Marini (CNA Federmoda): “La moda italiana non è in crisi di identità. È in crisi di equilibrio”

Serve un nuovo bilanciamento fra pmi e grandi brand. Non si tratta solo di una fase congiunturale. “È una trasformazione profonda, con difficoltà che arrivano da lontano. La vera domanda è se vogliamo continuare a subirla oppure imparare a governarla”. Intervista fra le Marche e Milano

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7 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:53 AM
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Foto Ansa

“La moda italiana non è in crisi di identità. È in crisi di equilibrio”. Doriana Marini non lo dice come uno slogan, ma come una diagnosi maturata dentro le aziende prima ancora che nelle sedi associative. Il suo percorso, dalla provincia alla presidenza nazionale di CNA Federmoda, nasce infatti dall’esperienza diretta nel sistema produttivo. Per lei CNA è anche una storia familiare. “Sono cresciuta con la CNA in casa, mio padre era artigiano. Farne parte è stato naturale”. L’equilibrio, spiega, non è un concetto astratto. Riguarda costi, tempi, responsabilità. E oggi quella misura si è incrinata. “Senza equilibrio economico lungo la filiera il sistema non regge”. Il punto centrale è proprio la filiera, spesso evocata come sfondo ma in realtà struttura portante del comparto: micro e piccole imprese rappresentano fino al 90-96 per cento del settore e occupano la maggioranza degli addetti. “Non sono una parte del sistema: sono il sistema”. Negli anni, però, queste realtà si sono ridotte, indebolendo la capacità produttiva complessiva. Per Marini non si tratta solo di una fase congiunturale. “È una trasformazione profonda, con difficoltà che arrivano da lontano”. Il rischio, se non governata, è noto: perdita di competenze, valore e lavoro. “La vera domanda è se vogliamo continuare a subirla oppure imparare a governarla”.
Governare significa cambiare prospettiva: non più soggetti separati, ma un sistema consapevole, con condizioni condivise. Prezzi che coprano davvero i costi, tempi affidabili, responsabilità distribuite. “Serve un patto di filiera tra imprese, brand, lavoratori e istituzioni”. Anche perché, avverte, “non può esistere legalità se i prezzi non coprono i costi”. Quando i margini si comprimono e il peso scarica verso il basso, le distorsioni diventano inevitabili, come mostrano le recenti inchieste su sfruttamento e caporalato nella moda. Questa visione nasce anche dalla sua esperienza imprenditoriale. Marini guida Dienpi Srl, azienda specializzata in lavorazioni speciali su pelle e tessuti per calzature, pelletteria e abbigliamento, con collaborazioni nel lusso. “Essere dentro un’azienda ti dà una visione reale: conosci le fragilità”. Da qui prende forma anche il piano strategico presentato con la sua elezione alla guida di Federmoda a fine 2025: rafforzamento delle filiere, tutela della manifattura e maggiore sostenibilità economica per le imprese artigiane. Dentro questo quadro cambia anche il rapporto tra grandi griffe e PMI. “È più interdipendente di quanto sembri”.
Non è più una relazione gerarchica lineare: “I piccoli non possono fare a meno dei grandi, ma oggi è evidente anche il contrario”. Qualità, rapidità e know how produttivo delle piccole imprese restano decisivi. A rendere tutto più complesso c’è il fast fashion, che ha inciso non solo sui prezzi ma sulla percezione del valore. “Ha alterato il modo in cui il mercato riconosce qualità e sostenibilità”. Il risultato è un cortocircuito: chi lavora bene fatica a essere riconosciuto, mentre modelli più veloci e meno sostenibili dominano il mercato. In questo scenario, anche il Made in Italy cambia natura. “Resta un vantaggio competitivo enorme, ma deve essere reso credibile”. Non basta dichiararlo: conta come un prodotto viene realizzato, in quali condizioni di lavoro e con quale distribuzione del valore. Ed è qui che entra il digitale. Per Marini innovazione e tecnologia sono insieme opportunità e responsabilità. Tracciabilità, gestione dei dati, piattaforme produttive e intelligenza artificiale applicata alla logistica possono aiutare anche le piccole aziende a essere più efficienti e trasparenti. Ma a una condizione: “L’innovazione deve essere utile, proporzionata e sostenibile”.
Se gli strumenti sono pensati solo per i grandi gruppi, per molte PMI rischiano di diventare costi aggiuntivi e barriere d’accesso. La sfida è un digitale su misura della manifattura diffusa italiana. C’è poi il nodo delle competenze. La filiera vive di sapere manuale. “Ci sono competenze che non possono essere sostituite”. Eppure formarle costa, soprattutto alle piccole imprese. “Chi offre formazione deve essere sostenuto e incentivato”. Il rapporto tra giovani e mestiere resta fragile, ma qualche segnale emerge. “Sta tornando attenzione verso il saper fare, specie per chi vive in provincia e cerca prospettive più sostenibili rispetto ai costi delle grandi città”. A volte, più dei numeri, sono le storie a chiarire il contesto. Marini racconta di una giovane stagista arrivata in Italia dopo un percorso difficile dall’Afghanistan. “Mi ha fatto una domanda semplice: “Qui c’è lavoro?””. Una domanda che rimette al centro il senso stesso della filiera: il lavoro come leva di dignità e futuro.
Non a caso CNA, in molti territori e ben oltre il solo comparto moda, promuove percorsi di inserimento e reinserimento lavorativo rivolti anche a donne appartenenti a categorie protette o reduci da situazioni di fragilità, trasformando il lavoro in uno strumento concreto di autonomia sociale. Anche la storia personale di Marini è una traiettoria di adattamento. Da ragazza voleva lavorare nei cantieri, come il padre. “Poi la vita mi ha portata altrove”. L’impresa è arrivata più tardi, intorno ai quarant’anni, ma con naturalezza. È qui che il discorso si allarga. Non tanto sull’imprenditoria femminile come categoria, ma su un approccio. “In un momento così complesso servono capacità di mediazione, attenzione e responsabilità”. Qualità che, osserva, spesso le donne esprimono con particolare efficacia e che oggi possono fare la differenza. Il futuro, per Marini, resta aperto. Da un lato il rischio “di perdere le filiere, e quindi identità, competenze e valore”. Dall’altro la possibilità di “costruire un sistema più equilibrato, trasparente e sostenibile”. Non è un esito scontato: “Dipende dalle scelte che facciamo oggi. Questo è un momento decisivo per il settore”.