La famiglia Givenchiaga. Da una crasi giornalistica dimenticata del 1960, la mostra più sorprendente e seducente di questi mesi

Un dialogo intimo e spettacolare fra due dei più grandi nomi del Novecento. Dove sì, c’è anche il famoso vestito di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”. Ma soprattutto, un racconto di linee affini, volumi, affetti

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Foto ANSA

Da Getaria (Paesi Baschi). La strada che scende verso Getaria attraversa un paesaggio che sembra progettato per ricordare quanto il carattere di un luogo possa incidere su una visione del mondo. Da una parte c’è l’Atlantico, mutevole e severo, dall’altra ci sono le colline verdi dei Paesi Baschi; nel mezzo, un piccolo porto di pescatori con case raccolte attorno alla chiesa gotica di San Salvador con una manciata di vie tra salite e discese che conservano ancora la misura di una comunità. Qui nacque, nel 1895, Cristóbal Balenciaga e qui, in una cittadina che conta poco più di duemila abitanti, si trova oggi uno dei musei di moda più raffinati e meno celebrati d’Europa. Il Cristóbal Balenciaga Museoa non indulge nella nostalgia e non cerca di monumentalizzare il proprio protagonista, ma la sua forza risiede nella capacità di tradurre in architettura alcuni principi che appartenevano allo stilista: il rigore, il controllo, l’essenzialità e il senso dello spazio. L’edificio si impone sul pendio che domina il paese come una presenza antica e contemporanea insieme e la storica villa Aldamar - dove Balenciaga trascorse parte della giovinezza grazie alla protezione dei marchesi di Casa Torres - dialoga con una struttura ultramoderna fatta di volumi sospesi, acciaio, vetro e colore nero e, vista da lontano, sembra quasi che galleggi sopra la collina. Balenciaga amava il colore nero e il museo sembra averne fatto il proprio codice cromatico.
Le pareti scure ci accompagnano lungo il percorso espositivo e funzionano come il velluto di una quinta teatrale, facendo emergere gli abiti con una nitidezza quasi scultorea grazie a forme che appaiono ancor prima dei dettagli. Il museo custodisce oltre cinquemila pezzi esposti secondo una turnazione ben precisa e possiede una delle collezioni più complete dedicate a uno stilista del Novecento. La mostra che oggi occupa gli spazi temporanei rappresenta però qualcosa di diverso di una tradizionale esposizione monografica. “The Givenchiaga Family”, curata da Igor Uria e visitabile fino al 22 febbraio del 2027, mette in scena il dialogo tra Cristóbal Balenciaga e Hubert de Givenchy, due figure che hanno condiviso molto più di una semplice stagione della moda parigina. Il titolo nasce da un’espressione coniata nel 1960 dalla giornalista britannica Katharine Whitehorn che, dopo aver osservato le collezioni dei due couturier, parlò di una “famiglia Givenchiaga”, una sorta di dinastia estetica fondata su affinità tanto evidenti da risultare impossibili da ignorare, un’intuizione a dir poco corretta. “Quando i due stilisti si incontrarono a New York nel 1953, il francese aveva appena aperto la propria maison e lo spagnolo era già una leggenda”, ci spiega il curatore. “Tra i due si stabilì immediatamente un rapporto che superava le convenzioni professionali e il loro non fu il classico legame tra maestro e allievo. Givenchy non lavorò mai nell’atelier di Balenciaga, eppure ne diventerà il più fedele interprete e il principale custode della memoria”. La mostra racconta questa relazione lavorativa (e sicuramente affettiva, ci permettiamo di aggiungere), attraverso trentacinque creazioni realizzate tra il 1956 e il 1972, undici da Balenciaga e ventiquattro da Givenchy. “Il confronto - aggiunge Uria - non è costruito per sottolineare le differenze, ma per mostrare una continuità e sala dopo sala emerge la lezione fondamentale che entrambi concepivano la moda come costruzione”.
La celebre tunica di Balenciaga, presentata nel 1955, occupa una posizione centrale nel percorso e a distanza di settant’anni mantiene intatta la propria radicalità. La silhouette si allontana dalla rigidità del New Look e introduce una nuova libertà di movimento mentre il corpo smette di essere costretto entro una forma precostituita e diventa il punto di partenza di una diversa architettura dell’abito. Givenchy capì subito la portata di quella rivoluzione tanto che le sue interpretazioni non furono mai imitazione, ma variazioni sul tema. Le linee verticali, l’attenzione al volume come il rapporto tra tessuto e spazio furono da lui rielaborati per una donna più giovane, meno formale, ma ugualmente sofisticata. L’aspetto più sorprendente dell’esposizione, poi, è la chiarezza con cui riesce a spiegare un concetto spesso trascurato quando si parla di moda, ossia la tecnica. Balenciaga era ossessionato dalla costruzione di giacche, cappotti, spalle, maniche e colli che nascevano da una conoscenza quasi ingegneristica del taglio e la semplicità apparente delle sue creazioni era il risultato di una complessità nascosta. Il percorso espositivo allestito nei due piani del museo – progettato da Julián Argilagos (architetto cubano che ne ha ideato il concetto volumetrico e strutturale) e dallo studio AV62 Arquitectos di Barcellona, che ha curato il design definitivo della facciata, gli interni e l’allestimento museografico – permette di cogliere questa dimensione con particolare efficacia. Le grandi sale, prive di sovraffollamento, lasciano respirare ogni pezzo e il nostro sguardo non può non soffermarsi sulle curvature di una schiena, sulla precisione di una cucitura o sulla geometria di una manica. Di una camicia con le iniziali C.B., ad esempio, dove è appoggiata una cravatta nera. Al centro del racconto compaiono anche alcune delle donne che hanno contribuito a definire il mito di entrambi i couturier, su tutte Rachel Bunny Mellon, collezionista, filantropa e raffinata intenditrice d’arte, che fu una delle clienti più importanti di Balenciaga e poi di Givenchy. Alcuni degli abiti esposti appartennero a lei e raccontano una stagione in cui il rapporto tra couturier e cliente aveva era personale e irripetibile.
Il passaggio da una maison all’altra, poi, avvenne quasi come una successione dinastica, favorita dallo stesso stilista spagnolo. Più celebre ancora è la presenza di Audrey Hepburn, musa assoluta di Givenchy, con due abiti iconici della sua carriera: quello indossato in Arianna (Love in the Afternoon, 1957) e il celebre tubino nero di Colazione da Tiffany (1961), ormai talmente famoso da essere percepito separato dal suo autore. Quando la Hepburn (Holly Golightly nel film) compare all’alba davanti alle vetrine di Tiffany, sulla Fifth Avenue, con il lungo abito nero, i guanti, gli occhiali scuri e il croissant tra le mani, il cinema fissa un’immagine destinata a diventare una delle più riconoscibili del Novecento. Eppure, osservato da pochi centimetri di distanza, quel vestito lungo e nero perde immediatamente la patina del mito cinematografico e riemergono la costruzione, il taglio, l’equilibrio delle proporzioni, la semplicità solo apparente che Givenchy perseguiva con ostinazione. È quasi sorprendente constatare come uno degli abiti più celebri della storia del cinema nasca in realtà dalla stessa idea che guidava Balenciaga: eliminare tutto ciò che è superfluo fino a lasciare soltanto la forma.
La parte finale dell’esposizione assume invece un tono più intimo. “Dopo la morte di Balenciaga nel 1972, Givenchy dedicò al maestro una collezione-tributo e da quel momento il suo impegno per preservarne l’eredità divenne una missione personale”, ricorda il curatore. “Raccolse abiti, documenti e riviste, partecipò alla nascita della Fondazione Cristóbal Balenciaga, donò al museo centinaia di opere e materiali d’archivio e oltre a conservarne la memoria, contribuì a costruire le condizioni perché potesse continuare a parlare alle generazioni successive”. Balenciaga è omaggiato in ogni momento senza alcun logo (l’unico che c’è lo troviamo scritto sui cartoncini delle sedie che utilizzava alle sfilate o sui calzini rosa e neri che vendono al bookshop dove anche una semplice matita, in velluto nero, è protetta da una teca), ma non è mai l’uomo cristallizzato nella leggenda. Quello che emerge a Getaria è un autore ancora sorprendentemente vivo, perché continua a dialogare con il presente attraverso le persone che ne hanno raccolto l’eredità (oggi da Pierpaolo Piccioli, per il decennio precedente Demna, prima ancora Nicholas Ghesquière), interpretato il linguaggio e custodito la memoria. Quando si esce dal museo, la luce dell’Atlantico riappare improvvisamente oltre le vetrate e quella piccola cittadina a venti minuti di auto da San Sebastian e a un’ora da Bilbao, torna a essere il piccolo porto basco che ha visto nascere il figlio di una sarta. Eppure, dopo aver attraversato queste sale, appare chiaro che il contributo di Balenciaga alla moda non riguarda soltanto l’eleganza o lo stile, ma soprattutto l’idea che la modernità non consista nell’inseguire il nuovo ad ogni costo, ma nel perfezionare una forma fino a renderla inevitabile.