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La telefonata (artificiale) fra Trump e Infantino sul cartellino rosso rimosso
Naturalmente non è mai avvenuta. Ma, per spiegare come Balogun sia tornato improvvisamente disponibile al Mondiale, abbiamo immaginato la conversazione tra Donald Trump e Gianni Infantino. È una ricostruzione fantastica. E proprio per questo terribilmente plausibile
7 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 07:51

Abbiamo immaginato di intercettare, con i nostri superpoteri, la telefonata più importante del Mondiale: quella tra Donald Trump e Gianni Infantino sul caso del cartellino rosso rimosso a Folarin Balogun. Naturalmente è una ricostruzione fantastica, dunque verosimile. E naturalmente ogni somiglianza con la realtà non è colpa nostra, ma della realtà, che ormai scrive bozze migliori delle nostre.
Trump avrebbe chiamato Infantino con il tono di chi non sta telefonando alla Fifa ma al servizio in camera. “Gianni, ho un problema. Enorme. Tremendo. Hanno dato un cartellino rosso a un nostro giocatore. Rosso. Capisci? Colore comunista. Inaccettabile”. Dall’altra parte, Infantino avrebbe risposto con la prontezza dell’uomo libero che sente squillare il telefono del padrone: “Presidente, mi dica dove devo annuire”. “Il ragazzo si chiama Balogun”, avrebbe continuato Trump. “Lo hanno espulso contro la Bosnia. Bosnia! Un paese che rispetto moltissimo, ma non possono eliminare un mio giocatore con un cartellino. Qui siamo in America. Da noi i cartellini non espellono: negoziano”. Infantino, secondo la nostra intercettazione immaginaria, avrebbe tentato un timido richiamo istituzionale. “Presidente, ci sarebbero le regole”. Silenzio. Trump avrebbe sospirato: “Le regole? Le amo così tanto che voglio liberarle dalla schiavitù di essere rispettate”.
A quel punto Infantino avrebbe capito la sua missione: non difendere la Fifa, ma travestire l’obbedienza da procedura. Non dire “Trump ha chiamato e noi abbiamo eseguito”, ma “dopo un’attenta valutazione, la Fifa ha deciso che il rosso era rosso, però anche un po’ beige”. “Potremmo sospendere la squalifica”, avrebbe proposto Infantino. “Troppo debole”, avrebbe replicato Trump. “Io non sospendo. Io vinco”. “Potremmo dire che resta formalmente valida, ma non si applica”. “Fantastico. E’ come una condanna senza conseguenze. Molto presidenziale”. “Oppure potremmo parlare di principio di proporzionalità”. “Meraviglioso. Significa che se io chiamo, voi proporzionate”. La conversazione sarebbe quindi entrata nella fase creativa. Trump avrebbe proposto il cartellino patriottico: “Se giochi per il paese ospitante, il rosso diventa una raccomandazione. Tipo dieta. Tipo tasse”. Infantino, entusiasta: “Potremmo inserirlo nel nuovo protocollo Fifa per la flessibilità competitiva delle nazioni strategiche”. “Perfetto. Nessuno capirà cosa vuol dire. Quindi è legale”. “Gli europei protesteranno”, avrebbe osservato Infantino. Trump avrebbe riso. “Gli europei protestano sempre. Parlano di integrità, trasparenza, competizione leale. Io invece parlo di stadi pieni, televisioni, sponsor, hot dog. Tu da che parte vuoi stare?”. Dopo un travaglio morale durato tre decimi di secondo, Infantino avrebbe scelto gli hot dog. “Però dobbiamo salvare la credibilità della Fifa”. “Gianni, la credibilità della Fifa è come la mia modestia: nessuno l'ha mai vista, quindi nessuno può dire che l’abbiamo persa”. Poi la telefonata sarebbe finita. Trump avrebbe riattaccato convinto di aver salvato l’America dal bolscevismo cromatico del cartellino rosso. Infantino avrebbe convocato i collaboratori con l’aria grave di chi deve trasformare una genuflessione in un parere giuridico. Balogun sarebbe tornato disponibile. La Fifa avrebbe salvato la forma. E il calcio avrebbe imparato la nuova regola del Mondiale Maga: il Var può rivedere le immagini, ma se la partita conta davvero, l’arbitro sta alla Casa Bianca.