Lettere al direttore
La procura, la politica, la stampa. Ancora sull’inchiesta di Milano
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
25 GIU 26

Foto ANSA
Al direttore - Maurizio Crippa, nel suo pezzone sul Foglio di lunedì, si è alquanto inalberato perché un anno fa, sulla Prima Ora del Corriere (la newsletter più letta d’Italia, che ho l’onore di curare) avevo definito Manfredi Catella grattacielaro: a suo avviso non la parafrasi ironica di palazzinaro, ma “toni stupidamente insultanti”. Poi dà dell’indemoniato al collega Valtolina (Giacomo: bravissimo), ma in realtà si confonde e si riferisce ancora a me, perché gli attribuisce altri virgolettati miei. Infine mi cita una terza volta, perché – secondo lui “a costo del ridicolo” – avevo stigmatizzato una delle possibili soluzioni della crisi abitativa di Milano suggerite da Catella. Questa: “Genova ha 40 mila case vuote, l’alta velocità ci porterà in Liguria in 40 minuti, a Londra per andare da una parte all’altra si impiega un’ora”. L’ipotesi di deportare 40 mila famiglie milanesi non mi sembrava così digeribile. Ma per Crippa “era un’idea con un pizzico di provocazione immaginativa rivolta al futuro e di puro buon senso”. Ora, potrei restare sul fatto personale e constatare che il registro sarcastico – su cui il Foglio ha meritatamente prosperato – non è consentito se si tocca il noto sviluppatore, mentre avverbi come stupidamente e aggettivi come indemoniato e ridicolo non sarebbero insultanti (quanto allo sprezzante “un Gianluca Mercuri” sono sicuro che sia un refuso, quell’un). Voglio invece prendere il lato positivo dello sforzo analitico di Crippa: ragioniamo sul modello Milano, passato presente e soprattutto futuro. Ma senza vivere la discussione come un derby deciso comunque dai magistrati, quelli dell’accusa se le loro tesi prevalgono e quelli giudicanti se le azzerano (en passant: vedete, cari amici del Foglio, che la separazione c’è comunque). Crippa avrebbe potuto notare che, nella stessa newsletter, non facevo affatto strame del modello Milano – “Tanto mattone per nulla, insomma? Nulla no, altrimenti non si capirebbe perché milioni di italiani ancora oggi si trasferirebbero volentieri a Milano, se solo potessero” – e in quella successiva citavo tutti i dubbi sulla consistenza delle inchieste e mi chiedevo: “Ma tutto questo configura anche reati precisi, fino al gigantesco sistema corruttivo delineato dai pm? Hanno indugiato, i magistrati, nell’aggettivazione indignata anziché nell’individuazione di esatte fattispecie? Il loro è un azzardo, o come si diceva un tempo, un teorema? Lo capiremo solo con gli sviluppi dell’inchiesta. Intanto c’è il dato politico”.
Ecco quello su cui dovevamo e dovremmo ancora ragionare: il dato politico. Il paradosso è che i pm hanno fatto un lavoro da giornalisti e noi giornalisti (la maggior parte) ce ne siamo astenuti. A noi giornalisti non spetta valutare i reati, ma dovrebbe interessarci capire se esista o meno “un vantaggio economico assolutamente sproporzionato a favore del privato e dei suoi progettisti, un deterioramento ambientale in termini di carichi edilizi non compensati da adeguati spazi e servizi, un consumo di suolo e dei requisiti igienico-sanitari di aria, luce e veduta delle abitazioni: e quindi non un interesse pubblico, ma, al contrario, un danno immediato agli abitanti e un danno pubblico indiretto, a causa delle ripercussioni sulla comunità”.
Non mi importava col senno di prima, e tantomeno mi importa adesso, se “ristrutturare” un’area con una semplice Scia fosse regolare o no. Mi importava e mi importa l’effetto, le torri di 20 piani nei cortili, che da due volte elettore di Sala ho vissuto come un tradimento, senza con ciò negare gli enormi miglioramenti della città. E mi importavano e mi importano i pareri di urbanisti come Gabriele Pasqui ed Elena Granata, che già da prima delle inchieste avvisavano dei rischi legati a una trasformazione affidata solo al mercato e senza una regia pubblica sufficientemente forte, degli oneri di urbanizzazione troppo bassi, del fatto che in meno di 10 anni a Milano si è costruito il 10 per cento delle volumetrie di tutta Italia, della densificazione urbana troppo veloce, tutta in altezza e di lusso, degli scali ferroviari non destinati ad allargare l’offerta di edilizia a prezzi agevolati, di un housing sociale che non rispondeva ai bisogni abitativi delle fasce più deboli. Con la conseguenza che tranvieri, insegnanti, infermieri fanno fatica a stare a Milano. E a decine di migliaia, secondo il modello delle case solo per ricchi, dovrebbero trasferirsi a Genova. Che sarebbe pure bello, se non diventasse un obbligo. Perché non ricominciamo a discutere di tutto questo? In modo, come dire, costruttivo.
Gianluca Mercuri
Ciao Gianluca, grazie degli spunti preziosi. Qualche riflessione aggiuntiva. E’ confortante sapere che ci siano giornalisti che si sono posti domande sulla consistenza delle inchieste sull’urbanistica a Milano. Purtroppo però quando a seguito di un’inchiesta si ragiona sul “dato politico” che emerge dall’inchiesta a nostro avviso si commette un errore. Un’inchiesta giudiziaria non è mai uno spunto per una riflessione su un tema diverso da quello dell’inchiesta. Di fronte a un’inchiesta giudiziaria, che aggredisce non soltanto la vita di una città ma anche la vita di alcuni cittadini, ci sono due approcci possibili. Il primo: aderire all’inchiesta, senza porsi domande. Il secondo: capire se l’inchiesta regge, e nel caso che ciò non avvenga provare a demolirla. Il dato politico sull’urbanistica esiste ma introdurlo nel momento in cui c’è un’inchiesta involontariamente aiuta chi prova a trasformare il lavoro dei magistrati in uno spunto per occuparsi non di ciò che è legale o illegale ma di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Hai ragione quando dici che in un passaggio dell’articolo abbiamo attribuito una frase scritta sul Corriere della Sera non a te ma a Giacomo Valtolina (ci scusiamo con l’interessato). Temo tu non abbia invece ragione quando dici che l’inchiesta di Milano dimostra che la separazione delle carriere c’è comunque. Se ci fosse stata, magari, non ci sarebbero stati gip che avrebbero preso come oro colato le richieste di arresto dei pubblici ministeri fondate più su teoremi che su prove. E il fatto che qualche giudice successivamente abbia mostrato la fragilità del castello di carte non fa che confermare che sarebbe stato possibile fermare tutto subito, non dopo aver messo al fresco qualcuno. Buon lavoro.