lettere al direttore
La cittadinanza è un patto di responsabilità
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
21 MAG 26

Piazza Grande a Modena gremita per la manifestazione di solidarietà e vicinanza alle vittime dell'attentato (foto Ansa)
Al direttore - Caro Cerasa, un accordo con il governo federale limita fortemente i controlli sulle posizioni fiscali di Trump e delle sue aziende famigliari. Il dipartimento di Giustizia, inoltre, apre alla possibilità di compensazioni economiche per alcuni coinvolti nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio per presunta persecuzione politica. Così svanisce definitivamente il confine tra interesse pubblico e interesse personale del presidente degli Stati Uniti. E si riaprono interrogativi inquietanti sulla natura stessa delle istituzioni democratiche americane nell’era trumpiana. Il tycoon newyorchese avrà fatto anche cose buone (Gaza e Iran), come sostiene Giuliano Ferrara, ma qui si esagera.
Michele Magno
Al direttore - Leggo dalla Stampa che un deputato italiano della Flotilla parla di “cittadini italiani sotto sequestro al pari degli ostaggi israeliani rapiti da Hamas il sette ottobre”. Ho letto poi il nome dell’onorevole e ho scoperto essere un parlamentare del Movimento 5 stelle. Perché non sono stupito?
Luca Mosconi
Ci auguriamo che l’onorevole in questione venga trattato bene dalle autorità israeliane, che in base al famoso rapporto Palmer (2011) pubblicato dalle Nazioni Unite, come sapete, ha l’autorità di intervenire, senza azioni violente, in acque internazionali, a protezione del blocco navale di Gaza. Ci auguriamo però che al suo ritorno in Italia il suddetto onorevole, che evidentemente non coglie la differenza che vi è tra uno stato democratico che si difende e un gruppo terroristico che usa i civili per difendere le sue azioni criminali, venga accolto tra i fischi dai suoi colleghi parlamentari e venga magari sanzionato politicamente per aver paragonato se stesso a un ostaggio nelle mani di Hamas. Criticare Israele è legittimo, infangare la memoria di chi ha passato anni in un cunicolo di Hamas senza avere altre colpe tranne quella di essere ebreo, no. Siamo sicuri che il M5s prenderà provvedimenti.
Al direttore - Concita De Gregorio martedì sera a “E’ sempre Cartabianca” avrebbe fatto meglio a non avventurarsi con troppa sicurezza in un terreno tecnico come quello del diritto penale, dove un dettaglio può cambiare tutto: il titolo di reato, la pena, perfino il senso giuridico di un fatto. Definire il caso Garlasco “femminicidio” sempre e comunque, sia che l’autore sia Alberto Stasi, sia che lo sia Andrea Sempio, è una semplificazione suggestiva ma sbagliata. L’uccisione di una donna non è automaticamente femminicidio. Nel 2007, quando Chiara Poggi venne uccisa, il riferimento era l’articolo 575 del codice penale: omicidio volontario. Su questa base è intervenuta la condanna definitiva di Stasi a sedici anni, senza un movente accertato con certezza. Oggi il quadro è diverso. Con l’introduzione del reato autonomo di femminicidio, il movente diventa decisivo: odio, discriminazione, dominio, possesso, controllo, oppure il rifiuto della vittima di instaurare o mantenere una relazione affettiva o sessuale. E’ qui che la distinzione diventa essenziale. Se si segue la ricostruzione processuale relativa a Stasi, resta un omicidio privo di movente certo e quindi qualificabile come omicidio. Se invece si considera l’ipotesi investigativa che riguarda Sempio, fondata sull’odio nato dal rifiuto di un approccio sessuale, il fatto potrebbe oggi essere letto in una prospettiva diversa, potenzialmente riconducibile al femminicidio, sebbene, secondo il principio “tempus regit actum”, nel caso specifico, il reato resterebbe punibile secondo la legge del tempo in cui venne commesso. Non è una sfumatura. E’ la differenza tra omicidio e femminicidio. Tra una qualificazione giuridica e un’altra. Tra pene diverse. Tra diritto penale e slogan. Il femminicidio è una fattispecie introdotta di recente nell’ordinamento, formulata dal legislatore per colpire una forma specifica di violenza contro le donne. Proprio per questo non va usata come etichetta automatica ogni volta che la vittima è una donna. Stavolta Concita De Gregorio avrebbe dovuto fermarsi un passo prima: perché la battaglia contro la violenza di genere non ha bisogno di scorciatoie ideologiche, ma di precisione, rigore e verità giuridica.
Avv. Sen. Susanna Donatella Campione, componente della commissione Giustizia del Senato
Al direttore - La risposta di Antonio Tajani e l’intervento di Fulvio Martusciello sul caso di Modena meritano di essere apprezzati perché hanno riportato una discussione emotiva, segnata dall’orrore per quanto accaduto, dentro un perimetro di serietà civile. Tajani ha colto il punto: lo stato deve punire il male, ma deve anche saper riconoscere il bene. Martusciello ha indicato una strada concreta: non usare la cittadinanza come clava retorica, ma come segno di appartenenza da riconoscere a chi dimostra, nei fatti, di condividere il patto della comunità nazionale. La vicenda dei due cittadini egiziani che hanno contribuito a fermare l’aggressore dice più di tanti discorsi astratti sull’integrazione. Dice che l’Italia migliore è quella che sa distinguere: chi aggredisce va perseguito con fermezza; chi difende la vita degli altri va ringraziato, onorato, riconosciuto. Per questo le parole di Tajani e Martusciello sono importanti. Non negano la domanda di sicurezza, ma la liberano dalla propaganda. Ricordano che la cittadinanza non è solo un timbro, ma un patto fatto di doveri, coraggio, responsabilità. A Modena due uomini hanno scelto da che parte stare. E Forza Italia ha avuto il merito di dirlo senza urlare.
Lucia Maccarinelli
Prima gli egiziani!

