"Lavoro per ridare dignità a tecniche antiche". Intervista a Galib Gassanoff

Georgiano di origini azere, finalista del LVMH Prize e vincitore del Fashion Trust Grant, è arrivato in Italia diciottenne grazie a una borsa di studio. Dopo aver co-fondato Act N.1, da due anni guida Institution. Come la nuova piattaforma organizzata con istituzioni e imprenditori dell’Azerbaijian per dodici donne che lavorano il giunco

20 GIU 26
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Tradizione, non folklore. Un look della nuova collezione di Galib Gassanoff che a Pitti Uomo ha portato anche un'installazione per Consinee Group, curata da Sara Maino (photo courtesy)

Conversare con un designer senza finire a parlare di abiti non è cosa di tutti i giorni. Mi è successo con Galib Gassanoff. Quando gli ho chiesto della sua visione della moda maschile oggi, mi ha parlato di monumenti, mi ha parlato della Georgia e mi ha parlato delle persone, dei tappeti e ancora delle donne, del business e della libertà. Georgiano di origini azere, è cresciuto nella periferia di Tbilisi in un contesto attraversato da lingue, tradizioni e culture differenti, foglio della minoranza azera musulmana, in un contesto non facile. Da ragazzino cuciva di nascosto, perché dalle sue parti “è impensabile che un uomo sappia cucire”, non diversamente però da molte coetanee: “Ci sono tecniche e saperi che vanno scomparendo, perché i padri impediscono alle figlie di diventare abili in materie che permettano loro di raggiungere l’indipendenza economica”. Da anni, Galib lavora per ridare dignità a queste competenze: nella sfilata estate 2026, per esempio, ha realizzato le gonne a ruota, simbolo dell’eleganza occidentale, in giunco, elemento naturale che fa parte della tradizione artigianale delle comunità di Masalli e Lankaran. "Coinvolgo spesso artigiani che praticano mestieri tradizionali molto antichi. Penso appunto ai tappeti o agli intrecci di typha latifolia o giunco. Lavorano in modo grezzo, è questo che mi interessa e voglio che rimanga così. Molte produzioni che vengono considerate semplice artigianato solo perché realizzate in ambito domestico, spesso da donne, in un contesto diverso sarebbero lette come arte contemporanea. Così cerco di dare loro visibilità, valorizzandone il linguaggio personale e inserendole in una narrazione più ampia. Per esempio, attraverso una collaborazione con dodici artigiane dell'Azerbaijan che lavorano il giunco, siamo riusciti a trasformare l'effetto passerella in un progetto concreto coinvolgendo istituzioni e investitori locali, contribuendo alla creazione di un laboratorio, di una piattaforma di vendita e di un percorso di formazione".
Arrivato a Milano a diciott'anni per studiare moda grazie a una borsa di studio, dopo l'esperienza di Act N.1, sviluppata nel 2016 in tandem con Luca Lin, nel 2024 ha fondato Institution, progetto che si muove tra moda, ricerca culturale ed espressione artistica. Nel 2025 ha ricevuto il Cnmi Fashion Trust Grant e nel 2026 è stato selezionato tra i semifinalisti del Lvmh Prize. Ci incontriamo alla vigilia delle settimane della moda maschile. "Per me è importante che dietro una persona ci sia una mente, preferibilmente sana. La mia progettazione non rispecchia sempre quello che indosserei, provo piuttosto a esprimermi attraverso personaggi che mi appartengono solo in parte. Cerco di mantenere nel giusto equilibrio le idee di femminilità e mascolinità, senza ricercare né una donna troppo sensuale né un uomo troppo femmineo o macho. Penso che questo sia anche uno dei motivi per i quali l’argomento della moda maschile viene affrontato meno spesso con me: approcciarlo è più complesso di quanto sembri, e infatti è un ambito nel quale mi limito molto, perché sconta ancora molti pregiudizi, mentali ed estetici. Ci sono divieti che ci portiamo dietro dall'infanzia e con cui impariamo a convivere. In parte ci si adegua, ma credo che non si debba perdere del tutto quel lato infantile che permette di guardare le cose in modo diverso. Cresciamo in una società che inesorabilmente ci plasma; però, quando si inizia a pensare più liberamente, ci si comincia a porre delle domande scomode. Per questo, lavoro molto sulla fisicità delle persone: i due sessi sono biologicamente e strutturalmente diversi e anche tra uomini e tra donne esistono differenze enormi. Ogni corpo è a sé", e poi puntualizza: "Penso che quando una persona si veste dovrebbe partire dalla comprensione di sé stessa. Quando progetto penso a due icone, due monumenti, uno maschile e uno femminile, mai caricaturali, sui quali lavoro con le silhouette. Ovviamente, non pretendo di vedere per strada quello che porto in passerella: per me la sfilata è la rappresentazione del mio immaginario, nel quale inserisco i capi. Al contempo, cerco di non forzare i tessuti oltre la loro natura e anche se oggi si può ottenere qualsiasi forma, preferisco rispettare il0 materiale".
