
Giuseppe Conte (Ansa)
Lettere
Più che cancellare il Movimento 5 stelle basterebbe ridimensionarlo
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
Al direttore - Cancellare il M5s si può, anche se saranno necessari alcuni anni per riuscirvi. Per la precisione, però, il M5s è una realtà politica che si cancella, man mano, da sola; la sua parabola discendente essendo iniziata nel 2019, geometricamente parlando esso dovrebbe scomparire verso il 2030 o giù di lì. Nei prossimi anni, un’Italia sempre meno malata sarà un’Italia che non avrà più alcun bisogno di esso, poiché il Movimento è stato ed è una pillola, non un nutrimento. La sua sparizione non sarebbe, però, comunque utile per la cultura politica di sinistra, perché essa ormai è condannata all’estinzione, non solo in Italia. Con l’estinzione della sinistra, si estinguerà necessariamente anche la destra e si darà vita a una nuova dialettica civile e politica.
Alberto Pangini
Cancellare ovviamente non vuol dire abolire. E l’idea di cancellare il M5s evocata da Calenda non ha niente a che vedere con l’idea grillina di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno (non ricordiamo quale partito abbia legittimato in politica il vero turpiloquio eversivo: ci aiutate voi?). E’ qualcosa di più interessante. Significa spingere ai margini del dibattito o dell’influenza il M5s. Significa ridimensionare il populismo. Abbiamo visto che ieri il presidente Giuseppe Conte si è indignato per la domanda che abbiamo posto sui nostri social agli studenti universitari, domanda che come sapete facciamo ogni settimana (le migliori risposte le pubblichiamo sulla newsletter “La Situa” e sul sito del Foglio: si scrive qui, in 2000 battute, a [email protected]). Nostra domanda: “Come si fa a cancellare politicamente il M5s? E soprattutto, è utile per la sinistra?”. Conte ha detto, commentando la nostra domanda, che “il partito trasversale delle armi sta affilando i propri strumenti per contrastare chi non la pensa in questo modo”. Rispetto al tema del partito delle armi, forse, il M5s ha evidentemente cancellato prima di Calenda un pezzo della sua storia, dato che fu proprio Giuseppe Conte, durante il suo mandato come presidente del Consiglio, a sottoscrivere dichiarazioni congiunte nei vertici Nato del 2018 a Bruxelles e del 2019 a Londra, durante i quali impegnò l’Italia ad aumentare le spese per la Difesa destinando il due per cento del pil. Conte probabilmente lo ha cancellato, ma a Londra nel 2019 firmò questo documento da premier: “Siamo determinati a condividere i costi e le responsabilità della nostra sicurezza indivisibile. Attraverso il nostro impegno, stiamo aumentando i nostri investimenti nella Difesa in linea con le sue linee guida del 2 per cento e del 20 per cento, investendo in nuove capacità e contribuendo con più forze alle missioni e alle operazioni”. Politicamente parlando, in verità, per chi auspica che il centrosinistra possa tornare a vincere, il M5s più che cancellarlo bisognerebbe ridimensionarlo. E lo scenario di uno spazio al centro non dipende solo dall’erosione degli estremi, a destra e a sinistra, ma dipende dalla semplice risposta a una domanda: c’è in Italia un leader, che ancora non vediamo, che potrebbe pensare di creare una nuova dialettica civile e politica provando a parlare più a chi si oppone agli estremi che a chi li alimenta?
Al direttore - Sull’Osservatore Romano del 31 marzo 2025, Anna Foa afferma che “nelle comunità israelitiche italiane non sembra trovare spazio un’analisi critica delle politiche perseguite dall’attuale governo israeliano (..) Prevale un atteggiamento identitario e di sostegno acritico alla politica israeliana corrente, che – prosegue Foa – da ebrea oltre che da storica, non giova alla causa della legittimazione internazionale di Israele”. Vorrei segnalare alcuni punti. Quanto a “comunità israelitiche”: la legge 101/1989 dispone che l’Unione delle comunità israelitiche italiane assuma la denominazione di Unione delle comunità ebraiche italiane: non è stato un cambiamento casuale. “Nelle comunità… non sembra trovare spazio un’analisi critica delle politiche perseguite dall’attuale governo israeliano”: lo statuto Ucei dispone che “spetta in via istituzionale alle Comunità ebraiche promuovere i contatti spirituali e culturali con Israele” (art. 1, 3, k). Ossia, contatti spirituali e culturali, non politici. Le Comunità ebraiche non sono partiti politici e, al loro interno, convivono le più svariate opinioni. Se la Comunità cui sono iscritto ritenesse di cimentarsi in “un’analisi critica delle politiche perseguite dall’attuale governo israeliano”, provvederei a cancellarmi, per via della violazione dei suoi compiti statutari. I centri di cultura delle diverse Comunità possono esaminare, studiare, dibattere e così via, ma se assumessero una posizione politica, violerebbero i diritti degli iscritti. Non vi è spazio nelle comunità ad alcun “sostegno acritico alla politica israeliana corrente” ma al diritto all’esistenza dello stato d’Israele. Sarebbe bene distinguere fra l’appoggio alle Forze armate israeliane e l’appoggio a Netanyahu. Ipotizzo che chi avversa “Bibi” in tutti i modi possibili e immaginabili, in Israele e fuori da Israele, sappia distinguere fra stato e governo. Soggiungo che inserire le Comunità ebraiche nel dibattito politico oltre a essere errato, comporta un vulnus ai diritti degli iscritti e ingenera un’opinione non congrua in seno all’opinione pubblica. Sono certo che non è questa l’intenzione di Anna Foa, ma lo dico perché non ho mai creduto nel brocardo in claris non fit interpretatio. “Non giova alla causa della legittimazione internazionale di Israele”. Si è padroni – ci mancherebbe – di considerare che la legittimazione internazionale di Israele dipenda dal suo retto comportamento. Del pari, sono libero di diffidare della c.d. legittimazione internazionale basata sul retto comportamento di Israele, perché in passato il retto comportamento degli ebrei ha avuto il medesimo impatto: zero. Questo insegna la storia. Sono decenni e decenni di diffamazione dello stato ebraico a confermarlo. Ho seguito per anni i lanci di infiniti razzi da Gaza nell’assoluta indifferenza del mondo; ho letto di Gaza “prigione a cielo aperto” cassando l’esistenza di una frontiera con l’Egitto. Chi legge una buona parte dei testi scolastici, chi segue la televisione, chi presta attenzione alla grande editoria, vede che il dibattito sul conflitto in corso si svolge inaudita altera parte. Tutti o pressoché i libri a favore di Israele sono pubblicati da editori più o meno sconosciuti o che comunque non arrivano in libreria; su questo problema vorrei si impegnasse l’amica Anna Foa, vista la documentata reciproca stima. Mi rendo conto che è una pretesa eccessiva nei confronti di chicchessia, fuorché del dibattito, il quale se ne gioverebbe.
Emanuele Calò