(Ansa)

Il foglio della moda

Dovunque si vada meglio non andarci da soli, anche in affari

Maurizio Dallocchio

Il settore moda e lusso in Italia è diviso tra aziende in difficoltà e realtà che resistono, ma la piccola dimensione le rende vulnerabili. Crescere tramite acquisizioni, fondi o quotazioni in borsa è ormai una necessità per competere globalmente

È un periodo straordinario per il mondo della moda e dell’alto di gamma, In tutti i paesi in generale, ma in Italia in particolare. È successo lo scorso anno: i consumi di beni di lusso sono scesi a doppia cifra quanto a volumi, anche se il fatturato complessivo, per via della lievitazione dei prezzi, è rimasto sostanzialmente costante. Le conseguenze si sono manifestate a macchia di leopardo: non sono poche le realtà del nostro paese che hanno incominciato a soffrire dopo un periodo di crescita che pareva senza sosta; molte tuttavia (e per fortuna) hanno continuato a generare risultati soddisfacenti. Si tratta in particolare di quelle aziende di qualità (percepita ma anche “consegnata” nei fatti) che non hanno infastidito il cliente potenziale con dinamiche di prezzo troppo aggressive, spesso distanti dal valore oggettivo del prodotto realizzato. Sia quelle che soffrono, sia quelle che godono, hanno comunque un fattore comune: sono piccole. E come tali costituiscono una preda per molti operatori, soprattutto stranieri. Intendiamoci: la costante lagna secondo la quale l’acquisto di aziende italiane da parte di stranieri è una triste invasione di campo che depaupera il nostro Paese è in larga parte priva di fondamento. Se LVMH acquisisce Bulgari o Loro Piana, non lo fa per trasferire altrove l’ideazione, la produzione, le relazioni di filiera.

Se ne guarda bene: il made in Italy e l’idea di qualità intrinseca che porta con sé è un bene prezioso che va coltivato e non disperso con la delocalizzazione. Basta essere, come sono io, per metà piemontese e passare per Valenza: la sede produttiva di Bulgari è oggi un multiplo, dimensionalmente ma anche esteticamente, di quel che era ancora pochi anni fa. È vero che il problema è generalizzato e non relegato alla moda: se in Germania la grande impresa occupa più del 50 per cento dei lavoratori e in Francia la situazione non è molto diversa, in Italia questo valore super di poco il 20 per cento Ma se non sei dimensionalmente robusto, come fai a investire nella ricerca? Come puoi penetrare nuovi mercati se l’amministrazione Trump ti colpisce con il maglio dei dazi? Come riesci a relazionarti autorevolmente con il modo dei fornitori e delle istituzioni/mercati finanziari? Tutto è più difficile. E allora quando qualcuno bussa alla porta per carcare di acquistarti, alla fine tiri un sospiro di sollievo perché se dirai “sì”, vivrai agiato e sereno, anziché teso e alla costante ricerca di liquidità. È arrivato il momento che i tanti bravi imprenditori della moda guardino alla crescita con interesse e disponibilità. E una volta per tutte, basta con le aziende con un numero di soci dispari e inferiori a tre: l’integrazione a monte o a valle con “animali di filiera” simili, anche se si perde lo scettro del comandante di vascello, non è un tabù; è una necessità! L’apertura del capitale a un fondo di investimento, sotto certe condizioni, può essere una panacea contro il rischio dell’irrilevanza.

Dico “sotto certe condizioni” perché una minoranza ceduta, con una bella raccolta di denari al servizio della crescita e con la guida ancora nelle mani dell’imprenditore, è preferibile a una cessione totale (o di una maggioranza). E questo perché molto semplicemente i tempi della moda (e del valore intrinseco che essa rappresenta e propone) spesso non sono compatibili con le esigenze dei fondi di trasformare rapidamente in liquidità i propri investimenti. Per non parlare della sensibilità imprenditoriale che i fondi non troveranno certamente dietro l’angolo, una volta salutato l’imprenditore. Per crescere, c’è anche la soluzione della borsa, non dimentichiamolo. Non sono poche le aziende italiane che hanno caratteristiche attraenti per gli investitori di tutto il mondo e che potrebbero raccogliere significative risorse, aumentando anche la propria visibilità. Zegna, per esempio, ha fatto una bella operazione di carattere innovativo, mentre Golden Goose, dopo alcuni anni nelle mani di fondi che hanno aiutato a generare un apprezzabile valore nel tempo, ha ritirato il collocamento all’ultimo momento, solo per effetto delle dinamiche negative dei mercati. C’è solo una cosa che il modo della filiera della moda non può più permettersi: stare alla finestra ad aspettare.

di Maurizio Dallocchio, professore ordinario di Finanza Aziendale, Università Bocconi

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