Sabato col Foglio un poster di Navalny. Da lasciare alla Biennale

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

6 MAY 26
Immagine di Sabato col Foglio un poster di Navalny. Da lasciare alla Biennale

Foto Ansa

Al direttore - Complimenti a Matteo Renzi, che corre in soccorso del vincitore Buttafuoco nella querelle sulla Biennale, perché “l’arte deve restare uno spazio di libertà”. Di questo nobile intento, del resto, si fanno garanti le titolari della società che allestisce il padiglione russo, la signora Anastasia Karneeva, figlia del vicepresidente della società di stato che amministra gli armamenti, e la signora Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri Lavrov. Come non fidarsi del loro disinteressato amore per l’arte come spazio di libertà? Un attimo, però: Matteo Renzi… cioè lo stesso presidente del Consiglio in carica quando le statue nude in Campidoglio furono coperte con grandi cassoni bianchi per non turbare le autorità iraniane in visita? Arte libera sì, ma all’occorrenza, in mutande.
Nicoletta Tiliacos
Ci sarebbero stati molti modi per evitare che la Biennale del così detto dialogo tra culture lontane – e in guerra tra loro – si trasformasse in un’occasione per dare centralità a un paese aggressore ai danni di uno aggredito. Non erano forse queste le intenzioni degli organizzatori ma gli effetti oggi sono evidentemente questi: putinismo legittimato, con il bollino della cultura. Di fronte al rischio dell’oblio degli orrori del putinismo, forse può essere utile, oltre a una bella gondolata del dissenso, coltivare anche l’arte della memoria. E per questo il Foglio sabato, il giorno dell’apertura della Biennale, pubblicherà la gigantografia di un’icona della memoria: un poster di Navalny, che invitiamo non a conservare ma a lasciare a Venezia davanti al Padiglione russo. L’arte del dialogo in alcuni casi può avere un senso. Ma l’arte della memoria quando il dialogo diventa un monologo può aiutare a non dimenticare e a ricordare che in guerra anche la propaganda può essere un’arma.
Al direttore - Sono ormai oltre 80 anni che si parla di esercito europeo. C’è stata una persona che, per l’esercito europeo, si fece condannare a due anni di carcere. Era Olivier Dupuis, che nel 1985 rifiutò la leva nell’esercito del suo paese, il Belgio. Era un antimilitarista nonviolento, non un pacifista. Era convinto che un esercito europeo – assieme a un servizio civile e a un piano di aiuti allo sviluppo e alla democrazia – avrebbe potuto garantire la pace, al contrario di eserciti nazionali portatori di guerra, nonché dei pacifisti inerti di fronte alle guerre di aggressione. Quel giovane era già militante del Partito radicale di Marco Pannella, del quale fu dirigente operando da Budapest già prima della caduta del Muro di Berlino, e poi segretario dal 1995 al 2003. Lunedì 4 maggio, Olivier Dupuis è morto con eutanasia ottenuta in Belgio in ragione di una malattia in fase terminale. La sua storia andrebbe fatta conoscere sia a chi propone il riarmo degli eserciti nazionali, sia a chi contrappone la rinuncia alla difesa dell’Ucraina e dell’Europa. Potrebbero così comprendere che esiste un’alternativa europea fondata sulla difesa della democrazia e dello Stato di diritto. Olivier fu riferimento transnazionale di democratici e popoli oppressi: tibetani, cubani, uiguri, montagnard, taiwanesi e tanti altri, denunciando l’ignavia dei governi e della Ue con la durezza degli interventi al Parlamento europeo, degli scioperi della fame, di iniziative portate al limite, come quando si fece arrestare in Laos insieme a Lensi, Manzi, Mellano e Khramov. Negli ultimi anni, ritiratosi dalla vita politica attiva, Olivier faceva firmare a varie personalità lettere a governi e Ue affinché garantissero all’Ucraina un sostegno militare pieno. Proprio come quel ragazzo in carcere 40 anni fa, riteneva che la pace dovesse essere ottenuta e garantita non solo, ma anche, con le armi, per quanto necessario a far valere i diritti umani fondamentali e i diritti umani.
Marco Cappato
La battaglia sana e giusta e coraggiosa di Olivier Dupuis per la creazione di una difesa europea parte da lontano e la strada per arrivare al traguardo finale è ancora lì di fronte a noi ed è lunga. Ma nell’attesa che l’Europa abbia un suo esercito, formato dagli eserciti dei singoli paesi europei, oggi, grazie al sostegno di molti paesi europei, e grazie al sostegno di paesi che non fanno parte dell’Ue, come la Gran Bretagna e la Norvegia, l’Europa ha già un embrione di esercito europeo che protegge non solo l’Europa ma anche alcuni suoi alleati. Si chiama Ucraina. E Dio la benedica.