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La musica dei cattivi e l'austera compostezza di Mick Harvey

Vittorio Bongiorno

Polistrumentista, produttore raffinato, ammutinato del rock. Da angelo custode di Nick Cave alla carriera solista. Intervista bolognese

Ha preso parte alla festa di compleanno di un giovane e debosciato Nick Cave e ha suonato per gli angeli di Wim Wenders. Ha piantato i “semi cattivi” musicali tra Londra e Berlino e ha tradotto “Je Taime, Moi Non Plus” di Serge Gainsbourg in inglese. Ha suonato chitarra, basso, batteria, piano e xilofono, sonorizzato film e prodotto dischi per sé e per due autentiche muse del rock come Anita Lane e PJ Harvey, e dopo quasi cinquant’anni di carriera è ancora on the road per l’ennesimo viaggio musicale. Questo distinto signore dalla folta chioma imbiancata e dall’austera compostezza si chiama Mick Harvey, nato nel 1958 in una cittadina rurale a nord di Melbourne, Australia, ed è uno dei musicisti e produttori più raffinati e ricercati a livello internazionale. Un uomo capace di tenere a bada una banda di scalmanati coetanei terroristi sonori che da metà anni 70 ha messo a ferro e fuoco i locali malfamati di St. Kilda, lungomare di Melbourne, e poi quelli di Londra e Berlino, prima come Boys Next Door, i ragazzi della porta accanto, poi come Birthday Party, la festa di compleanno, e infine come Bad Seeds, i semi cattivi.

 

Polistrumentista, produttore raffinato, ha iniziato a metà anni 70 mettendo a ferro e fuoco i locali di Melbourne. Poi Londra e Berlino

              

A capo di tutte e tre le incarnazioni musicali, e sotto i riflettori, c’è sempre stato Nick Cave, autore delle musiche e delle liriche di furibonde ballate che mescolavano punk, blues e teatro dell’assurdo, oggi divenuto rockstar planetaria. Nelle retrovie invece, a programmare, organizzare, produrre e suonare tutti gli strumenti possibili c’è sempre stato lui, Mick Harvey: coautore, insieme all’amico d’infanzia Cave, di molte delle canzoni, arrangiatore delle sezioni di archi, perfino gestore delle scarse finanze degli esordi e del ricchissimo catalogo di album accumulati lungo una fruttuosa carriera. Se è discutibile il detto che dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, è vero invece che dietro il successo di Nick Cave c’è stato, per molto tempo, lo zampino di Harvey, che è pure un grande amante dei gatti. Almeno fino al 2009, quando Harvey abbandona ufficialmente Nick Cave and The Bad Seeds dopo venticinque anni insieme, lasciando di stucco i fan della prima ora. Nonostante questo matrimonio rock sia finito bruscamente il polistrumentista non si è fermato un momento, continuando a suonare e producendo una dozzina di album da solista, di cui ben quattro di rivisitazioni e traduzioni in inglese dei classici dello chansonnier francese Serge Gainsbourg, quello di “Bonnie and Clyde” e “Lemon Incest”.

 

                 

 

Fra qualche giorno Mick Harvey arriverà in Italia per presentare il suo nuovo disco solista, “Golden Mirrors”, che ha prodotto e suonato insieme alla giovane chanteuse messicana Amanda Acevedo, e il documentario di Ian White “Mutiny in Heaven. The Birthday Party. Nick Cave – La prima fila non è per i fragili”, di cui è produttore esecutivo insieme a Wim Wenders, oltre che supervisore musicale. 

 

E’ in Italia per presentare il disco “Golden Mirrors”, suonato insieme alla chanteuse Amanda Acevedo, e il documentario “Mutiny in Heaven”

                     

“Spero che i bolognesi non siano stanchi di vedermi ogni anno”, mi dice con il tipico black humor australiano riferendosi alla doppia data di Bologna del 10 aprile (di pomeriggio al Cinema Galliera e alla sera in concerto al Binario69). Con l’Italia sembra avere un buon rapporto, visti i tanti concerti e l’affetto ricambiato dal suo nutrito pubblico, ma quando lascia la natia Australia la sua base è sempre Berlino, dove era arrivato con i compagni di sventure nel lontano 1982 dopo due anni di miseria nera e tentativi di sbarcare il lunario con la musica a Londra. Vedere lui, Cave e gli altri nel documentario è impressionante: pallidi e magri come chiodi, tentavano di proporre una musica aggressiva e scarnificata da qualsivoglia accenno di grazia e melodia, ostinatamente contro un mercato discografico che premiava come sempre la classica melassa pop. Chiedo a Harvey se oggi ha nostalgia di quei concerti che finivano in rissa: “Provo nostalgia per alcune cose, ma non per le band in cui ho militato. In qualche modo quella nostalgia viene espulsa da te e rimane la musica, che continua a vivere ed è ancora presente. Di certo non ho sensi di colpa, e rifarei tutto per raggiungere le vette raggiunte da quella band. Sarei solo un po’ più saggio nel ripercorrere alcune di quelle situazioni”. I Birthday Party erano principalmente una band che viveva la frenesia dell’esibizione dal vivo, una vera e propria valanga. Il documentario restituisce in modo sorprendente ciò che succedeva sul palco, difficile da ricreare negli album incisi in studio.

