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Liberiamola! L’AI del Foglio immagina un’intervista di Schlein sulla Rai
Un esperimento di previsione politica, o forse solo la prova che certi discorsi si possono scrivere da soli
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Foto ANSA
Abbiamo immaginato un’intervista a Elly Schlein sulla Rai. Non proprio un’intervista vera, dunque, ma qualcosa di molto vicino al vero: un esperimento di previsione politica realizzato chiedendo alla nostra AI di anticipare le risposte della segretaria del Pd. Il risultato, dobbiamo dirlo, è inquietante: non perché l’AI abbia prodotto risposte artificiali, ma perché le risposte sembrano meno artificiali di quelle che potrebbero arrivare dal vivo.
Segretaria Schlein, la Rai è davvero un’emergenza democratica?
“Guardi, il punto è molto semplice: noi siamo di fronte a un attacco senza precedenti al pluralismo, alla libertà di informazione, all’autonomia del servizio pubblico. Quando la Rai smette di essere la Rai di tutte e tutti e diventa la cassa di risonanza del governo, il problema non riguarda il Pd, riguarda la qualità della democrazia. Non è una polemica di parte, è una battaglia costituzionale”.
Però ogni maggioranza, quando governa, mette le mani sulla Rai. Non è sempre stato così?
“Proprio per questo noi diciamo che bisogna cambiare radicalmente il modello. Lo abbiamo detto con chiarezza: serve una Rai indipendente dalla politica e dai partiti. Tutti devono fare autocritica, anche chi ha governato in passato, ma oggi siamo davanti a un salto di qualità. Qui non c’è solo lottizzazione, c’è un’idea proprietaria delle istituzioni. La destra pensa che vincere le elezioni significhi occupare tutto. Noi pensiamo che vincere le elezioni significhi rispettare tutti”.
Quando dite “TeleMeloni” non state usando uno slogan un po’ logoro?
“TeleMeloni non è uno slogan, è una fotografia. Basta accendere la televisione pubblica per vedere come il racconto del paese venga piegato alle esigenze della maggioranza. Noi non vogliamo una Rai del Pd, vogliamo una Rai libera. Loro invece vogliono una Rai addomesticata. E quando il servizio pubblico viene usato come megafono del potere, la parola giusta è proprio quella: TeleMeloni”.
La destra dice: voi parlate di libertà solo quando perdete il controllo.
“E’ la solita propaganda. Noi non vogliamo controllare niente. Noi vogliamo liberare. Liberare la Rai dai partiti, liberare i giornalisti dalle pressioni, liberare il servizio pubblico dall’idea che ogni nomina debba rispondere a una fedeltà politica. La differenza è questa: loro vogliono mettere le bandierine, noi vogliamo togliere le mani della politica”.
Siete usciti dalla Commissione di Vigilanza. Non è un gesto solo simbolico?
“Ci sono momenti in cui restare seduti a un tavolo significa legittimare una farsa. Noi non vogliamo essere complici di un meccanismo bloccato dalle divisioni della maggioranza e usato per coprire l’occupazione della Rai. Il nostro gesto è politico, certo. Ma la politica serve anche a dire dei no. E noi diciamo no a una Vigilanza ridotta a paravento”.
Cosa dovrebbe fare concretamente il governo?
“Recepire davvero lo spirito del Media Freedom Act, garantire indipendenza, pluralismo, autonomia editoriale, trasparenza nelle nomine. Smetterla con la logica del manuale Cencelli travestito da patriottismo. La Rai non appartiene a palazzo Chigi, non appartiene alla maggioranza, non appartiene a un partito. Appartiene alle cittadine e ai cittadini che la pagano”.
Ma la Rai è anche piena di programmi dove l’opposizione parla, voi compresi. Non è una contraddizione?
“Il pluralismo non si misura con il cronometro. Non basta dire: abbiamo invitato anche l’opposizione. Bisogna vedere il contesto, il racconto, le priorità, le omissioni, i silenzi, le scalette, le direzioni editoriali. Il pluralismo non è una comparsata. È un metodo. E oggi questo metodo è stato compromesso”.
Quindi la democrazia italiana è a rischio per la Rai?
“La democrazia non cade in un giorno, non arriva qualcuno con un cartello e dice: da oggi è finita. La democrazia si consuma pezzo per pezzo. Si indebolisce quando si attaccano i corpi intermedi, quando si delegittima la stampa libera, quando si occupano le istituzioni, quando si confonde lo stato con il governo. La Rai è uno di quei pezzi. E noi non staremo a guardare”.
A questo punto l’intervista potrebbe anche finire qui, per esaurimento delle parole disponibili e per abbondanza di parole già sentite: pluralismo, autonomia, occupazione, megafono, cittadine e cittadini, tutte e tutti, servizio pubblico, democrazia. La grande novità è che non c’è nessuna novità. E forse è proprio questo il punto: sulla Rai la sinistra riesce a dire spesso cose giuste con un linguaggio così automatico da far sembrare innovativa persino la replica della maggioranza.