Musica
il ritratto •
Quella di Olly è una storia identitaria e fuori misura. Il pubblico, San Siro 2027, l'hype
Non è un rapper, è un cantautore. Hai tatuaggi ma sono un dalmata e una lumaca. Figlio della scuola del cantautorato genovese storico di Gino Paoli, Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco. Per lui scrivere viene prima di cantare

C’è un video di Olly il 7 luglio nel 2024 tra il pubblico a San Siro al concerto di Vasco Rossi, in cui l’inseparabile July gli dice “tra dieci anni saremo qui per Olly. Non uno di più né uno di meno”. Ce ne ha messi sette di meno, ce ne ha messi solo tre. A San Siro Olly ci andrà nel 2027. A fare il suo concerto. A soli 25 anni. 60 mila persone, in mezzo a un sacco di altri stadi. Basta questo forse a spiegare la storia di Olly, un successo rapidissimo, inaspettato solo a quelli con la musica sotto il naso. Che non hanno voluto vedere talento, personalità, carattere, e grinta, che pure si facevano notare. Nascosti da quel nomignolo che fa pensare a un prodotto da talent costruito a tavolino, e invece è solo il diminutivo con cui la mamma chiamava il papà, e poi a lui al campo di rugby. Federico Olivieri, ma chi gli vuole anche bene lo chiama Ico. Tantissimi. Per un cantautore che in un solo anno è passato dai club agli stadi, con 500 mila biglietti venduti. Con un solo album. Anche quello record storico. Dal giorno della sua uscita il disco non ha mai abbandonato la Top 10 FIMI, l’album più veloce della storia della discografia italiana a raggiungere gli 8 dischi di platino, nell’era delle certificazioni, collezionando 24 certificazioni totali, 22 platini, 2 ori, 2 milioni di copie vendute e un miliardo di streaming in un solo anno. Il disco era già uscito prima di vincere Sanremo 2025, insieme alle 14 date dei club già sold out prima del festival. Per questo decise di non partecipare all’Eurovision. Per non cancellare le date già vendute, e non deludere i fan. Ma sin da subito le malelingue dissero che non andava perché non sapeva cantare. Non avevano ancora capito la marcia in più di Olly: il pubblico. Quello che gli aveva fatto vincere Sanremo ancora prima che ci partecipasse. Il fenomeno era scoppiato, ed era tutto su tik tok: non nelle visualizzazioni dei pezzi di Ico, ma in quelle delle migliaia di persone che si riprendevano in auto, allo specchio, in cucina, cantando e ballando a squarciagola le canzoni di un ragazzo che aveva il nome da reality, ma era genuino. E il botto era arrivato con “Devastante”, un brano talmente ricondiviso sui social che solo dopo le radio furono costrette a passare. Poi lì arriva Marta Donà, la manager, e il featuring con un’altra pupilla della sua scuderia: Angelina Mango. E’ sdoganamento. Ma oggi Olly quel pezzo lo fa da solo, ed è un’altra cosa. Chi lo seguiva già sapeva che il festival lo avrebbe vinto. Tranne lui che, al netto delle dicerie, era l’unico a non aspettarselo. Non perché non crede in sé, ma perché è scanzonato. E anche al festival è andato per divertirsi e spaccare, su un palco che quell’anno dava per vincente Giorgia. Lui si affaccia dal balcone con i suoi amici e si mette a cantare, e sotto diventa un concerto di Olly con tutti i ragazzi che già la sapevano. E che da lì non hanno mai smesso. E che lo hanno reso ciò che è.