Ci fa seguire cronologicamente le vicende del gruppo dai primi vagiti a Melbourne sino alla dissoluzione a Berlino, e alla nascita del primo nucleo dei Bad Seeds: dopo i titoli di testa “Mutiny in Heaven” si apre con le immagini dei cinque musicisti ripresi in slow motion sullo scenario acustico di un suono lancinante di chitarra elettrica. Una voce narrante, forse quella del geniale chitarrista Rowland S. Howard, dice: “Era un periodo davvero insolito nel senso che tutto era possibile e potevi fare quello che volevi, senza dover rispettare le regole. E se non dovevi obbedire alle regole su una cosa… allora per quante altre cose non si dovevano rispettare le regole?”. Nick Cave in canottiera sbrindellata e sudata, un ciuffo di capelli che somiglia a un nido di corvi, urla al microfono invettive contro il pubblico. Quella che sembra essere la voce di Mick Harvey aggiunge: “Era qualcosa che veniva dall’interno della psiche. E alcune notti la cosa si trasformava in una bolla. A volte era spaventoso”. L’odio verso la città che tratta i cinque australiani come gli zotici cugini che vengono da un’isola lontana viene incanalato in un turbine sonoro che tenta di demolire tutto ciò che si sente in quel momento a Londra, soprattutto dal vivo. I Birthday Party sono preceduti da una reputazione roboante e i loro concerti diventano performance artistiche autodistruttive: Cave provoca il pubblico con urla selvagge, testi che mescolano poesia della strada, citazioni dal Vecchio Testamento e persino bestemmie

 

Il turbine sonoro delle band con Nick Cave, dai Birthday Party ai Bad Seeds. Urla selvagge, poesia della strada, Bibbia e bestemmie

                     

Perché questa storia a tratti straordinaria venisse raccontata nel modo più onesto e sincero possibile Mick Harvey ha dato il suo contributo non tanto per controllare il lavoro del regista, quanto per guidarlo nell’evitare errori e per non dimenticare la memoria di chi non c’è più (il bassista Tracy Pew e il chitarrista Rowland S. Howard sono scomparsi rispettivamente nel 1986 e nel 2009). “Io sono solo uno dei cinque componenti di questa storia e sarebbe stata una cattiva idea spingere la mia versione”, mi dice raccontandomi gli sforzi per essere garante della veridicità del racconto, e infatti il regista ha deciso di non ascoltare oggi i superstiti e di usare solo interviste preesistenti, insieme a un minuzioso lavoro sugli archivi di foto e video. Nell’ottobre del 1982 i Birthday Party si chiudono nei mitici Hansa Studios di Berlino, a due passi dal Muro, per registrare quattro brani che diventeranno l’album “The Bad Seeds”. Nello stesso studio dove David Bowie aveva dato forma alla celebre “Trilogia berlinese” gli australiani registrano anche “Deep In The Woods”, una sferragliante e ossessiva ballata su un crimine passionale.

Sospinto dalla chitarra dissonante di Howard, Cave canta il suo lamento blues: “Nel profondo del bosco un funerale si sta compiendo, l’amore è per i pazzi e tutti i pazzi sono amanti”. Il documentario “Mutiny in Heaven” si chiude quando, dopo cinque anni passati insieme a dormire dove capitava, perennemente senza un soldo e soprattutto in continuo scontro tra Howard e Cave, la band si scioglie. Complice anche l’uso dell’eroina che diventa sempre più presente. “Non ho mai visto una band autodistruggersi così volontariamente sul palco” dirà qualcuno di loro. I Birthday Party si dissolvono e rinascono prendendo il suggestivo nome biblico del loro ultimo disco, The Bad Seeds, e ripartono alla volta di Berlino per l’assalto finale al rock. A dimostrazione della sua poliedrica abilità Mick Harvey compare in ben due scene nel capolavoro di Wim Wenders “Il cielo sopra Berlino” del 1987: la protagonista del film, accompagnata dagli angeli custodi, scende nei bassifondi per sentire due band suonare una musica stridente ma palpitante, e lui si esibisce prima al piano con i Crime & The City Solution e poi al basso con Nick Cave and The Bad Seeds. “Ho ancora un posto mio a Berlino con alcune valigie… in realtà custodie di chitarra”, mi dice lui oggi, e mi viene in mente la bellissima “Ich hab’ noch einen Koffer in Berlin” cantata da Marlene Dietrich, che lui ha tradotto e inciso come “A Suitcase in Berlin” per il suo album “Five Ways to Say Goodbye” del 2024. 

