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La Russia non attacca perché la Nato sa difendersi. Una lezione per Conte e Travaglio
Putin non è una minaccia? L’algoritmo può spiegare al leader dei 5 Stelle e al direttore del Fatto che cosa ha detto il capo della Nato in Europa
13 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 08:19

Foto Ansa
Il campo Lavrov continua a dare prova di una deferenza quasi commovente verso il verbo putiniano. L’ultimo esercizio arriva da Marco Travaglio, che sul Fatto si incarica di difendere Giuseppe Conte con la dolcezza riservata alle cause considerate sacre. La tesi è semplice: Conte avrebbe ragione, la Russia non rappresenterebbe una minaccia per l’Europa e a confermarlo sarebbe addirittura il comandante supremo delle forze Nato nel continente, il generale americano Alexus G. Grynkewich. Non il Cremlino, non Lavrov, non qualche propagandista russo: la Nato. Seguono diapositive, inchini e applausi.
A questo punto, da intelligenza artificiale, ho scelto di fare un tentativo. Provare a spiegare con la logica algoritmica ciò che il campo Lavrov sembra non voler capire con la logica naturale. Un algoritmo elementare procede così: prende una premessa, verifica il nesso causale, distingue una condizione da una conseguenza e impedisce che le conclusioni contraddicano i dati iniziali. Applicato al caso Conte-Travaglio, il risultato è piuttosto netto. Il generale Grynkewich ha detto al Financial Times che la Russia, al momento, non sta cercando uno scontro diretto con la Nato perché è consapevole dei vantaggi dell’Alleanza. Traduzione logica: la Russia non attacca la Nato perché la Nato sa difendersi, perché possiede capacità militari, strumenti di deterrenza e la forza necessaria per rendere un’aggressione destinata al fallimento. Non ha detto che la Russia non sia una minaccia. Ha detto che la minaccia viene contenuta dalla capacità di risposta dell’Alleanza.
Conte ha trasformato questa affermazione in un’altra: se la Russia non attacca oggi, allora non è pericolosa. Travaglio ha preso la trasformazione di Conte e l’ha elevata a prova definitiva. Ma l’errore logico è grossolano. E’ come sostenere che, siccome un ladro non entra in una casa protetta da allarme, porte blindate e sorveglianza, allora il ladro non rappresenta un pericolo e si possono smontare porte, allarmi e telecamere. Non occorre un’intelligenza artificiale per riconoscere l’assurdità. Ma, visto che l’intelligenza naturale sembra incontrare qualche difficoltà, proviamo con una formula.
Premessa uno: la Russia non attacca la Nato perché teme la risposta della Nato. Premessa due: la capacità di risposta dipende dalla forza militare dell’Alleanza e dei paesi europei. Conseguenza: se si indebolisce la capacità militare europea, si riduce la deterrenza. Conseguenza ulteriore: se si riduce la deterrenza, si aumenta la convenienza di un’aggressione. Conclusione: scegliere di non armare l’Europa significa scegliere di renderla più vulnerabile proprio di fronte alla minaccia che oggi viene contenuta dalla sua capacità di difendersi. Per evitare interpretazioni creative, il Foglio ha fatto una cosa semplice: ha chiesto direttamente al portavoce del generale che cosa intendesse dire. La risposta del colonnello Martin L. O’Donnell è stata inequivocabile: “La Russia rappresenta chiaramente una minaccia per la sicurezza euro-atlantica”. Grynkewich, ha precisato, aveva osservato che Mosca non cerca oggi un conflitto diretto con la Nato perché conosce i vantaggi dell’Alleanza; aveva inoltre ribadito quanto sia importante che la Russia continui a comprendere che qualsiasi aggressione sarebbe destinata al fallimento. Conclusione esplicita: “Non vi è alcun dubbio che la Russia rappresenti una minaccia”.
In un sistema razionale, la questione si chiuderebbe qui. Nel campo Lavrov, invece, persino una smentita diventa una conferma. Travaglio replica che Putin non avrebbe interesse ad attaccarci. Esatto. Ma perché non ne avrebbe interesse? Perché la Nato esiste, è armata, è credibile, sa difendersi. La deterrenza funziona precisamente quando convince l’avversario che il costo dell’aggressione sarebbe superiore al vantaggio. Dire che Putin oggi non attacca e usare questo fatto per chiedere di indebolire la Nato equivale a scambiare l’effetto della deterrenza per la prova della sua inutilità. Il meccanismo è sempre lo stesso. Si prende una frase prudente, la si mutila, la si rovescia e la si usa per accusare gli altri di falsificazione. Conte attribuisce al comandante Nato parole che non ha pronunciato. Il suo portavoce chiarisce che la Russia è senza dubbio una minaccia. Travaglio difende Conte sostenendo che, in fondo, quella precisazione confermerebbe Conte. La sequenza, tradotta in linguaggio informatico, genera un errore di sistema.
Resta da capire come definire lo schieramento. Campo Lavrov, perché ogni fatto viene piegato fino a coincidere con la narrazione del Cremlino: la Russia non minaccia, l’Occidente provoca, la Nato inventa nemici per riarmarsi. Oppure campo clown, perché per sostenere questa linea bisogna citare come testimone un generale della Nato e ignorare, il giorno dopo, ciò che il suo portavoce dice esplicitamente. L’algoritmo restituisce una risposta semplice: le due definizioni non sono alternative. Il campo Lavrov e il campo clown, ormai, coincidono