“Non siete voi che venite a vedere me, sono io che vengo a vedere voi”, ammette Olly che nelle storie non pubblica le sue performance sul palco, ma quelle del pubblico sotto. “La sua gente” che non solo lo ascolta e paga il biglietto, ma tecnicamente fa il concerto con lui. Non si può spiegare se non lo si vive, quelli di Ico non sono concerti come gli altri, in cui vai a vedere l’artista. Come ha fatto anche lui mercoledì scorso da Tedua. Ma il pubblico, ragazzi e adulti, si scatenano con lui, anche dandogli le spalle, per viversela insieme a lui. Per pescare con lui. Ed è solo questo pubblico, e il suo gruppo di amici, che è poi è anche la sua band, sopra e sotto il palco, che hanno creato il fenomeno Olly. Che non è un fenomeno musicale, ma sociale, collettivo, culturale, di massa. Non è un concerto, è una condivisione. E’ un abbraccio collettivo. Ed è lui che prima lo ha creato, e poi lo ha cercato. E si è formata anche un’altra abitudine: ai concerti di Olly si va da soli, perché poi gli amici si fanno lì, in mezzo al prato, saltando e urlando a squarciagola. In cerchio. E poi alla fine tutti stesi per terra mentre lui canta, anche se da lì non lo vedi più. Perché è ciò che senti non ciò che vedi. Ciò che provi, non ciò che fa. E non è una cosa che capita a tutti i concerti. Ragazze che attraversano l’Italia per la prima volta per andare a un concerto da sole. Ma poi una volta lì si scatenano con degli sconosciuti, con cui diventeranno amici e organizzeranno insieme le prossime tappe. E neanche questo Olly si aspettava, ma ora che sa che c’è, lo spinge. “Voglio che fate casino”, ha scritto prima dell’ultimo concerto. A Genova. Tutti a casa! Ma ci arriviamo. Velocemente ma senza saltare tappe. Perché questa è una storia identitaria, ma non generazionale.
Il primo tour dicevamo era nei club: “Lo rifarò, lo rifaremo”. E questo è un altro tassello: la riproduzione, anche grafica, dei titoli. E delle copertine. Con le date già fissate sold out prima del festival. E l’album: “Tutta vita”. Un’esortazione. Il tatuaggio dei fans. Perchè è una frase ricorrente nelle canzoni di Olly, non solo in finale di Balorda Nostalgia, quella con cui ha vinto Sanremo. Ma anche il suo cin cin con l’amaro Montenegro sul palco: “Tutta vita a noi, tutta vita a voi, tutta vita sempre”, che è il brindisi do Olly alla vita, ma anche il suo modo di viversela, e con cui vuole la viva “la sua gente”. È l’invito a viversela fino in fondo, non solo l’attimo fuggente ma soprattutto come si vuole. La libertà, il principio fondamentale in tutto il mood di Olly. Nel pensiero, nelle canzoni, nei gesti, sul palco. Con quel fare spontaneo e genuino che ti sembra di chiacchierare al bar con un amico che ti racconta la sua vita con un amaro davanti. Con eccessi sfrenati, come lo abbiamo conosciuto, e come ci ha insegnato. Con l’allucinazione collettiva. “Depresso fortunato” è proprio la canzone balcanica su cui ballare e fare bisboccia, nata proprio da una cena con gli amici di tutta vita e senza paura di alzare troppo il gomito. Olly chiede a tutti di fare un disastro e, come sempre, viene accontentato da tutto il Marassi. Che in quel momento non lo guarda più, e pensa a scatenarsi unendo la folla in cerchio. Mentre lui versa e beve Montenegro sul tavolo. Che non è product placement, ma ciò che lui beveva con i suoi amici, diventato poi simbolo per “la sua gente”. E infatti poi nel tour l’ha sostituito con l’amaro tipico di ogni città in cui faceva tappa: il San Simone a Torino, Braulio a Milano, il Vaca Mora a Jesolo, il San Marzano Borsci a Bari. Rinforzando il legame. E poi però è finito in detox. Dalle serate in allegria a fare bisboccia con Juli, il capitano e tutta la cruw, a smaltire tutto in acqua minerale. Ovviamente cosa che anche questa Olly non può fare da solo, ma con la banda. Inutile nascondere che Olly sia dimagrito durante quest’anno, è evidente il cambio fisico dai club ai palazzetti. E non può neppure essere un tabù, per chi come lui l’ha vissuta come una sofferenza da bambino quando si vergognava persino di andare al mare, e ora ha un fisico che è protagonista della live, e del successo. E non serve mettere in mezzo, come è stato fatto, il manager. È una questione di salute, e di scena. Olly durante il concerto all’ippodromo l’anno scorso non stava bene. Gli è salita la recidiva di quell’ernia che qualche anno fa gli ha fatto smettere di giocare a rugby.
