La soluzione anti ipocrisia al dilemma delle preferenze c’è: parlamentarie

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa


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Foto ANSA

Al direttore - Sono sempre stato renziano, da quando l’astro di Renzi è apparso all’orizzonte fiorentino. L’ho abbandonato dopo l’esperimento fallito del centro con Calenda e voterò quest’ultimo, più coerente e rigoroso e soprattutto, ai miei occhi, il più grande sostenitore in Italia dell’Ucraina e di Zelensky nella resistenza contro il fascismo di Putin e della Russia (a proposito, Renzi gira il mondo, retribuito o no che sia, e fa bene, sia chiaro, ma in Ucraina a incontrare Zelensky quando? A guerra finita?). Ma non avrei mai pensato che, uno della sua intelligenza politica, arrivasse al punto di dire di Giorgia Meloni che è scendiletto di Trump e che ha rovinato l’Italia. Due affermazioni da bar dello sport, ma che dico da bar dello sport, da casa del popolo di sfegatati ammiratori di Travaglio (è piena l’Italia di certe case del popolo). Brutto indizio, quando si arriva a queste beceraggini che neppure un Fratoianni.
Roberto Volpi
Il centro, nelle sue mille vesti, merita un approfondimento creativo. Ne riparliamo nei prossimi giorni, con la teoria della sciame (citazione di Guido Vitiello).
Al direttore - Molto interessante, come al solito, quanto scrive Lucetta Scaraffia sotto il titolo di “parole laiche”. Vorrei aggiungere alle sue osservazioni una mia considerazione. Penso che il cristiano sia obbligato a parlare positivamente di “umano”, visto che il Dio in cui crede si è addirittura “incarnato”, cioè è diventato uomo, cioè “umano”, salvando tutto ciò che riguarda, appunto, l’uomo. L’umano intero. Se per tanto tempo i cristiani non ne hanno più parlato è perché hanno ridotto il cristianesimo a “moralismo”, invece che esaltarne la sua assoluta novità (unica nella storia umana) di avvenimento storico, di un fatto con cui confrontarci. Sotto questo profilo, la parola “spiritualità” può diventare molto equivoca, perché favorisce la dimenticanza del “fatto” più rivoluzionario avvenuto nella storia umana.
Peppino Zola
Al direttore - Il fascismo è caduto il 25 luglio 1943. Benito Mussolini fu giustiziato il 28 aprile 1945. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro dal 1° gennaio 1948. Eppure, solo da quando è al governo la destra si susseguono nei comuni amministrati dalla sinistra le revoche della cittadinanza onoraria conferita, a suo tempo, al Duce. Non pensa, direttore, che sarebbe il caso di togliere a Mussolini anche il diploma di maestro?
Giuliano Cazzola
Chi vuole riscrivere la storia con le lenti del presente è perché di solito sul presente non ha nulla di interessante da dire.
Al direttore - Spesso nei suoi editoriali Lei scrive che una società libera si difende investendo nella responsabilità e nell’educazione. Nella questione droga la vera domanda è: perché sempre più giovani cercano nelle sostanze ciò che dovrebbero trovare nella vita? Da anni mi occupo di prevenzione e ho imparato una lezione semplice: nessuno inizia a drogarsi perché gli manca un divieto. Spesso inizia perché gli manca un motivo abbastanza forte per dire di no. Per questo la prevenzione non può ridursi a una campagna informativa o a un intervento quando il problema è già esploso. La prevenzione è educazione. E’ costruzione della persona. E’ allenamento alla libertà. Una società investe miliardi per curare le dipendenze, ma fatica a investire tempo, risorse e intelligenza nell’educare al senso del limite, alla responsabilità e alla ricerca del significato. Preferiamo intervenire sulle conseguenze piuttosto che sulle cause. La domanda, allora, non è se proibire o liberalizzare. La domanda è se abbiamo ancora il coraggio di educare: un ragazzo che scopre il valore della propria vita difficilmente cercherà la felicità in una sostanza. E una società che smette di educare non produce cittadini più liberi: produce persone più fragili. Forse la vera sfida culturale è tornare a credere che prevenire significhi, prima di tutto, educare alla libertà.
Andrea Zirilli
Al direttore - Nel godibile pezzo di Saverio Raimondo (il Foglio, 1 luglio) sulle cilecche del presidente del Senato e Seconda carica dello stato, Ignazio La Russa, rilevo una imperdonabile omissione: egli è interista e capeggia una banda di parlamentari bauscia come lui. Non trova che dovrebbe farsi “calcisticamente terzo”? Terzo, ecco terzo. Ma, direttore, scusi, forse che lei...?
Vittorio Zambardino
Forse, voleva dire, calcisticamente primo? Ops! Un abbraccio.
Al direttore - Mi chiamo Daniela Ceccotti e scrivo per complimentarmi per il bellissimo articolo a cura di Nicoletta Tiliacos su Eugenia Roccella e Luigi Cavallari. Sono loro amica da trenta anni, ed erano esattamente così, come li ha egregiamente descritti l’autrice. Questo pezzo mi ha commosso fino alle lacrime e volevo ringraziare Nicoletta T. (che ho incontrato in più di una occasione, sempre con Eugenia e Luigi) per averlo scritto in modo così dolce e delicato. Grazie ancora a Nicoletta, spero le giunga questa mia piccola dimostrazione di gratitudine. Cordiali saluti.
Daniela Ceccotti
Al direttore - Delle preferenze tutti parlano, ma nessuno le vuole davvero. Non le vogliono le segreterie dei partiti, che perderebbero il controllo sulle candidature. E non le vogliono nemmeno molti parlamentari, soprattutto i “peones”, ormai lontani anni luce dagli elettori. Salvo i pochi che godono di visibilità televisiva, molti altri trascorrono un’intera legislatura da illustri sconosciuti, senza un ufficio nel collegio, senza un rapporto stabile con il territorio. In Sardegna su 16 nominati se ne possono ricordare forse 3. Con le preferenze dovrebbero metterci la faccia e conquistare il consenso dei cittadini. Troppa fatica, meglio stare vicino ai vertici del proprio partito. E’ questa la vera ragione per cui le preferenze vengono invocate a parole e puntualmente accantonate nei fatti.
Antonello Sassu
Una soluzione anti ipocrisia c’è: parlamentarie.