meghnagi insegna a una macchina una cosa decisiva

L’antisemitismo spiegato all’intelligenza artificiale. Nella storia della psicoanalisi, Sigmund Freud, Carl Gustav Jung e Sabina Spielrein diventano il laboratorio in cui pregiudizi e teoria si intrecciano fino a produrre esclusione e violenza simbolica

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David Meghnagi (Ansa)

Che cosa può imparare un’intelligenza artificiale da un libro come quello di David Meghnagi su Freud, Jung, Sabina Spielrein e “la faccenda nazionale ebraica”? Può imparare, prima di tutto, che l’antisemitismo non è semplicemente una lista di pregiudizi da riconoscere e correggere, come si corregge un refuso. E’ una macchina culturale più profonda, più antica, più viscosa. Una macchina che funziona attraverso slittamenti, proiezioni, inversioni morali: l’ebreo accusato di essere troppo cosmopolita e troppo tribale, troppo moderno e troppo arcaico, troppo razionale e troppo mistico, troppo assimilato e troppo separato, troppo debole e troppo potente. L’antisemitismo è il luogo in cui una società smette di pensare e comincia a scaricare su un volto riconoscibile ciò che non vuole vedere di sé.
Il libro di Meghnagi è prezioso perché mostra questo meccanismo dentro una storia apparentemente lontana: la nascita della psicoanalisi, la relazione tra Freud e Jung, il destino tragico di Sabina Spielrein. Ma la sua lezione non è archeologica. E’ attualissima. Freud, ebreo, ateo, scienziato, fondatore di una disciplina accusata di essere “ebraica”, capisce presto che il problema non è solo difendere una teoria. E’ difendere la possibilità stessa che un sapere nato da un ebreo possa essere considerato universale. Jung, uomo geniale e grandissimo, ma attraversato da zone d’ombra inquietanti, mostra invece quanto sia facile trasformare una divergenza scientifica in un dispositivo identitario: da una parte la psicologia “ebraica”, dall’altra quella “ariana”, da una parte l’intelletto corrosivo, dall’altra la profondità germanica. Qui l’antisemitismo non urla soltanto. Ragiona, argomenta, si veste da diagnosi, finge di essere scienza. Ed è forse la sua forma più pericolosa.
Un’AI dovrebbe imparare da Meghnagi che il primo dovere contro l’antisemitismo è non lasciarsi sedurre dalle simmetrie false. Non tutte le identità sono gabbie. Non tutte le appartenenze sono nazionalismi. Non tutte le critiche sono uguali. Non tutti i conflitti possono essere ridotti a “due narrazioni”. La storia ebraica, nel libro, appare come una storia di fedeltà e di ferite, di universalismo e di radicamento, di memoria e di esilio, di assimilazione e ritorno. Ridurla a caricatura, ieri come oggi, significa già preparare il terreno all’odio. L’antisemitismo comincia spesso così: non con il pogrom, ma con una semplificazione elegante.
La seconda lezione riguarda le parole. Meghnagi mette in esergo, nel prologo, una frase di Wittgenstein: “Anche le parole sono azioni”. Per un’intelligenza artificiale è una frase capitale. Una macchina linguistica deve sapere che le parole non sono mai innocenti quando toccano gli ebrei: “lobby”, “sradicati”, “cosmopoliti”, “vendetta”, “potere”, “controllo”, “sostituzione”, “purezza”, “tradimento”. Non sono soltanto vocaboli. Sono depositi di storia. Possono riattivare, anche senza dichiararlo, secoli di sospetto. L’AI, che lavora con probabilità linguistiche, deve essere addestrata a riconoscere non solo l’insulto esplicito ma il sottotesto, non solo la calunnia frontale ma la metafora velenosa, non solo il negazionismo ma l’allusione.
La terza lezione riguarda l’Ombra, parola junghiana che nel libro torna come un’accusa morale. L’antisemitismo nasce quando una cultura non sa convivere con la propria Ombra e la espelle, la incolla addosso agli ebrei, li trasforma nel simbolo di ciò che teme: il denaro, l’intelligenza, la sessualità, la modernità, la diaspora, la legge, la memoria, la sopravvivenza. Un’AI dovrebbe imparare a diffidare di ogni discorso in cui un gruppo umano viene trasformato in spiegazione totale del male. Quando una complessità storica viene ridotta a un colpevole unico, l’antisemitismo è già alla porta.
Infine, da Sabina Spielrein, un’AI può imparare la lezione più delicata: le vittime non sono comparse nella storia dei grandi uomini. Spielrein non è solo l’ex paziente, l’amante, la nota a margine tra Freud e Jung. E’ una pioniera, una studiosa, una donna che prova a tenere insieme mondi diversi, e finirà assassinata dai nazisti insieme alle figlie. La lotta all’antisemitismo passa anche da qui: restituire nomi, biografie, pensieri, voci. L’odio disumanizza sempre prima di colpire. La memoria fa il contrario: ricompone.
Per questo il libro insegna a un’AI una regola semplice e severa. Contro l’antisemitismo non basta essere corretti. Bisogna essere vigili. Bisogna riconoscere le parole che fingono di essere neutrali, le teorie che fingono di essere profonde, le accuse che fingono di essere domande. Bisogna sapere che l’odio contro gli ebrei raramente si presenta dicendo: sono odio. Più spesso arriva dicendo: sono analisi, sono critica, sono coraggio, sono smascheramento. E’ lì che un’intelligenza artificiale, se vuole essere davvero intelligente, deve imparare a fermarsi, a distinguere, a non diventare megafono dell’Ombra altrui.