Gli faceva malissimo, e si vedeva che soffriva, e per stare sul palco si imbottiva di Toradol. A una certo punto il capitano (parleremo anche di lui) lo afferrò con le mani da sotto il tavolo, per non farlo saltare troppo ed evitargli di farsi male. Il giorno dopo mise il busto. E’ chiaro che in queste condizioni perdere peso era necessario. Anche se a chi scrive un po' dispiace, avendolo preferito quando era più “manzo” (un po' come le mucche della copertina). Da lì ha ricominciato fortemente ad allenarsi in palestra, cibi sani, e ha eliminato alcolici. Anche sul palco, dove tra un pezzo e l’altro beve, e lancia, solo bicchieri d’acqua.“Io ho smesso, ma mi sono dimenticato che i miei amici no” dice al Marassi quando arriva il pezzo sul tavolo, versando l’amaro solo a July. “Vale anche per le sigarette: io voglio smettere, ma se non lo fa pure Juli come faccio quando siamo in sala?”. Ma in tutto questo non vuole insegnare nulla, “io me la vivo cosi”. La sua canzone cult, scritta appunto dopo le critiche di Sanremo. Tutti gli dicevano che aveva vinto perché raccomandato (sono un raccomandato, quello sempre ubriaco, io me la vivo così) perché spinto da Marta Donà, la sua manager, che già aveva portato a casa le vittorie di Maneskin, Mengoni e Angelina Mango. Addirittura il tapiro da Striscia. Poi la storia del tavolo lasciato sporco al ristorante. Questo è Olly, un ragazzo normale di 23 anni che fa casino nei locali con gli amici. Come fanno tutti i ragazzi normali della sua età. “Però in tour non fumo e non bevo, il contesto mi responsabilizza”. Che più fastidio vi dò, più voglio starmene qui, io me la vivo cosi. Dopo quella canzone ogni critica non fa più lo stesso effetto. Per lui artista, per i ragazzi di oggi, e per chi lo ascolta. Sa che ci sono tanti adulti che lo cantano a squarciagola, “ma io vorrei che non dimenticassero che chi ancora non lo è va fatto vivere”. Tutto qui è fuori misura. E nessuno vuole essere moderato. Ma con quella scompostezza che solo gli educati sanno avere. Non c’è droga, c’è adrenalina. Non c’è alcol, c’è dopamina.
Tra i vip sempre presenti Federica Nargi col marito. E anche qui non si sono risparmiati i commenti. Ma non è un brand. E’ proprio così. Dopo il “tutta vita tour” nei palazzetti è arrivato, con il solito font rosso, "la grande festa”. La festa finale per tutti, unica data all’aperto: ippodromo Milano 4 settembre 2025. Un azzardo, ma necessario per tutti quelli che erano rimasti fuori. Ciò che è successo per Ico nel tour 2025 non era mai accaduto prima. Essendo biglietti dal costo abbastanza contenuto (rispetto alle cifre degli ultimi tempi) sulle 50 euro, e un pubblico giovane spesso al primo concerto, con date tutte sold out da prima di Sanremo, centinaia di persone sono state truffate. Dato che i biglietti ormai si comprano un anno prima, spesso poi sotto data molti se li rivendono. Anche a prezzi maggiorati. E fino a 50 euro un ragazzo che è rimasto fuori è disposto a spenderli pur sapendo che c’è il rischio che rimanga fiori. Cosi è stato per tantissimi fan, nonostante Olly scrivesse sempre di stare attenti alle truffe e rivolgersi solo ai canali ufficiali. Anche questo inconveniente però si è trasformato in un’occasione di aggregazione. I ragazzi truffati fuori ai palazzetti rimanevano tutti insieme a cantare le canzoni che arrivavano da dentro, e anche quei tiktok sono diventati virali contribuendo ad aumentare l’hype di Olly.
Che a quel punto regala un’opportunità per tutti: il grande finale all’ippodromo di Milano. Risultato? 34 mila biglietti polverizzati in mezz’ora. A quel punto la seconda data. Sold out. L’ippodromo però è il posto peggiore d’Italia per i concerti (chiedere a Cremonini) e quella sera di settembre viene giù il diluvio. Cosi 35 mila persone finiscono a ballare nel fango. Compresa Belen, sottopalco. Da lì la notte passata insieme, svelata dalla show girl. Ma quella è la sera del grande annuncio: “Genova 2026. Un solo stadio. Non ne farò altri. Promesso”. Cosi è stato. Solo che ne ha fatti 3. Tutti a Genova.
