Una sfilata di Trussardi (foto Ansa)

Il triste declino di Trussardi

Fabiana Giacomotti

Fu il marchio della Milano da bere. Ora, dopo l'ultima disastrata gestione, siglata Sebastian Suhl, cerca nuovi investitori. E un piano di rientro dai debiti per oltre 51 milioni di euro

Ci fu un tempo in cui il nome Trussardi svettava su quello che oggi è il Palasharp, e che oggi è chiuso, abbandonato alla periferia di Milano, tensostruttura senza più la tensione della Milano da bere. Ci fu un tempo in cui Trussardi sfilava a piazza Duomo, primo fra tutti, con il beneplacito e il supporto della Milano socialista di Craxi che aveva giustamente identificato nella moda la leva per affermare l’Italia nel mondo. Ci fu un tempo in cui Nicola Trussardi arrivava in Rizzoli e si chiudeva nell’ufficio di Giovanna Mazzetti direttrice di Amica, fra nuvole di fumo azzurrognolo, a immaginare servizi e progetti editoriali e le redattrici aspettavano fuori per gettare almeno un’occhiata all’imprenditore biondo, bello e rubacuori che imprimeva ovunque il marchio del levriero, il suo. Quel tempo non c’è più, e dopo l’ultima, scellerata gestione che puntava a fare del brand della borghesia milanese una linea per quel genere di gioventù “inclusiva-solidale-teutonico-turco-clubber” che mai si sarebbe rivolta a Trussardi, è probabile che non risorgerà mai più. O che, se mai dovesse accadere, sarà un marchio azzoppato per sempre: un brand di guanti, di piccola pelletteria, com’era alle origini quando il giovane Nicola, che sarebbe andato a schiantarsi in auto nel 1999, a cinquantasei anni, e il suo primogenito geniale, Francesco, che sarebbe morto quattro anni dopo nello stesso punto in cui era stato trovato il padre, come in un orrendo filare e spezzare delle Parche, girava per le redazioni con la sua scatola di tesori artigianali di famiglia. Il guantaio di Bergamo che aveva conquistato l’Europa e anche la mano della più bella, la più ricca, la più colta ragazza della città, Maria Luisa Gavazzeni. Ora, una nuova crisi. Poche settimane fa, le dimissioni dell’intero consiglio di amministrazione, in particolare del presidente Francesco Conte, amministratore delegato del fondo Quattro R che, (chi scrive ebbe modo di parlare con i sottoscrittori prima dell’accordo, e il veicolo pensò a lungo all’utilità dell’acquisto), quindi l’amministratore delegato Sebastian Suhl, con trascorsi in molte maison e cambi spesso repentini. Poche ore fa hanno lasciato i direttori creativi Serhat Işık e Benjamin A. Huseby, fondatori nel 2016 del marchio Gmbh dalla visione fortemente rivolta al sociale. Certamente interessante, ma del tutto distonica rispetto alla storia di Trussardi come il Foglio puntualizzò subito, dopo la prima sfilata del duo nel febbraio dello scorso anno.

 

Oggi, uno dei più importanti consulenti nazionali del settore puntualizza come la scelta sbagliata del team creativo (“per cambiare rotta in maniera così evidente bisogna avere alle spalle una struttura di calibro paragonabile a quella di Gucci e un forte radicamento commerciale-retail entrambi fattori che a Trussardi mancavano. Il risultato è che hanno perso del tutto la propria base senza acquisirne una nuova”), e la forte esposizione sul mercato russo, siano stati determinanti per la crisi attuale. A quanto si apprende – nessuno rilascia commenti - pochi giorni fa sono arrivate le prime manifestazioni di interesse per l’azienda che ha aperto la procedura di composizione della crisi al Tribunale di Milano. Addirittura già lo scorso 8 febbraio, cioè prima della presentazione della nuova collezione, accolta purtroppo con grande indifferenza, l’assemblea della società operativa Trs Evolution, controllata interamente da Trussardi spa, ha votato il nuovo statuto che prevede che la società possa essere guidata anche da un amministratore unico. Per questo ruolo sarebbe stato indicato Angelo Rodolfi, partner della società bergamasca specializzata in ristrutturazioni aziendali 3xcapital. Ha davanti a sé un compito non facile: un piano di ristrutturazione e ricapitalizzazione finalizzata all’ingresso di un nuovo socio, e un piano di rientro per quasi 51,5 milioni di euro.

 

Negli ultimi giorni sarebbero arrivate manifestazioni di interesse da competitor, interessati certamente a rilevare lo straordinario know how nella lavorazione della pelle del brand, e anche da uno dei suoi distributori, straniero.

 

Un lento dissolversi, fra errori, malagestione, scelte sbagliate, incertezze famigliari, con un unico momento di ripresa, quello della gestione di Massimo Dell’Acqua, poi liquidato dal fondo in favore di Suhl. Come sempre, finito il tempo dei gattopardi e dei leoni è arrivato quello degli “sciacalletti e delle jene”. Ma questa volta è difficile che tutti quanti, gattopardi, sciacalletti e pecore, continuino a credersi il sale della Terra.

Di più su questi argomenti: