L’inverno cinese

Roma. “Trent’anni fa, nella primavera del 1989, ricevetti una telefonata nel cuore della notte nel mio appartamento a Pechino: l’esercito cinese stava invadendo la propria capitale”. Inizia così il racconto di trent’anni fa di Nicholas Kristof, columnist del New York Times, per due volte vincitore del Premio Pulitzer, uno dei commentatori più autorevoli del mondo specializzato in aree di crisi e diritti umani. Nel 1989 Kristof era il corrispondente del Times a Pechino, e il 4 giugno, insieme alla collega Sheryl WuDunn, firmò i primi articoli in prima pagina sulla repressione del governo cinese nei confronti dei suoi stessi cittadini. Qualche giorno fa Kristof ha raccontato quei giorni per la prima volta: “Studenti e operai avevano reso le strade impercorribili con delle barricate per bloccare l’esercito, così saltai sulla mia bicicletta e pedalai furiosamente verso gli spari. Ho raggiunto Piazza Tiananmen poco prima dell’esercito, e poi ho visto i soldati sparare con armi automatiche verso la folla in cui mi trovavo”. Kristof all’epoca era il capo del desk di Pechino, e nonostante le pallottole racconta di aver preso il taccuino e di essersi messo a correre per documentare tutto: “Non si può dimenticare l’immagine dei ragazzi, alcune delle menti più brillanti di una nazione, pieni di passione e idealismo, resistere al fuoco delle mitragliatrici e poi un istante dopo accartocciarsi a terra, insanguinati e senza vita”. La speranza, scrive Kristof, era l’unica cosa che si avvertiva nell’aria. Poi però arrivarono i soldati. Che sparavano non solo sui manifestanti, ma anche sulle famiglie che osservavano dai balconi, sulle ambulanze che portavano via i feriti. “L’inverno è arrivato in Cina, e in termini politici non se n’è ancora andato”. Non si può discutere sul fatto che la Cina abbia fatto un enorme balzo economico, spiega Kristof, “e che i critici come me dovrebbero essere umiliati dal fatto che l’aspettativa di vita sia oggi più lunga a Pechino che a Washington”. “La Cina non è come la vecchia Unione Sovietica, che impoverisce e soffoca le persone”. E’ un paese che invece “ha salvato molte vite umane, ha costruito una università a settimana e ha tirato fuori dalla povertà più persone di qualsiasi altro paese nella storia – eppure, è profondamente umano, come ha affermato un manifestante nel 1989, cercare non solo il riso ma anche i diritti”. Il columnist prosegue: “La propaganda cinese ha cancellato il movimento democratico e il massacro, così oggi molti giovani cinesi non hanno idea che il Partito comunista ha massacrato la sua gente. Il presidente Xi Jinping dovrebbe sentirsi rassicurato”. Nel frattempo, l’autoritarismo è fiorito in tutto il mondo. “Ma quelli di noi che hanno assistito alla Primavera di Pechino sono fiduciosi che alla fine, imprevedibilmente, l’ondata di libertà si ripresenterà”.