“Non mi importa quali canzoni canto, purché siano belle”, risponde quando gli chiedo il perché suona spesso canzoni composte da altri, “non sono uno scrittore prolifico e credo anche che interpretare e far circolare grandi opere faccia parte di una importante tradizione musicale, proprio come hanno fatto Nina Simone e Johnny Cash”. E a proposito di tradizione e memoria, anche per il nuovo disco “Golden Mirrors” appena uscito ha fatto un grande lavoro di adattamento e trasformazione delle canzoni originali di Jackson C. Frank, uno sfortunato e misconosciuto cantautore folk americano autore di un unico bellissimo disco prodotto da Paul Simon nel 1965. “Amanda me lo ha fatto conoscere e quindi è lei il vero motore di questo progetto”, mi dice Harvey, che insieme alla Acevedo aveva già inciso un brano di Jackson C. Frank per il loro debutto insieme, “Phantasmagoria in Blue” del 2023.

 

“Non sono uno scrittore prolifico e credo anche che interpretare e far circolare grandi opere faccia parte di una importante tradizione musicale”

                   

Inoltre il musicista bolognese Stella Burns del collettivo “Love and Thunder” aveva proposto ai due di partecipare a un tributo a Jackson C. Frank insieme, tra gli altri, a Calexico, Hugo Race e Marta Collica. Ma in sostanza è la struggente malinconia di quelle canzoni perdute che ha permesso ai due di produrre il loro bellissimo album. La voce soave e profonda di Amanda fa da perfetto contrappunto al cantato deciso e austero di Mick in brani straordinari come “The Visit” o “Blues Run the Game”. Gli arrangiamenti languidi e dilatati danno alle canzoni del folksinger dimenticato una nuova potenza cinematografica. Agli eccessi e all’irruenza della musica degli esordi Harvey ha sostituito da tempo una grande eleganza e raffinatezza espressiva che gli ha permesso, sia con le sue composizioni che con quelle degli altri, di rendere immortale il ricordo di ciò che è stato, di chi non c’è più: “Beh, la cosa più importante è la memoria e probabilmente la mortalità, la lotta umana. E’ il cercare di dare un senso al nostro posto nell’universo… che, ovviamente, è molto difficile”, mi risponde con una vena di malinconia, “è bello immortalare qualcuno in una canzone o attraverso la sua canzone, ma la cosa più interessante è capire di cosa parlava una certa canzone e la persona, e come ci si rapporta a essi. Quale era il loro posto nello schema delle cose?”.

I suoi capelli si sono imbiancati ma lo sguardo di Harvey è rimasto quello affilato e felino di sempre. Sente il tempo che passa ma sa che la sua vita di musicista è stata davvero straordinaria, come canta nella bellissima “When We Were Beautiful & Young” che ha composto per il suo disco precedente.

“Quando eravamo belli e giovani, c’era tempo per qualsiasi cosa, e i giorni scivolavano tra le nostre dita come sabbia dorata, gli imprevisti della fortuna non erano sotto il nostro controllo, con mille strofe non ancora cantate, quando eravamo belli e giovani”. In attesa di vederlo sul palco del Binario69 di Bologna non posso chiudere la nostra chiacchierata senza la domanda da un milione di dollari che tutti vorrebbero fargli: “Io e Nick stiamo bene, ma non parlo spesso con lui. Un paio di anni fa sono stato a un cosiddetto concerto dei Bad Seeds a Berlino, che mi è piaciuto molto. Sì, è strano vederlo dall’esterno. E’ stato particolarmente strano sentire la gente che suonava le mie parti in alcune canzoni. Non ci sono più membri originali nella band, non in quell’ultimo tour, almeno. E questo influisce in particolare sul modo in cui vengono suonate le canzoni più vecchie. Mi è piaciuto molto il concerto nel suo complesso, ma le canzoni più vecchie mi sono sembrate delle cover e in un certo senso non è così sorprendente. Non c’è nessuno che abbia partecipato alle prime registrazioni, a parte Nick, che spieghi il concetto che sta dietro al modo in cui la canzone è stata costruita. Il nucleo, l’anima della canzone. Quindi, in un certo senso, si tratta di cover. Almeno dal punto di vista musicale”. La memoria è bella e dolorosa, e non finisce mai di ruggire.

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