Lettere al direttore
Antitrumpiani? Sì, basta non diventare pro ayatollah e cari alleati
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
15 APR 26
Ultimo aggiornamento: 20:17

Foto Ansa
Al direttore - Ormai in Italia non ci resta più nessuno che vuo’ fa’ l’americano. Con i migliori saluti
Roberto Alatri
Essere non trumpiani senza diventare sostenitori di tutti coloro contro cui combatte l’America potrebbe essere un buon esercizio per evitare che l’anti trumpismo diventi anti americanismo e per evitare che l’anti americanismo in versione anti trumpismo porti tutti a diventare sostenitori degli ayatollah e dei loro cari alleati.
Al direttore - C’è una parola che in Italia spesso viene pronunciata con sospetto, quasi con fastidio: rischio. E’ una parola che spaventa la politica, che mette a disagio una parte del dibattito pubblico, che troppo spesso viene associata solo all’errore, alla perdita, all’incertezza. Eppure è una parola decisiva. Perché senza rischio non c’è impresa, non c’è innovazione, non c’è futuro. Per questo abbiamo voluto portare cento imprenditori in cinquanta scuole tra Bari e Barletta-Andria-Trani, per incontrare quasi cinquemila ragazzi. Non per fare una lezione astratta sull’economia, ma per raccontare una cosa semplice: che costruire, tentare, sbagliare, riprovare, inventare non è qualcosa di cui vergognarsi. E’ qualcosa di cui essere fieri. In questi anni la Puglia ha perso 130 mila giovani. Un’emorragia enorme, che vale anche economicamente: 40 miliardi di euro di capitale umano svanito dal 2011 al 2024. Ma il problema non è solo quanti ragazzi partono. E’ anche il racconto che facciamo di noi stessi. Io sono cresciuto in una realtà troppo spesso anti industriale, dove chi fa impresa viene guardato più con diffidenza che con curiosità. E’ una mentalità che dobbiamo cambiare. I ragazzi, invece, ci mostrano spesso un atteggiamento diverso. Hanno meno pregiudizi, più fame di capire, più disponibilità a misurarsi con l’idea di mettersi in gioco. E allora forse l’Italia deve imparare proprio da loro: a non trattare il rischio come una colpa, ma come una condizione necessaria della libertà. Noi imprenditori abbiamo il dovere di esserci, di entrare nelle scuole, di spiegare che i sogni non devono per forza emigrare. Possono nascere, crescere e diventare lavoro anche qui. Ma per farlo serve un paese che torni a considerare l’impresa non un problema da sorvegliare, bensì una risorsa da liberare.
Mario Aprile, presidente di Confindustria Bari e Bat
Vale sempre il vecchio motto di John F. Kennedy: “Ci sono rischi e costi nell’azione. Ma sono molto inferiori ai rischi a lungo termine dell’inazione comoda”.
Al direttore - Intervistato dal Fatto quotidiano, e incalzato su quello che il giornalista insiste nel definire “genocidio di Gaza”, Gianfranco Fini dà una riposta che di questi tempi, purtroppo, è merce rara: “Guardi, lei non sarà d’accordo, ma io lo chiamo eccidio e credo che quella a Gaza sia stata una rappresaglia militare che ha superato ogni misura. Ma non va dimenticato – sottolinea Fini – cosa è stato il 7 ottobre per Israele: oltre 1.200 ebrei uccisi in poche ore. Numeri che non si vedevano dai tempi delle camere a gas”. Dai tempi delle camere a gas. Chissà se è chiaro a chi vorrebbe mettere Israele sul banco degli imputati non per le sue colpe reali, che non vanno mai taciute, ma per quelle immaginarie che non trovano, e fortunatamente non troveranno mai, riscontro nella realtà.
Luca Rocca