Manuale di resistenza per ragazze di talento. Intervista a Ilaria Capua

Un’oretta al telefono con la virologa attorno al suo nuovo libro sull'affermazione del talento femminile. Molti consigli saggi per aggirare le secche di un paese che cambia troppo lentamente nei suoi modelli comportamentali, non solo maschili, e a un nuovo patto della crostata

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7 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:55 AM
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A sessant’anni, Ilaria Capua ha fatto quello che tutte le donne arrivate a una posizione di rilievo e provviste di un minimo di potere e di un filo di generosità possono permettersi, e cioè dire le cose come stanno alle loro simili che devono ancora trovare la propria strada ma che hanno i numeri per percorrerla e che sarebbe un peccato non la imboccassero perché rassegnate, o non abbastanza forti (non vogliamo dire “resilienti”, perché la moda ci piace solo quando non tocca il lessico) per riuscire a superare gli infiniti ostacoli che una società “patriarcale” pone sul loro cammino, e fosse solo quello l’inciampo. Pochi più di lei, virologa di fama mondiale, oggi Senior Fellow of Global Health alla Johns Hopkins University Sais Europe, per anni costretta all’esilio sulla base di accuse gravissime e infamanti poi rivelatesi infondate, sanno che le lagne sul “privilegio” bianco, maschile, etero, eccetera, servono certamente per farsi nuovi amici su Meta e altre piazze virtuali, ma non vanno all’essenza del problema; soprattutto, non lo risolvono, tanto più in Italia dove – sappiamo di ripeterci ma nihil desperandum, come dice appunto Capua nel suo nuovo libro appena uscito per Rizzoli, (“Non mollate. Manuale di resistenza per l’affermazione del talento femminile”) - le donne ottengono migliori risultati universitari rispetto ai loro coetanei, anche in svariate discipline STEM, ma poi si perdono al bivio dove sta acciambellato il Gatto Stregatto a sorridere della loro confusione.
“Dapprincipio, non c’è alcuna disparità, nessun divario di genere”, osserva, nel corso di una lunga telefonata molto allegra perché appunto si è arrivate ai sessanta e a un certo punto chissenefrega: “Ma se si verificano i risultati vent’anni dopo quell’ottima partenza paritetica, il numero di donne in posizioni apicali appare esiguo, quasi inesistente. Il soffitto di cristallo del paradigma è sempre lì, fisso e immobile, non ha nemmeno una crepa”. Le cose stanno cambiando certamente, osserva, ma anche con troppa lentezza: per questo, bisogna reagire. Anche perché se non cambiano i comportamenti, leggi e norme non bastano. “Le giovani ricercatrici di oggi, le venti-trentenni della generazione Z, sono preparate, conoscono i propri punti di forza e le fragilità, ma il contesto è ancora troppo arretrato”, dice. “Il fine ultimo dei nostri studi dovrebbe essere un lavoro che ci piace, che ci gratifica” senza dover pagare pegno con attività terze e non di rado imbarazzanti, fossero pure una crostata offerta per il bene superiore di una Borsa di ricerca, che è appunto l’episodio con cui si apre il libro e che lo attraversa tutto, di rimando in rimando, fino all’ultimo capitolo: una pluriennale richiesta di crostate, nemmeno metaforiche, che il rettore di un ateneo italiano, dopo aver tributato alla professoressa Capua un riconoscimento alla carriera, racconta serafico di ritenere necessarie da parte delle aspiranti prof per assicurarsi i suoi favori, e che siano buone “perché al rettore la crostata ci deve pure piacere”, sghignazza, con quella particella pronominale pleonastica e cafona, oltre la quale non vi sarebbe nemmeno bisogno di sapere oltre, di leggere ancora, perché in quel fonema è racchiusa tutta la volgarità di modi, espressioni e azioni perlopiù maschili e gradasse che si ritrova lungo tutti i capitoli, ognuno dei quali vanta titoli che non stonerebbero nella bocca di un coach; che anzi, ne sono il linguaggio di base: “Le donne non possono attendere”, “resistere al sessismo” e appunto, “non mollate”.
