lettere
Reminder: con Trump non funziona ciò che è giusto, ma ciò che è virale
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
7 LUG 26

Al direttore - Novantamila e rotti per dodici. E non a Tor Vergata. Senza polemiche, senza pit, senza tweet presidenziali, si chiude l’epopea da record di Harry Styles a Londra con l’ultima delle dodici serate a Wembley prima della residency al Madison Square Garden da fine agosto a fine ottobre che manco un Moriconi nostrano. Colorata dal pride in centro e da fragole e panna poco più giù, Londra in venti giorni di composto delirio pre mid e post adolescenziale – di ragazzine incravattate col merch cento per cento unofficial rimediato a Camden dopo l’assalto delle prime date allo store di Southwark – ha subito una delle peggiori ondate di caldo della sua storia reagendo con l’incremento dei refill point e aumentando le corse in metropolitana, perché se Macron non suda, Burnham evidentemente sì – con buona pace dell’agiografo pezzato dei Pariolì. Sign of the Thames. E allora Shania Twain ad aprire per la gioia delle madri prima dell’aggiornamento automatico del registro di fischio per l’apparizione dell’ex directioner vestito da Harry Lambert, non proprio in canotta e pantaloncini piuttosto top cropped e pantaloncini. Un incredibile pezzo di acquario che diventa subito un incredibile pezzo di armadio – ventisette gennaio contro primo febbraio, in this world it’s just us. Mezza col sole ancora alto e mezza col buio illuminato da infiniti fuochi d’artificio, la litania pop frammentata da risposte a cartonati precedentemente misurati all’ingresso con modellino prestabilito in A3 si dipana in due ore di pianti ricordando i sopravvissuti e non ex compagni di band e interminabili ringraziamenti con tanto di sorella commossa sul palco a ricordarci quanto fiera. Due ore di corse su un palco lungo quanto Silverstone a coprire l’intero fu prato preferito dalla Nazionale dei Tre Leoni fino all’ultima cronometrata prima del tastierino di “As It was” arrivando in scivolata con tempismo perfetto al microfono rimasto speranzoso sul posto. Uscita in cinque minuti così come l’entrata, pellegrinaggio composto verso le più linee collegate al tempio di Bobby Moore e deflusso british. In altre periferie dell’impero è andata peggio.
Jacopo Marchesano
* * *
Al direttore - Ha suscitato un certo scalpore la foto postata da Donald Trump su Truth che lo ritrae accanto a Giorgia Meloni. L’immagine è corredata da una didascalia: “Restraining order needed” (Serve un ordine restrittivo). Nel 1976 lo storico Carlo M. Cipolla pubblicò per la prima volta in inglese un saggio memorabile, “Le leggi fondamentali della stupidità umana”. La quarta legge recita: “Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare, i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, e in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore”. Cinquant’anni dopo, sono pochi i leader politici europei che l’hanno capito. A questo punto, mi piace pensare che la nostra presidente del Consiglio sia tra quei pochi.
Michele Magno
Potrebbe esserlo, ma sempre con un’avvertenza: evitare, di fronte a una stupidità, di commettere l’errore di rispondere con un’altra stupidità. E ricordarsi, quando si può, che di fronte a Trump non funziona ciò che è giusto, ciò che è serio. Funziona, prima di tutto, ciò che ti strappa un sorriso, ciò che ti permette di uscire fuori dal ping pong delle banalità e ciò che in definitiva costringe il tuo interlocutore a confrontarti con te non sulla forza del merito ma sulla capacità che ha il tuo messaggio di diventare virale.
* * *
Al direttore - Caro Cerasa ho letto il suo articolo sullo “sciame centrista”. Anch’io mi auguro che sia possibile superare i personalismi dei troppi generali e formare una forza riformista competitiva. Ma il vero ostacolo è una legge elettorale che da trenta anni a questa parte nelle sue varianti si ostina a imporre un bipolarismo sempre più bastardo. Per evitare l’inciucio, ne abbiamo creati due in lotta tra loro.
Giuliano Cazzola
* * *
Al direttore - L’intervista di Achille Occhetto al Suo giornale conferma un elemento di fondo che, fra il 1992 e gli anni successivi, ha caratterizzato Mani Pulite. Andando al di là di distinzioni formali tra una destra e una sinistra largamente superate, Occhetto, insieme a Pannella che fece opera di convinzione su Craxi che commise uno dei suoi più gravi errori in quella fase, sponsorizzò Scalfaro come Presidente della Repubblica. All’opposto di Cossiga (per questo le distinzioni formali e tradizionali di destra e di sinistra a partire da allora vennero del tutto superate) Scalfaro era un giustizialista che sostenne in tutto l’indirizzo unilaterale e rivoluzionario-eversivo del pool dei pm di Milano, che mentre il sistema di Tangentopoli coinvolgeva tutto e tutti, invece, colpì in modo selettivo Craxi e il Psi, i partiti laici, l’area del centrodestra della Dc e invece salvò il Pds, che al finanziamento irregolare aveva partecipato in tutte le sue voci, e la sinistra democristiana in vista della loro conquista del potere. Essendo questo l’obiettivo giustamente Occhetto dal suo punto di vista non stesse a guardare se Scalfaro era formalmente di destra ma badò alla sostanza di quella che fu chiamata Mani Pulite. Scalfaro lo ripagò coprendo tutte le forzature e le unilateralità del pool di Mani Pulite fino a consentire l’adozione decisiva di un faldone unico con un unico gip, appunto Italo Ghitti, che convalidava tutte le richieste di arresto della procura.
Fabrizio Cicchitto