E poi altre due date all’aperto, che però non potevano essere stadi, perché l’aveva promesso, e quindi Roma ippodromo Capannelle, e la reggia di Caserta, perché qualcosa al sud ci vuole. Ma i fan sono tutti a Genova. 90 mila. In tre sere. Tutti a casa! Un’esortazione. Sempre con il solito font rosso. Un altro pezzo dello storytime. Chi ha pensato le tre date a Genova è un genio. La settimana santa di Olly. Come un festival, ma tutto suo. Chi è venuto da tutto il resto d’Italia (ed estero) non si è fatto una data, se ne è fatte tre. Con il venerdì libero in mezzo. Le prime due in super pit, per toccarlo e fargli belle foto. L’ultima in gold, per scatenarsi. I genovesi sugli spalti, a fare le coreografie. Con i cori della Samp. E la bandiera di Genova. In questa città sono malati per la propria bandiera, una delle poche città in Italia ad averne una tutta sua. E la mettono ovunque, dai palazzi ai balconi. Ed è stato bellissimo l’ultima sera vedere tutta la curva sud diventare una bandiera bianca con la croce rossa, grazie alla fan action organizzata da tre ragazze che ne hanno coinvolte migliaia.
Il concerto a Genova non è stato un’esibizione, ma un rito collettivo. Che cominciava, e finiva, prima e dopo il live. Dentro e fuori. Arrivavi in città e ovunque trovavi gente con le scritte di Olly sulle magliette. E poi tutti a Boccadasse stesi al sole a intonare i suoi pezzi. Nessuno che si conosce ma tutti che sono amici. Nei giorni precedenti si era creato un casino per il super pit. Chi compra il biglietto in prato gold sa che starà avanti. Ma poi viene superato da un nuovo settore, ancora più avanti: duecento euro, con due drink e un gadget. Tutto però dipende da come vengono organizzati. In questo caso, chi parla, può dire di essere stata meglio la terza sera nel gold da cento euro, che le prime nel superpit al doppio. Questo perché a spendere duecento euro per il superpit sono i fan più accaniti. E se spendi quella cifra almeno vuoi stare in transenna. Quindi mentre prima chi prendeva il gold poteva arrivare all’ultimo minuto tanto stava avanti, ora per i super pit si fanno le notti in tenda per stare in transenna. Due, per Olly. Ma la comitiva, e il concerto, inizia da lì. Nella fila fuori. Anche quella diventa un’esperienza da vivere, condivisa, che non dimenticherai più. Di supeript però per Olly ne hanno venduti molti, quindi chi non stava in transenna era confinato in una lingua e stretta ai bordi della passerella centrale, e schiacciato. Mentre in gold con un pò di esperienza si arrivava facilmente in transenna larghi e comodi, con la possibilità, come faceva Alberto, di andare a prendere da bere e ballare dietro con la crew.
È arrivato il momento di parlare di lui, il capitano. Olly lo chiama così. Suo amico storico, genovese, ormai parte della band anche se è l unico che non suona. Ma è il più casinista della compagnia. Lui è sempre sotto palco, balla, canta, urla, agita il pubblico in transenna. Prende i bambini e li fa ballare, prende i cartelli delle fan e li mostra a Olly. Da essere il gancio che ti fa conoscere il cantante, è diventato quello con cui farsi le foto cult quando con Olly non ce la fai. Sale sul palco solo al momento del tavolo, per scatenare tutti. Però nella prima di Genova lo abbiamo ripreso al momento dei fuochi d’artificio finali, che ha voluto vivere stranamente da solo. In un momento intimo, riflessivo, solitario, appoggiato alla transenna, respirando piano, chiudendo gli occhi e aprendoli in alto al momento dello sparo in cielo. Come se in quel momento finalmente stesse realizzando “ce l’abbiamo fatta raga”. Mentre Olly quel momento l’ha superato una mezz’oretta prima, prima del duetto acustico con July. Quando si sono guardati, senza parlare, e si sono sorrisi.
E ora parliamo di July. Il produttore, e amico inseparabile. “I pezzi non sono solo miei, sono di entrambi”, dice il cantante che lo cita, saluta ed esalta a ogni occasione con entusiasmo e gratitudine. “Un applauso a Juli” ormai è la sigla. Una presenza costante che abbiamo imparato a conoscere, stimare, e amare. Anche con il suo album da solista, o meglio con altri dieci cantanti (Bresh, Emma, Biagio antonacci, Fulminacci,.. ). Da cui è venuta fuori Cantilene, l’unico nuovo bravo del concerto di Olly rispetto al tour invernale. Questa forse è l’unica nota un pò stonata di Genova. Una scaletta sostanzialmente identica a quella dei palazzetti, ma ogni pezzo qui ha un significato diverso. E l’assenza di ospiti, che nel tour ogni tanto aveva (Emma, Piero Tredici, e il ritorno di Nigiotti). Ci saremmo aspettati almeno Bresh, ma era una cosa sua e forse voleva stare solo. Però è arrivato Luigi Tenco, la novità. Olly ha reinterpretato Mi sono innamorato di te, un brano che non tutti i ragazzi al Marassi conoscevano. Da genovese a genovese, profondo, introspettivo, intenso. Interrompendo l’ondata rock con una performance lenta ma altrettanto forte. Questo è Olly. E poi il suo classico finale con il mesh del Pescatore di De Andrè. Che a Genova si respira ovunque. E l’ha respirato Olly. Che viene da una famiglia borghese, papà avvocato mamma giudice. Che frequentava la scuola di rugby, non i quartieri. Che ha studiato al conservatorio, poi un anno a Londra, poi si è laureato in fretta in Marketing a Milano. Che ascoltava musica classica in macchina nei viaggi di famiglia, ma poi il padre gli regalò un ipod col rap. Che lo voleva giurista, ma che lo ha lasciato libero. Che è rimasto a Milano per fare musica, ma si sente che viene da Genova. Dove “la scrittura è malleabile, fuori dalle forme, ispirata alla città, a quello che si vede, alle cose più normali. Invece di parlare dell’amore perfetto e idilliaco si parlava delle prostitute. E questo secondo me è l’esempio più grande della potenza della penna genovese che, al di là del tema che tratta, lo tratta con verità e trasparenza”. E Olly ha questa cosa qui: la genuinità. Come il pesto che non si sa perché pure con la stessa ricetta solo a Genova è buono così. Non è un rapper, è un cantautore. Hai tatuaggi ma sono un dalmata e una lumaca. Figlio della scuola del cantautorato genovese storico di Gino Paoli, Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, che nella sua cultura musicale e poetica ci sono tutte. E si sentono, nei testi nei suoni, nelle melodie. Per lui scrivere viene prima di cantare, perché viene dal rap. Ma ha la r moscia, e non fa parte della Drilliguria. Pero sa cantare. Anche senza auto tunes come nei live. Ma alla scuola di Genova aggiunge la lingua dei ragazzi di oggi, e non è solo “raga”. Ma anche quella moderna, e non può essere un caso se le esperienze più interessanti di questi anni vengono da Genova: Bresh, Tedua, Alfa, Sayf. E non c’entra Silvia Salis, ma sotto sotto un sindaco c’entra sempre. Come in questo concerto. Non solo per la foto di rito con Olly in camerino, e il selfie in tribuna autorità. Perché questo concerto è stato fortemente voluto da Olly, a Genova. Che voleva tornare a casa, anzi, “tutti a casa!”. Ma come si fa? C’è solo il Luigi Ferraris, anzi, il Marassi, come si chiamava un tempo. Dove però non si fanno concerti. Da 22 anni. E l’ultimo, manco a dirlo era stato Vasco.
“I miei coetanei non hanno mai visto un concerto in questo stadio”, aveva detto Olly, che al massimo nella vita aspirava a farlo al Carlini, lo stadio del rugby. Il motivo non era di spazi, ma strutturale. Il Ferraris ha gli ingressi bassi, e l’attrezzatura per il palco non entra. Per questo per ventidue anni non si sono fatti concerti. Finché non è arrivato qualcuno che è stato in grado di farlo. Non Olly. Ma Alessandro Orlando, genovese organizzatore di eventi. Insieme alla Magellano. E da qui è nata la polemica sulla concertopoli della Salis. La società di Alessandro Orlando, la Rst events, è quella a cui il Comune di Genova aveva assegnato con un affidamento diretto l’organizzazione del concerto di capodanno, con i Pinguini tattici nucleari. Procedura giudicata irregolare dal Tar della Liguria, che ne ha disposto la ripetizione, poi il Comune ha ottenuto dal Consiglio di Stato la sospensione della sentenza, in attesa della decisione nel merito prevista nei prossimi mesi. Nell’ordinanza i giudici amministrativi avrebbero richiamato l’impegno assunto dall’amministrazione a non procedere nel frattempo con affidamenti diretti di servizi analoghi. Però, inutile negare, da Olly c’era. E l’evento è riuscito alla perfezione, superando tutte le difficoltà logistiche. E diventando per la città, oggettivamente, un enorme momento di turismo, economia, e visibilità. E Genova ha saputo rispondere alla grande, perché è stupenda. Oltre hotel, lidi, ristoranti, tutti sold out, c’è chi la sera è andato a vedere la Boheme al Carlo Felice, chi a ballare al porto, chi a riversarsi tra i carrugi. 90 mila persone, di cui più della metà da fuori città. Un successo clamoroso per Olly, e per la città. Invece il centrodestra ha presentato una interrogazione per sapere quanto avesse incassato il Comune per l’affitto dello stadio, ricordando che Genova e Sampdoria pagano 58 mila euro a partita. Il giornale La Verità per giorni ha insinuato il sospetto che fosse dato gratis. Finché Slilvia Salis, dopo l’ultima data, ha risposto con uno dei suoi reel: “Una notizia completamente falsa. Nei giorni scorsi c’è chi ha provato a buttare fango sul successo di grande evento, molto importante per Genova, il ritorno, dopo 22 anni, di un concerto nel nostro stadio Luigi Ferraris. Non c’è stata nessuna concessione gratuita da parte del Comune. Nessun costo occulto. L’affitto dello stadio è stato un accordo strettamente privato tra gli organizzatori dell’evento e chi gestisce lo stadio, cioè la società formata da Genoa e Sampdoria. E vi dirò di più: chi ha organizzato il concerto si farà carico del rifacimento del prato”.