Si tratta di un tema che conosciamo molto bene al “Foglio della Moda”, visto che al divario di genere dedichiamo ogni anno un numero – questo - con una ricerca ad hoc sul settore abbigliamento, lusso e affini, ma che riguarda ovviamente ogni altro settore, in particolare quello scientifico dove, nonostante i finanziamenti, l'Italia registra ancora una quota di donne laureate in facoltà STEM di molto inferiore rispetto agli uomini: nel 2023, il 16,6 per cento contro il 34,5 per cento. Nel suo vademecum di caccia, pesca e reattività per ragazze di talento e per nulla disposte alla rassegnazione manzoniana, Capua invita appunto fin dal titolo tutte a “reagire” e a “fare branco”: solo insieme, dice, “possiamo fare la differenza”, che significa avere una gran fiducia nel genere femminile, la cosiddetta “sorellanza”, e non è da tutte. In realtà, puntualizza, non c’è nemmeno bisogno di reagire e di accalorarsi, come ammette di aver fatto lei troppo spesso, ovviamente “sbagliando” ed elencando all’opposto le virtù che, messe insieme, costituiscono un arsenale formidabile, naturalmente a possederlo visto che ci combattevano anche le sante e cioè perseveranza, determinazione e quel genere di autostima che deriva dalla capacità di guardare le cose in prospettiva, resistendo alla frustrazione o allo sfogo di nervi per i quali un tempo ci ricoveravano come isteriche. Calma che, verrebbe da dire, era un tempo primaria virtù femminile e che oggi appare come un inutile ingombro, per dirla in giovanilese un difetto da “sottona”, tanto che fra i molti esempi vissuti da Capua e dalle colleghe e amiche che le sono state vicine e alle quali “ho solo cambiato i nomi”, le parti più interessanti del libro sono proprio le osservazioni sui risultati che si ottengono praticando un po’ di saggezza e di uso di mondo, pur senza cedere di un millimetro sulle proprie posizioni, in anni in cui fai un commento appena circostanziato su Facebook o come si chiama adesso e un tizio ignoto ti risponde che la tua teoria è fessa e che godrà nel vederti cadere.
Quello della professoressa Capua è un libro, meglio ancora un vademecum, agile, scritto con immediatezza ma molta cura, le meno giovani smarcheranno tutte le situazioni che, fra sessismo, non solo maschile, prepotenza, violenza verbale, hanno già vissuto e perdonato ma non dimenticato. Nessuna dimentica, anche se Capua ammette di essere arrivata alla consapevolezza piuttosto tardi. Le ragazze di oggi sono più sgamate anche quando agitano il patriarcato senza ragione e in funzione vittimistica e autopromozionale, cioè come arma a contrariis per farsi largo. A tutte le altre, le storie che aprono ogni capitolo offrono spunti di condivisione e ogni chiosa qualche consiglio in caso di “incontro con un troglodita”, definizione presa pari pari dai testi di Francesco Piccolo, le fonti si citano sempre soprattutto quando ammettono verità incontrovertibili quanto controverse. La professoressa lo stima molto e gli ha dedicato il libro, ma a chi non avesse letto nessuno dei suoi saggi dedicati all’analisi – sociologica, letteraria – del maschio, diciamo che definisce “troglodita” l’esemplare molto comune, “non solo italiano” costretto a riprodurre uno schema comportamentale appreso fra le pareti di casa fin dall’infanzia, e qui si potrebbe aprire un altro bel capitolo sulle crostate, non quelle del celebre patto Berlusconi-D’Alema-Fini-Marini e ancorché anche quel dolce fosse stata fatto da una signora benevola e attenta a favorire le intese maschili, Maddalena Letta, ma quelle di mamma, perché certi modelli si apprendono in famiglia prima che altrove, e il cambiamento deve partire da lì. “Piccolo mi ha offerto il microscopio attraverso il quale ho potuto osservare meglio questi organismi”, sorride, “e quando riesci a leggere e interpretare questi riflessi condizionati, riesci anche a non offenderti e a gestirli”. Insomma, non è neanche tutta colpa loro, li disegnano così. “Diciamo che chiederti la crostata viene loro spontaneo, ma non è mia intenzione criminalizzarli per questo. In questo “Paese fermo”, dove si stanziano più di 9 miliardi all’anno per superare il divario di genere, dati dell’ultimo PNRR, “talvolta basta una battuta per riportare la situazione entro i binari giusti e senza sentirsi in colpa. L’importante, è non vivere ogni offesa come personale, ma smontarla e reagire”, oppure prendersi un attimo di tregua, attiva si intende, in quella che Capua definisce la “resistosfera”, un neologismo che le piace, giustamente, moltissimo, e che funziona anche traslato dalla biomedicina al sociale. “Bisogna sapere anche quando fermarsi e aspettare che l’onda passi, che la situazione migliori, e nel frattempo proteggersi, crescere, darsi da fare”.