Caro Vannacci, non spetta alla politica dare patenti di italianità

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

16 GIU 26
Immagine di Caro Vannacci, non spetta alla politica dare patenti di italianità

Foto Ansa

Al direttore - Il termine “remigrazione” è stato coniato dall’austriaco Martin Sellner, fondatore del movimento identitario germanofono Identitäre Bewegung Österreich (v. il suo “Remigrazione. Una proposta”, Passaggio al Bosco, 2025). Nasce in una villa vicino Potsdam, dove nel novembre del 2023 si sono incontrati alcuni esponenti dell’estrema destra tedesca per discutere di come disfarsi di due milioni di “allogeni”. Da qui l’idea di deportarli in qualche parte del Nord Africa. L’idea non è nuova. Nel 1940 si chiamava “Piano Madagascar”, e prevedeva il trasferimento coatto nell’isola di quattro milioni di ebrei. Non coincide esattamente con quella di Roberto Vannacci, ossia con l’espulsione di massa degli stranieri clandestini dal suolo italiano. Ma è innegabile la sua parentela con la cultura dell’identitarismo di matrice nazionalsocialista. Ora, condannare la xenofobia dell’ex generale con sentenze moralistiche non porta da nessuna parte. Tanto più quando esse includono anche i suoi potenziali elettori, visti come la “feccia” della società: ignoranti, razzisti, fascisti e compagnia cantante. E’ vero, per il momento il successo del fan di Putin è solo ipotetico, ma i sondaggi gli danno percentuali significative. Perché? Rispondere non è semplice. Per ragioni di spazio, mi limito a sottolineare solo una questione. Nonostante le mille promesse da marinaio fatte, i ceti popolari – il principale bacino elettorale di Vannacci, che per questo si pone in competizione diretta con i 5s, che di quei ceti era stato l’interprete – si sentono ancora completamente abbandonati nelle periferie urbane. Quartieri dove continua a covare sotto la cenere un malessere profondo. Dove una maggioranza di migranti non si integra affatto, e in cui le mafie nigeriane, albanesi e maghrebine che gestiscono lo spaccio di stupefacenti, l’usura, il racket di manodopera (anche nelle campagne) spesso rendono la vita impossibile. I cittadini di questi quartieri si chiedono dove siano lo stato, i partiti, i sindacati. E cercano qualcuno che li ascolti. E a molti di loro questo qualcuno sembra, oggi, Vannacci. Niente paura, però. Magari domani, qualche regista più o meno occulto del campo largo definirà Futuro nazionale una “costola della sinistra” per risolvere il problema. Come è avvenuto per la Lega e gli ex grillini.
Michele Magno
La sinistra, su Vannacci, sta facendo una scommessa comprensibile ma pericolosa. Pensa di poter pompare forte Vannacci, nella speranza di vedere una destra che alle elezioni si separa, ma non considera la possibilità che Vannacci, una volta pompato, possa diventare una costola della destra, grazie alla quale la destra, con mille contraddizioni e mille oscenità, potrebbe rivincere le elezioni, anche grazie al gentile contributo della sinistra. Rispetto al tema Vannacci, poi, a proposito di remigrazione, mi sembra che la proposta estremista, sua e anche di un pezzo delle destre estremiste europee, sia ben più grave del portare via i clandestini dall’Italia. La remigrazione non coincide con il rafforzamento delle espulsioni di chi è irregolare o di chi commette reati. Introduce invece il principio secondo cui anche la permanenza di persone regolarmente residenti o naturalizzate può essere messa in discussione sulla base della loro presunta compatibilità culturale con il paese che le ospita. Chi stabilisce quando una persona è sufficientemente italiana? Lo decide un giudice sulla base della legge o un governo sulla base di criteri politici? La difesa dello stato di diritto, se non ricordo male, è un pilastro della destra. Una destra che vuole mettere lo stato di diritto in mano alla discrezionalità non sta rafforzando uno stato: lo sta rendendo più vulnerabile e dunque più insicuro.
Al direttore - Il Corriere della Sera si ravvede e, dopo le veline da Pechino firmate Carlo Rovelli, pubblica anche una bella intervista a Fabio Capello che ricorda cosa davvero significhi vivere in stati totalitari come Russia e Cina.
Giulio Franchi
Al direttore - Più che in ritardo, l’aumento di tassi di riferimento, deciso giovedì dalla Bce, appare un deciso anticipo – la stessa Lagarde la definisce come mossa preventiva – che costituisce una eccessiva correzione del comportamento tenuto nel 2022 quando l’inflazione saliva e la Bce continuava a sostenere che si trattava di un fenomeno transitorio per cui non bisognava muovere i tassi. E’ come se uno si fosse scottato con l’acqua calda e ora si lavasse solo con il ghiaccio. Del resto, lo stesso Istituto tiene a sottolineare il proprio mandato che consiste nel mantenere la stabilità dei prezzi nel 2 per cento simmetrico, ma da valutare in una prospettiva di medio termine. E in tale prospettiva le proiezioni della stessa Bce non si allontanano molto dal target anzidetto. E’, allora, un segnale, precipitoso, che si è voluto dare per l’effetto annuncio, proprio mentre, pur con le acrobazie trumpiane, si potrebbe raggiungere una sospensione non breve delle ostilità nel medio oriente. Con effetti sui mercati e sul credito. Piuttosto ci si deve, allora, chiedere quali siano le posizioni dell’Unione e dei governi ora che si capisce meglio la posizione, pur nell’eventuale dissenso, della Bce. E se non sia opportuno rilanciare l’idea di un raccordo tra politica monetaria e politica economica e di finanza pubblica ai diversi livelli territoriali e istituzionali, ferme restando, ovviamente, le autonomie di queste funzioni. Con i migliori saluti.
Angelo De Mattia