Galib Gassanov sa che il sistema della moda mostra stereotipi privi di riscontro nella realtà e dunque impernia la propria ricerca sulla distinzione fra ciò che è autentico e ciò che non lo è. "Voglio mantenere un'estetica naturale e vera, cercando di limitare il più possibile l'artificio", spiega. "Anche nei casting, per esempio, non mi piacciono i capelli eccessivamente colorati o le persone molto rifatte. Ovviamente ognuno è libero di essere ciò che vuole, ma proprio non tollero la volgarità. Vedere persone vestite in modo volutamente inappropriato è forse la cosa che mi disturba di più, perché non credo sia necessaria. Purtroppo, lo noto spesso nei più giovani e questo mi preoccupa, anche perché l’abito trasmette inevitabilmente un messaggio" e non sempre, dunque, quel messaggio può favorire chi lo lancia. Nonostante Galib abbia lasciato la sua terra appena maggiorenne, il suo retaggio culturale e familiare è estremamente forte e presente. Questo, dice, gli permette di osservare il mondo con uno sguardo acuto, serio e rigoroso. "I due background del Caucaso influenzano profondamente il mio lavoro perché fanno parte di me, non sono una semplice fonte d'ispirazione", sottolinea. "Sono cresciuto fuori dalla metropoli, in una famiglia molto tradizionalista e questo mi ha formato; ma allo stesso tempo, non avrei avuto le stesse possibilità di espressione se fossi rimasto lì. Milano e l'Italia invece mi hanno dato molto, soprattutto sul piano del saper fare perché la moda mi interessava non tanto come fine, ma come mezzo per creare e narrare attraverso i vestiti. Mi appassionano l'etnografia e i costumi e attraverso di essi racconto una cultura che in Occidente si conosce poco e, a dire il vero, spesso anche in Georgia". 
Non vuole attrarre l'attenzione con la teatralità del folklore; piuttosto, concentrarsi su ciò che c'è dietro: la filosofia e il lato umano. "Queste tradizioni rappresentano persone vere, conoscenze che esistono da moltissimi anni e che spesso hanno origini rurali, come le mie, e non si sono sviluppate all'interno delle corti aristocratiche che, in Europa, hanno contribuito a uniformare il modo di vestire. In Georgia molte cose sono rimaste locali e isolate. Per questo mi piace prendere questi elementi e mostrarli nella loro integrità, a volte ruvida, senza romanticizzarli troppo". Il suo lavoro si muove fra la pratica manuale popolare e l'alta moda più preziosa. Rispetto ai sette anni trascorsi con Lin in Act N.1, designer emiliano di origine cinese, dice che si è trattato “di una grande scuola”, ma di aver provato il bisogno di agire con maggiore rapidità, senza peraltro farsi intrappolare dalle dinamiche aziendali. "Seguo l'istinto. in Act N.1 il brand era cresciuto molto, c'era un team di quindici persone, dovevamo sempre confrontarci e ogni tanto si perdevano delle opportunità. Con Institution ho ritrovato la mia libertà creativa, senza inseguire un modello di business organizzato sulla quantità: cerco pochi clienti nel mondo, che però comprendano e valorizzino il mio lavoro". In questo momento, sta pensando alla couture: “Preferirei lavorare con il su misura o il made-to-order; ora devo solo trovare uno studio che si presti ad accogliere i clienti. Ci sto lavorando", rivela sorridendo. Il Lvmh Prize gli ha dato visibilità e credibilità internazionale. Alcuni clienti lo hanno scoperto lì, tra cui Dover Street Market, uno dei nomi che sperava di conquistare. Galib continua a tenere l'asticella alta, per questo, prima di salutarci, gli faccio la domanda più difficile: cos'è l'eleganza? "Dipende dalla personalità e dal bagaglio culturale di una persona, non per forza dal lato estetico. Non credo esista lo stile innato: la naturalezza si acquisisce, anche inconsapevolmente. Quando una persona è davvero sé stessa, anche nel modo di pensare, spesso è serena e se sta bene con sé stessa finisce per apparire elegante senza doverlo ostentare".