Moda
I Vanti della moda •
Il nodo irrisolto degli extra-budget
Certificazioni opache, greenwashing e fibre miste: perché la sostenibilità tessile resta una chimera

Durante l'iter di realizzazione di una collezione, il momento della scelta dei materiali – tessuti, filati e accessori - è un passaggio determinante, e non solo perché la selezione avviene in largo anticipo rispetto allo sviluppo dei modelli, ma perché ci pone davanti a un dilemma sostanziale: prestare attenzione ai costi economici o a quelli ambientali? La spada di Damocle dell'extra budget o la riprovazione morale dell'indifferenza alle sorti del pianeta? Quello delle fibre miste è un nodo irrisolto, che, nella maggior parte dei casi rende i tessuti inadatti al riciclo e li destina alla discarica tradizionale.
Nelle fiere tessili e nei nuovi campionari è costante quanto sempre più indefinito il riferimento a pratiche virtuose e certificazioni (ma rilasciate da chi? La mappa degli organismi certificanti è sterminata e spesso indecifrabile). La sostenibilità dei materiali tessili, oggi, è un fantasma o forse una chimera, non soltanto a causa del fast fashion o perché essa sia percepita come un lusso da centellinare attraverso interventi sporadici e isolati, ma perché in fondo ha ragione Miuccia Prada quando dice che la moda non può essere completamente sostenibile a meno di rinunciare a produrre. Dal 27 settembre sarà operativa anche in Italia la direttiva UE 2024/825 emanata a contrasto delle più evidenti manifestazioni di greenwashing: l'obiettivo è l'eliminazione dell'uso indiscriminato di parole ingannevoli — eco- (friendly, compatibile, responsabile), green, consapevole, a impatto zero — terminologie prive di ogni valore oggettivo o tantomeno legale.
Questa proliferazione lessicale ha regalato anche a noi che affolliamo i tavoli di esposizione delle fiere l'illusione che basti migliorare un singolo minimo aspetto all'interno della filiera produttiva di un materiale per attribuirgli un patentino di responsabilità sociale. Un buon esempio in questo senso è il poliestere riciclato, diventato quasi un simbolo di buona pratica ambientale e circolarità: il materiale è già nel ciclo di produzione ed è ovviamente positivo il suo riutilizzo, ma questo non previene i problemi di smaltimento. Fare il meglio che si può, informarsi, accettare di lavorare con criteri provvisori e mutevoli, in attesa di ciò che l'alleanza tra tessile e tecnologia – più efficace di qualsiasi strategia di comunicazione - sarà in grado di produrre per migliorare prima di tutto le fibre naturali. Ad oggi le alternative al degrado ambientale sono ancora le fibre naturali, meno problematiche da smaltire e riciclare, ma non scevre da criticità. Più che sperare in produzioni miracolose di tessuti derivati da alghe, funghi o scarti ortofrutticoli, conviene puntare sui semi di cotone OGM intrinsecamente resistenti ai parassiti e sulle fibre vegetali coltivate in laboratorio. Intanto facciamo piazza pulita di etichette illusorie e compiacenti, prendiamo atto del fatto che la sostenibilità tessile non è l'ennesimo argomento woke su cui apporre una spunta ma un'occasione di sviluppo tecnologico. Per il momento, però, scegliere il tessuto giusto è un compito tutt'altro che facile.