I molti rischi di progettare gli abiti in AI

Tra haute couture e algoritmi, la moda si interroga su dove finisca il talento umano e inizi la scorciatoia artificiale. I vecchi schemi da abbandonare e i processi che potrebbero trarne beneficio

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Il 28 gennaio 2026 Alexis Mabille presentava la sua collezione di abiti haute couture costruiti e rappresentati con l'uso della AI. Non è casuale, perciò, tornare sul tema durante le sfilate dell'alta moda, bensì l'occasione per porsi qualche domanda sul rapporto tra creatività, qui nella sua espressione più libera, e tecnologie generative. Ancor prima della questione della disumanizzazione dello stilista, il contesto attuale è in gran parte riassumibile in "servizio e supporto". L'intelligenza artificiale è già integrata ai processi moda nella gestione delle materie prime e dei consumi, nei servizi alla vendita e di lotta alla contraffazione. L'argomento diventa critico, però, nei passaggi fino ad ora percepiti come pertinenza esclusivamente umana: la comunicazione e, soprattutto, il design, ciò da cui tutto ha inizio. Al punto in cui siamo è meglio tralasciare lo stadio dell'indignazione preventiva, la levata di scudi social come quella riservata alla sfilata di Mabille, una collezione di per sé debolissima che a confronto con gli esercizi modellistici di Schiaparelli e le boules drappeggiate di Dior sembrava una simulazione da soap opera sulla moda ("Beautiful", per intendersi, che in effetti pare esista ancora). Il fattore scatenante per gli indignati è la perdita della fantasia umana a scapito di qualcosa di ignoto e inanimato che subdolamente rimpiazzi gli esseri viventi come ne "L'Invasione degli ultracorpi" (film peraltro del 1956, del grande Don Siegel) o nella nuova, magnifica serie "Pluribus" di Apple TV. Visione catastrofista? Forse, e per supportarla basta leggere le brevi e feroci pagine dedicate alla moda dalla linguista Emily M. Bender ne "L'inganno dell'intelligenza artificiale" (Fazi, 2026). in ogni caso il rischio c'è. Per quanto riguarda le campagne stampa, oltre al fattore risparmio, è lecito pensare che il ricorso alle modelle artificiali sia anche un modo di cavalcare l'onda del rimbalzo mediatico, con immagini rilanciate immancabilmente da ogni aggregatore di notizie. Il punto nodale di tutta la questione, però, è l'attività progettuale, e i confini per definirla frutto dell'umano talento. Le reazioni a caldo del pubblico, escludendo fast e ultra fast fashion, fanno pensare che se l'AI diventasse predominante nel progettare i capi i clienti li rifiuterebbero. Peccato sia ormai improbabile che se ne accorgano.
In maniera sottile e sotterranea ci si avvale già di elementi elaborati artificialmente, tendenze globali, stili e abitudini di consumo, ricerche sul campo che non sono più tali (con grande delusione di tutti gli studenti che sognano una carriera da head hunter in giro per il pianeta), immagini reperite istantaneamente…In pratica, tutto il materiale che confluisce nei concept di lavoro e compone i moodboard di collezione. Heuritech, per esempio, è una piattaforma che utilizza l'AI generativa per processare infiniti dati e prevedere le tendenze: e in questo campo, le tracce dei contenuti autogenerati sono già molto difficili da distinguere. Infine c'è l'abito, il vertice creativo, il disegno, pure se digitale (ma lo schizzo su carta incanta tuttora, vedi alla voce "Daniel Roseberry") che esprime il passaggio diretto tra idea e progetto, e che solo un essere umano può ancora realizzare. Il ricorso all'AI sembra una scorciatoia irrispettosa e squalificante, ma i tempi stretti mettono gli staff - amplissimi ma, a parte poche figure apicali, con formazione poco più che scolastica e scarsa esperienza - a dura prova, e la "tentazione artificiale" si fa molto forte, tanto quanto la sensazione, da parte di chi ha qualche anno in più, di essere una specie in via di estinzione. Questo nostro oscillare tra "apocalittismo e integrazione" (Umberto Eco docet) si traduce in grafiche, stampe esclusive che non lo sono, piazzamenti automatici di motivi e loghi, combinazioni di colore, rielaborazione di elementi di archivio in varianti anodine e decontestualizzate: un ventaglio di possibilità tra le quali il direttore - forse prossimamente curatore – artistico possa scegliere auspicabilmente trovandovi un senso. Non siamo ancora al capo appena abbozzato e poi interpretato dai programmi generativi, se non nei progetti scolastici della futura forza lavoro degli uffici stile, ma ci stiamo arrivando velocemente. In un mondo ideale l'AI dovrebbe semplificare i processi di realizzazione per concedere ai professionisti il tempo per le attività creative senza sostituirsi a esse, ma questo si imparerà solo con la pratica e un periodo di adattamento durante il quale al nostro gusto e alla nostra attenzione critica saranno offerte molte banalità proposte dalla livella artificiale. La questione non è l'AI in sé, piuttosto la sua applicazione riduttiva, dettata dalla fretta e da vecchi schemi. Se fino ad ora gli esseri umani se la sono cavata bene creativamente, tanto da farci ricorrere anche troppo sistematicamente agli archivi, con un ausilio così potente vogliamo "il fantastico", gli unicorni (metaforici): i picchi di massimalismo o la materializzazione del minimalismo più astratto e tecnicamente perfetto. Sicuramente non le stampe piatte e le cromie scontate che sembrano stanche ripetizioni di cose già viste.