Dai Joy Division alla pianura padana: “L'amore ci farà a pezzi”

“Traumfabrik Again”, l'ultimo disco di Miglio (Alessia Zappamiglio), è costruito attorno a questo semplice gesto: prendere qualcosa che veniva da altrove e piantarlo nella terra che conosce. La Traumfabrik, Max Collini, l’elettronica e il cantautorato

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29 APR 26
Ultimo aggiornamento: 09:52 AM
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Miglio nella foto di Martina Platone

Dicono che tradurre sia tradire, ma forse è solo scegliere dove abitare. Dare acqua alle radici. Alessia Zappamiglio – in arte Miglio, poco più di trent’anni, Brescia alle spalle e Bologna sotto le suole – ha costruito (“che brutta parola”, dice lei – e invece è perfetta) il suo ultimo disco, “Traumfabrik Again”, intorno a questo gesto: prendere qualcosa che veniva da un altrove, di spazio o di tempo, e piantarlo nella terra che conosce. Da una talea di “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division gemoglia il suo “L’amore ci farà a pezzi”. La new wave viene reimpiantata nella geografia emotiva padana. E per qualche minuto ritorna in vita, come una rana galvanizzata, la “Traumfabrik” di via Clavature, Bologna, fine anni ‘70. Un laboratorio che negli stitici perimetri del duemilaventierotti si potrebbe dire “creativo”. Punto di incontro di Scozzari e Paz e Gaznevada, di controcultura, punk e nuovi linguaggi. “Non voglio citarlo come revival nostalgico ma rivendicare un’attitudine”, assicura Miglio. Il disco è stato sviluppato insieme a Francesco Fantini, compositore e producer con un percorso tra elettronica sperimentale e musica per immagini. Con pochi elementi, fissa paesaggi sonori che reggono la densità della scrittura, senza ornamenti.
Il 17 aprile il progetto si è arricchito: “L’amore ci farà a pezzi” ritorna in una versione con Max Collini degli Offlaga Disco Pax (lato A), e in un remix ambient di Sara Berts (lato B). Due riletture in direzioni opposte: la prima aggiunge una voce, la seconda smonta quella che già c’era. Miglio parla di “ricerca della parola” in termini quasi artigianali: “Non è ossessiva ricerca estetica, ma riuscire a costruire un linguaggio, una identità”. Ecco che tradurre “Love Will Tear Us Apart” non significa appropriarsi di un classico, ma farci un forellino sopra e lasciare che da lì entrino altre storie, più personali. Il brano “L’amore ci farà a pezzi” è, nel disco, uno dei più privati. E non è una coincidenza che l’interlocutore sia proprio Collini. La pianura come categoria emotiva prima ancora che geografica dà una certa comunanza, sostiene Alessia. “Sono fortemente legata a tutta quella poetica. Pier Vittorio Tondelli l’ho scoperto prima degli Offlaga. Ognuno ha il suo linguaggio, però c’è proprio un sentire comune legato a certi territori”. C’è in questa provincialità rivendicata qualcosa da cogliere? “Me la porto dietro per forza di cose”, dice. “Forse il mio rifugio è proprio in quella sensazione di magone”. Dizionario etimologico alla mano: dal longobardo mago, ventriglio di pollo, gozzo. Da lì al nodo alla gola, è il solito gioco di traduzioni e tradimenti.
La voce di Miglio viene trattata diversamente nelle tre versioni di “L’amore ci farà a pezzi”: protagonista narrativa nell’originale, affiancata da Collini nel lato A, smontata e trasformata in texture ambient dalla compositrice e sound artist di Torino Sara Berts nel lato B. Questa progressione – dalla voce che racconta alla voce come suono – potrebbe essere la lente per parlare di come Miglio stia ampliando la propria idea di cantautorato, spostandosi verso qualcosa di più vicino alla sound art. “È stato fortissimo. Il brano nasce in minore, cupo, Sara l’ha trascritto in maggiore e la voce si è fatta più eterea. L’ha riportato nel suo mondo”. Il progetto Miglio, nel frattempo, continua a consolidarsi. Nel 2024 c’è stata la colonna sonora per la sfilata Etro – un’esperienza di “totale libertà creativa voluta dall’allora direttore creativo Marco De Vincenzo che aveva amato la mia ‘Techno pastorale” del 2022, e ora un brano, “Musica elettronica”, di quest’ultimo disco che uscirà sarà nella colonna sonora di una serie Netflix”. La babysitter la fa ancora, il pomeriggio: ha due bambini a cui fa fare i compiti e che sanno che la sera lei va a fare i concerti. “Non c’è un piano B. La musica l’ho scelta a vent’anni, quando ho iniziato a suonare nei bar. E continuo tutti i giorni a sceglierla”. Tradurre, in fondo, è sempre una scelta: si può scegliere di restituire il senso o il suono, l’immagine o il peso. O anche solo di dare acqua alle radici.