La voce dell’arpeggione rivive in un capolavoro di Schubert

Strumento poco fortunato ma che, per una di quelle occasioni che fanno della storia della musica uno scrigno di curiosità circondate di bellezza, riuscì a legare la sua esistenza a una celebre composizione che sarà riproposta questa sera a Roma

29 APR 26
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Kian Soltani

Aeccezione di pochissimi esemplari accuratamente conservati in alcuni musei, ciò che resta di questo strumento è solo la memoria. Costruito dal celebre liutaio viennese Johann Georg Stauffer negli anni venti dell’Ottocento, l’arpeggione – invenzione strumentale a metà strada tra violoncello e chitarra – non ottenne alcuna diffusione nell’uso (una decina d’anni più tardi era già dimenticato) ma, per una di quelle occasioni che fanno della storia della musica uno scrigno di curiosità circondate di bellezza, riuscì a legare la sua esistenza a una celebre composizione di Franz Schubert, che questa sera sarà riproposta in concerto a Roma – unitamente alla Sonata op. 19 di Rachmaninov, pagina anch’essa pervasa da un intenso, malinconico lirismo, e ad arrangiamenti di canti popolari persiani – dal violoncellista Kian Soltani affiancato dal giovane pianista Jae Hong Park, per la stagione da camera dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia.
Coniugando in una straordinaria sintesi i tratti fondamentali della poetica schubertiana quest’opera, composta nel 1824, ci conduce in un’epoca in cui il compositore, nemmeno trentenne, si avvicinava al tramonto di un percorso artistico straordinariamente intenso e breve. Ancora molto lontano dal raggiungere la notorietà oggi legata al suo nome, Schubert aveva da poco concepito la celebre Incompiuta e solo l’anno successivo avrebbe messo mano al monumentale testamento della Sinfonia Grande: tra tali capolavori, la Sonata per arpeggione e pianoforte si colloca come un unicum nel catalogo di un autore che aveva ottenuto considerazione non per le composizioni di ampio respiro – pagine che solo il tempo avrebbe permesso di rivalutare come tesori inestimabili – ma esclusivamente per la musica vocale. Non per caso la dimensione lirica, sempre segnata da una tenue inquietudine, lega questa pagina strumentale ai Lieder per voce e pianoforte, confermando, nell’avvicendarsi dei diversi temi melodici, quella poetica del viandante che accompagna tutto l’itinerario artistico di Schubert: “Sono straniero ovunque. / Dove sei, terra mia adorata? / Cercata, immaginata, e mai trovata? / (…) Vago silenzioso, infelice, / e sempre sospirando chiedo: dove?”.
Il nuovo strumento, chiamato anche chitarra d’amore o chitarra ad arco, sarebbe presto caduto in disuso e la preziosissima pagina rimasta nell’oblio fino alla pubblicazione, avvenuta mezzo secolo più tardi. L’atmosfera che pervade queste note ci porta nel mondo più intimo di Schubert, là dove – meravigliosa polisemia della musica – la malinconia pare d’un tratto tramutarsi in dolcezza, l’inquietudine repentinamente divenire letizia: “Quando volevo cantare l’amore – avrebbe confidato l’autore – esso si trasformava per me in dolore, e se allora volevo cantare solo il dolore, esso diveniva amore. E così l’amore e il dolore si dividevano la mia anima”. Già dalle prime battute veniamo condotti nel cuore di una Sehnsucht in cui la delicata mestizia, alternandosi a improvvisi squarci di luce, delinea l’ineffabilità della musica: “Non c’è allegria – commenta Enrico Fubini – che non abbia in sé una nota di tristezza, così come non c’è abisso di dolore da cui non si possa intravedere la speranza”. E’ il viandante che procede nel suo viaggio, attraverso paesaggi compositi e multiformi, verso una meta ancora lontana eppure già intravista all’orizzonte; emerge, in queste note, una sorta di intensissima sintesi di quello spaesamento o, meglio, di quell’anelito a un oltre (“Dove non sei, là è la felicità” recita un verso del più celebre dei Lieder schubertiani) che Schlegel definì come “un aggirarsi presago nei pressi dell’avvicinabile”: è il viaggio di un’esistenza “esclusivamente interiore, spirituale, che – come scrisse un amico del compositore – raramente si manifestava nelle sue parole, ma si rivelava solo attraverso le note”.
Schubert, che spesso regalava i manoscritti delle opere appena concepite, che si ritirava in disparte di fronte agli applausi, che restò sempre distante dagli altisonanti successi dei teatri, che non ebbe mai la possibilità di ascoltare in esecuzione le sue sinfonie, ci dona qui – ponendola nelle corde di uno strumento scomparso – una voce assoluta, capace di parlare all’uomo di una bellezza così evidentemente visibile e al contempo lontana che egli, proprio come un viandante, non smise mai di cercare.