Moda
Una mattinata in atelier sui Navigli •
Cosa manca alla moda? Un po’ di pudore
Il cliente trattato come l’incompetente che non è, il troppo marketing, gli eccessi di certe sfilate. Chiacchierata con Massimo Monteforte, veterano delle direzioni creative, oggi fortissimo del successo del suo atelier e del progetto che ha lanciato con Sabato De Sarno e Camera Buyer. Che ne ha un po’ per tutti, a partire dalla Camera della Moda
11 LUG 26

Un look della collezione Nine to Six, sviluppata da veramonteforte con il lanificio Reda e Camera Buyer Italia attorno a un'idea: la qualità non è ciò che si mostra, ma ciò che resta quando l'ostentazione finisce (foto veramonteforte)
“Sto riflettendo molto su una parola che per me oggi è fondamentale: devozione. Non verso una persona, ma verso un’idea di estetica e di buon gusto. Più che ripetere che la bellezza salverà il mondo, oggi bisognerebbe recuperare un po' di senso del pudore”, spiega Massimo Monteforte, designer che appartiene a quella generazione cresciuta quando la moda italiana era ancora rilevante e anche una scuola di mestiere. Dopo oltre trent'anni tra atelier e direzioni creative (elenco parziale e disordinato: Gianni Versace, Jil Sander, Ferré, Giorgio Armani, è stato art director di Malo, Annapurna, Gentry Portofino, ha fatto consulenze per Gucci) oggi guida veramonteforte, con la v minuscola, con cui ha appena lanciato Nine to Six, progetto sviluppato insieme a Reda e Camera Buyer Italia, sostenuto anche da Sabato De Sarno, ex direttore creativo di Gucci, che rimette al centro qualità, sartorialità e cultura del prodotto. “Devozione è un termine che significa anche rispetto per il lavoro e per le competenze. Esattamente come quando ci si affida a un medico, così chi entra in una sartoria dovrebbe riconoscere l’esperienza di chi sa leggere un corpo e costruire un abito sulle sue proporzioni. Io ho avuto la fortuna di formarmi con Giorgio Armani e Gianni Versace, osservando da vicino il loro metodo e imparando che la moda è una cosa seria, per questo oggi credo ci sia bisogno, più che di moda, di modo. Conta il processo con cui nasce un buon capo. Quando invece i grandi marchi puntano soltanto a esibizioni di potenza, come bloccare Times Square, senza dimostrare la stessa coerenza nel prodotto, finiscono per dare l’impressione di considerare il consumatore incapace di distinguere la sostanza dal marketing”. È romantico, anche se inizialmente non voleva ammetterlo, così gli chiedo a bruciapelo quale sia, quindi, la bugia più grande che il sistema continua a raccontarsi. “Sicuramente è quella della qualità”, risponde secco, senza quasi farmi terminare la domanda. “Il consumatore di fascia alta, anche senza competenze tecniche, sa riconoscere un capo ben fatto perché ha sviluppato un istinto affinato dall’esperienza. Mi colpisce vedere clienti che, davanti ai miei abiti, li abbinano a vecchi pezzi Hermès custoditi nei loro armadi, come un paio di stivali in camoscio, com’è successo con una mia amica. È la dimostrazione che gli archivi custodiscono un patrimonio che molti marchi sembrano aver dimenticato, affidandosi a figure che spesso non conoscono abbastanza la storia e il linguaggio delle maison che sono chiamate a guidare”.
Il suo brand è nato durante il Covid, quando è stato costretto a fermarsi dopo decenni di lavoro, trovando il tempo per riflettere e capire di volere finalmente costruire qualcosa di suo, senza ripetere il fasto passato di un altro brand eponimo dopo quello, di grande successo, che aveva lanciato negli Anni Novanta. La scintilla è arrivata quando un giovane collaboratore, dopo aver rovistato tra i suoi archivi reali e digitali, gli mostrò un video montato ad hoc con i lavori della sua carriera: “Mi sembravano ancora contemporanei”, dice. Un occhio giovane e incontaminato aveva riletto la sua esperienza in chiave moderna. Da quella nuova consapevolezza è nato veramonteforte, pensato fin dall’inizio con un modello un po’ fuori dal comune e ispirato alle riunioni Stanhome degli Anni Settanta, portando i capi direttamente nelle case delle clienti e poi realizzandoli ad hoc; una couture 2.0, che racchiude sartoria meticolosa arricchita dalla visione creativa. La risposta è stata immediata e ha confermato la validità di un guardaroba composto da pochi pezzi destinati a durare nel tempo, al di fuori delle logiche stagionali. L’incontro con un’amica, poi diventata socia, ha infine dato al progetto la struttura commerciale necessaria, trasformando un’intuizione nata quasi per caso in un vero atelier. “Per me il vero lusso nasce dalla relazione tra l’abito e la persona, è quasi psicologia ed è proprio questo che oggi non funziona nei grandi gruppi, dove il consumatore viene trattato come un numero, invece che compreso nelle sue esigenze”, spiega. “Ho capito che questo modello non era replicabile e che dovevamo restare un atelier. Da qui ora è nata Nine to Six, con anche il coinvolgimento di Sabato, con cui collaboro da molti anni. Non vuole sostituire veramonteforte, ma trasferirne i valori in un prodotto industriale che conservi il tocco della sartoria. Per questo abbiamo rinunciato a sfilate e showroom, scegliendo un dialogo diretto con il retail e rivolgendoci a una nuova generazione di clienti che cerca qualità, personalità e capi destinati a durare, non semplicemente una collezione di stagione”. Infatti il progetto sarà dinamico e per ogni uscita avrà un nome diverso e potenzialmente anche partner diversi, nonostante il legame professionale e personale con Reda. Fa parte delle dinamiche della moda di oggi, spesso bloccate su meccanismi che non sono più attuali e, soprattutto, efficienti. “Siamo cresciuti in modo del tutto naturale, grazie alle clienti e al passaparola, senza strategie costruite a tavolino, così quando abbiamo chiesto alla Camera della Moda di inserire Nine to Six nel calendario eventi, sono rimasto molto sorpreso nel vedere che non è stato accettato ed è stato trattato come una normale operazione commerciale, senza coglierne il significato; salvo poi apprezzarlo dopo l’entusiasmo mediatico ricevuto”, rimarca. “Credo che oggi la moda abbia bisogno di osare di più, di uscire dagli schemi invece di seguire procedure sempre uguali. Anche il suo successo mi ha stupito: pensavo fosse semplicemente un modo per far sapere che esistevamo, invece ha acceso un interesse che è andato ben oltre le aspettative, dimostrando che quando si propone qualcosa di autentico il pubblico se ne accorge».
Ha l’entusiamo di un giovane ai suoi primi successi, ma la consapevolezza di un professionista esperto che quindi sa che sta navigando in tempi di burrasca, ma questo non lo spaventa. "Io continuo ad amare profondamente questo mestiere e non credo che la moda sia in crisi, ritengo invece che abbia ancora moltissimo da dire. Il problema è che oggi in tanti hanno smesso di guardarla nel modo giusto: va affrontata con l’istinto e con una creatività autentica, che nasce prima di tutto dall’uomo e non dalle strategie".