Trovare destre vincenti e di governo non è difficile. A sinistra è dura

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

23 GIU 26
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Al direttore - Sarebbe un grave errore se Giorgia Meloni e i suoi ministri non partecipassero al ricevimento di Villa Taverna. Il 4 luglio non è il giorno del compleanno di Donald Trump ma la ricorrenza dell’indipendenza degli Stati Uniti. Le pagliacciate lasciamole fare ai “campeadores” e a coloro che – per criticare Netanyahu – se la prendono con gli israeliani e persino con gli ebrei della diaspora. Guai a imitarli.
Giuliano Cazzola
Concordo. Andare a Villa Taverna, mostrare vicinanza all’America, salire sul palco e mostrare lontananza da Trump. Chi ci sta?
Al direttore - Dieci anni fa, il 23 giugno 2016, il Regno Unito votava per lasciare l’Unione europea. Oggi, a dieci anni di distanza, la Brexit continua a presentare il conto. Da Cameron a May, da Johnson a Truss, da Sunak a Starmer: sei primi ministri consumati dalla stessa scelta politica. La Brexit non è stata un evento concluso, ma una crisi permanente che ha segnato la vita economica e politica britannica. Da presidente dell’Assemblea parlamentare Ue-Regno Unito ho incontrato in questi anni centinaia di politici, funzionari, imprenditori e rappresentanti della società civile britannica. Il giudizio che emerge è ormai ampiamente condiviso: la Brexit è stata una scelta democratica, ma profondamente sbagliata. I numeri parlano chiaro. Il Regno Unito ha perso circa dieci punti di crescita rispetto alle prospettive pre-Brexit, 1,8 milioni di posti di lavoro e decine di miliardi in esportazioni. Le promesse del 2016 – più prosperità, più sovranità, più risorse per i servizi pubblici – non si sono realizzate. Nigel Farage aveva costruito la sua campagna su quelle promesse. Oggi dovrebbe essere ricordato per ciò che ha prodotto: un gigantesco errore politico ed economico. Nigel Farage è Mister Disastro. Dovremmo tutti chiamarlo così e presentargli il conto della Brexit. Anche in Italia, i sostenitori dell’Italexit hanno smesso di pronunciare quella parola. Troppo evidente il fallimento britannico. Keir Starmer lascia dopo aver tentato un primo riavvicinamento tra Londra e Bruxelles. Un percorso necessario, perché il Regno Unito resta un partner strategico fondamentale. Sarebbe impossibile, ad esempio, immaginare una nuova architettura della sicurezza europea senza Londra. Sono poi convinto che già nelle elezioni britanniche del 2029 si aprirà il dibattito sul ritorno nell’Unione europea. Se ciò accadrà, il Regno Unito troverà una porta aperta. Ma non ritroverà le eccezioni e i privilegi di cui godeva in passato. Londra aveva un abito cucito su misura nell’Unione: ha scelto di toglierlo e quel vestito non esiste più. Nel frattempo, l’Ue non è rimasta ferma. Ha affrontato una pandemia, una guerra ai suoi confini e una crisi energetica. E continua ad attrarre nuovi paesi, dai Balcani all’Ucraina: per accoglierli, deve ora riformarsi e rafforzare la propria capacità di azione. La lezione di questi dieci anni è semplice: l’Unione europea ha dimostrato di poter andare avanti senza il Regno Unito. La domanda che continua a pesare sulla politica britannica è un’altra: se il Regno Unito possa davvero prosperare senza l’Unione europea.
Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe e presidente della delegazione all’Assemblea parlamentare di partenariato Ue-Regno Unito
Il populismo, se non governato, se non incanalato in percorsi di governo in grado di sterilizzarlo, produce disastri. La Gran Bretagna in Europa è stata il paziente zero del populismo antisistema. Ricordarselo, prima della prossima sbandata.
Al direttore - La lunga assenza dal potere del Labour ci aveva fatto dimenticare quanto brutale e partitocentrica sia la politica inglese, come se complotti e trame fossero patrimonio solo della destra conservatrice. Ci eravamo quasi scordati i tempi andati di Blair e Brown e della loro faida (che, tuttavia, assicurarono ai laburisti anni di Downing Street). Prima che parta il giubilo di chi saluta il dignitoso addio di Keir Starmer come il segno che ci vuole una svolta a sinistra e che il centrismo non è attrezzato alla virulenta sfida della polarizzazione dei Farage e dei Vannacci, due considerazioni. La prima: il progetto con cui Starmer ha stravinto le elezioni ha scontato le difficoltà che tutti i governi, tutte le maggioranze, di ogni segno politico, destra, centro e sinistra stanno pagando nelle urne, a vantaggio di partiti fotocopia populisti ed estremisti, neri o rossobruni. In Spagna, in Francia, in Germania, in Italia, ora in Gran Bretagna. Un governo non cade perché è più o meno di sinistra, ma se mostra di non mantenere gli impegni presi in una campagna elettorale correttamente combattuta e vinta con una piattaforma che parlava a tutto il paese, e non solo ai “nostri”. Non si resta in vetta semplicemente rivendicando stabilità; il panico prodotto dall’ascesa di Reform Uk ha fatto il resto. Secondo: il compito che ora spetta a Andy Burnham, maglietta nero pirata e Cv da sindaco fuori Westminster, non è quello di proporsi come un Corbyn lite (spero che il Labour, per quanto cannibale, ricordi la magnitudo della sconfitta di una agenda massimalista e identitaria) ma, al contrario, come un leader e premier pragmatico, capace di tenere unito un partito che ora come non mai ha bisogno delle sue migliori forze, da centro e da sinistra, per recuperare un filo con gli inglesi, spaventati da economia, crisi energetica, tema migratorio, un quadro geopolitico imprevedibile, sicurezza, dalla coda lunga della Brexit. Logico che Burnham prometta – e ci sarà, aspettiamoci più stato – cambiamento. Che, tuttavia, sarà credibile solo se costruito su quanto Starmer ha portato avanti in questi due anni, e non contro (penso, ad esempio, alla collaborazione crescente con l’Europa e alla posizione ferma sull’Ucraina). Le chance per Burnham o chi verrà di fermare l’onda di Farage (ma la campana suona anche da noi) non risiedono in un nostalgico ritorno a un fallimentare passato, ma nella sua capacità di rispondere in tempi rapidi e con buon senso alle ansie e alle attese della gente comune oggi.
Filippo Sensi, senatore del Pd
Tutto vero. Con un ma. Esiste, in Europa, nel mondo, una sinistra in grado di offrire un modello politico vincente? Le sfumature della destra sono infinite. Le sfumature della sinistra sono limitate. Trovare destre vincenti e anche di governo non è difficile. Trovare sinistre vincenti e di governo è dura.