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Il Foglio della moda - I Vanti della moda
La “ragazzetta dello sport” e quello spirito leggero che la moda non ha più
Oggi l’ironia è merce molto rara, ma nei primi anni Novanta Franco Moschino smontava costantemente i codici classici dell’abbigliamento, utilizzando l’arma della burla per ridere dell’ipocrisia e delle convenzioni e di sé stesso. Leggerezza mai superficiale, nonostante il clima pesante
Uno dei capi più importanti del mio archivio, o per meglio dire importante per me a prescindere dal suo valore economico, è una gonna del 1993 di Franco Moschino, in tela di lana rosa con una stampa che riprende font e impaginazione della Gazzetta dello Sport. Anzi, “Ragazzetta dello Sport”, come recita la testata, a chiarire subito l’intento affettuosamente dissacrante del capo.
Non è un caso se dopo settimane di sfilate e presentazioni, ma pure di addii e nomine che hanno dominato le cronache a scapito di design e collezioni, il mio pensiero vada a Franco Moschino e alla leggerezza mai superficiale con la quale smontava costantemente i codici classici dell’abbigliamento e ce li restituiva mediati da uno sguardo tanto critico quanto ironico verso la moda in generale e verso di sé in particolare.
Nella moda di oggi, l’ironia è merce molto rara. Si potrebbe dire che il periodo cupo e difficile che stiamo attraversando non predisponga allo spirito ludico, ma nei primi anni Novanta in cui Moschino disegnava quella gonna il clima era comunque pesante, specialmente in Italia: si viveva ancora il terremoto politico di Mani Pulite, eravamo nel pieno delle stragi di mafia. Il contesto influisce sulla creatività, è certo, ma potrebbe essere anche una spinta a reagire, a cercare delle vie alternative a una realtà poco esaltante.
Dunque, oggi non basta l’ottimo lavoro (forse non a caso giunto alla conclusione di un ciclo) di Demna per Balenciaga e il suo sguardo venato di sarcasmo nella catalogazione delle “uniformi” che costituiscono il nostro abito sociale: si è trattato di una visione importante, destinata a lasciare il segno, ma nell’offerta di moda di oggi manca un’opzione più lieve, un punto di vista più distaccato sulla moda e tutto ciò che la riguarda. E qui si ritorna sempre a Franco Moschino con la parrucca di Marilyn, capace di utilizzare l’arma della burla per ridere dell’ipocrisia e delle convenzioni e di sé stesso. Il suo approccio rivoluzionario è stato sempre rimpianto, ancorché forse mai del tutto capito se il suo modo di accostarsi al prodotto moda non trova epigoni, neppure tra i più giovani designer, sempre serissimi.
La Ragazzetta dello Sport, perdipiù, oggi avrebbe qualche problema di policy, il temine “ragazzetta” verrebbe percepito come troppo sminuente, senza considerare che proprio l’esercizio dell’ironia anche da parte di chi avrebbe indossato quel capo ne disinnescava ogni connotazione potenzialmente negativa. Il politicamente corretto che permea la nostra epoca è dunque un limite per un approccio meno circospetto e timoroso alla semantica dell’abito? Esserne certi è così semplice: il linguaggio e i canoni di comportamento si evolvono e quindi l’attenzione alle sensibilità di ciascuno non è un limite se la scelta di giocare con i simboli e gli stereotipi e di appropriarsene è frutto di una scelta, di una relazione basata sulla fiducia tra creatore e cliente e non un’imposizione. Ma la semplificazione è la strada più facile per evitare scivoloni mediatici e non innescare la suscettibilità di chiunque, e viene da chiedersi se oggi sarebbe possibile proporre e mettere in vendita non solo capi come la camicia “Un uomo non è una donna”, sempre di Franco Moschino (del 1994, da una delle sue ultime collezioni) ma pure gli abitini strizzati ispirati ai camici delle manicuriste sexy di Thierry Mugler, una parte consistente delle collezioni storiche di Jean Paul Gaultier (colui che più di tutti ha messo in discussione generi e culture), il bondage delle origini di Vivienne Westwood e l'iconografia più sfacciata di Walter Van Beirendonck.
Schiacciate tra l'atmosfera tempestosa generata dalle varie crisi globali e il timore preventivo di recare offesa a qualcuno o qualcosa, moda e ironia sembrano costrette a esistere in universi paralleli e (quasi) mai comunicanti. La moda mostra di prendersi troppo sul serio, ci offre una lettura del presente ma non ci rasserena, neppure facendoci ridere di noi stessi. Cosa resta dunque dopo queste ultime sfilate? Solo l'ironia collaterale delle centinaia di profili parodistici di Instagram e TikTok? Account come quello del bravissimo RickDick (content creator che unisce la sua passione per la moda all'arte digitale attraverso un uso non banale dell’AI) o i tanti che imitano il catwalking delle passerelle o le pose da servizio fotografico (Romanov.by, Julio Janpierre) sono una forma di intrattenimento e non un progetto, una punteggiatura divertita e pungente come in altri tempi lo erano le illustrazioni di Brunetta Mateldi. Possiamo però augurarci di ritrovare presto (siamo in attesa di un annuncio ufficiale dalla maison Dior) lo spirito divertito e cerebrale di Jonathan Anderson e le sue contrapposizioni in bilico tra ragionamento e follia controllata. E comunque vada, potremo sempre contare sulle collezioni prodotte per passione personale da Marc Jacobs, che dall’alto di una sostanziale irrilevanza commerciale, raggiunta dopo anni di fasti, ha trovato uno sbocco per il divertimento libero da vincoli e pregiudizi.