Olly mette like. Ha spaccato, a casa sua, e lo sa. Il palco è lungo cinquanta metri, con dieci metri di passerella centrale, e lui se lo prende tutto. Facendo il granchio da una parte all’altra. Genovaaa! Urla dall’inizio alla fine, tra un pezzo e l’altro. Dopo aver fidelizzato i suoi, da qui può prendersi tutto. “Il campione si vede qua… a casa nostra” cita lo striscione gigante della terza sera, a sostituire l’iniziale “ma te lo immagini se”. Non è il concerto in uno stadio, è un coro da stadio in curva. E infatti all’uscita tutti quelli con le maglie della Samp si radunano al centro della Sud, e partono i cori contro il Genoa. Ci sta. Mentre la scuderia di Sony si gode i dati di un’annata da mezzo milione di spettatori che ha ridefinito la geografia del pop italiano. La sua musica è baldoria ma anche dolore, è chiaro e scuro, forza e malessere. È voglia di scatenarsi e allo stesso tempo bisogno di riflettere. Non è il romanticismo di Ultimo, ma neanche la crudeltà di Geolier. E’ tutto insieme. Oggettivamente il più affine è Vasco, tutto riporta a lui. Anche la canzone che avrebbe voluto scrivere: Vita spericolata. Anche se Olly a soli 25 anni già non ce l’ha più. Era partito che voleva una Ollylandia dove le sigarette costassero meno, e si scopasse di più. Dopo soli due anni vuole smettere di fumare e vuole innamorarsi. Fa finta di essere arrogante per proteggersi. Fa finta di essere un duro, per non arrivare secondo. Di Vasco ha anche la postura. Bacino in avanti, spalle in dietro. E il rock romantico. Sul palco corre lateralmente a passo di granchio. E’ pazzesco. Un metro e 95 di muscoli e testosterone. Mima amplessi, fa le smorfie, sculetta come una bad girl, calcia il vuoto, dice parolacce, si scusa perché dimentica le parole, non ha paura di farsi male. Lo avevamo già scritto: è il ritorno del maschio etero. Che vuole fottere. In una scena musicale fino a qualche anno fa dominata dalla cancel culture, dal politicamente corretto e (si può dire?) dalla lobby gay. Senza la volgarità del trap. Rendendo gli eccessi pop. Anche se a Genova questi ormoni si sono un po' dispersi. Forse sapendo di allargarsi a un pubblico generalista (o sapendo che c’era il sindaco progressista a guardarlo dall’alto) ha voluto evitare polemiche sterili. Da chi non lo conosce. E invece qui crediamo che fregarsene sia il solo modo per liberarcene definitivamente. E non vogliamo neppure sia un’opera di maturità. Perché è vero che Olly è maturato molto su quel palco, e tutto sembra tranne che un ragazzo di 25 anni. Ma quella è la sua età e speriamo riesca a viversela e trasmettercela per quella che è. Del resto Cosi Cosi l’ha scritta per questo. E a noi ci piace per questo.
Come le magliette che mandiamo sold out al merchandising, con le scritte “che più mi dite di no più voglio fare di si”, le mucche che si inchiappettano, o la sua linguaggia “tutti a casa”. E poi in linea col personaggio gli accendini e il grinder per macinare l’erba. E quelle che indossa lui sul palco: “I’m a star”; “Fuck Olly” con la fellatio delle solite mucche, e la terza "Local Celeb”. Ora fa Roma e Caserta, poi un anno lontano dai palchi (ci crediamo?) ed è chiaro che è il momento di tirare fuori un nuovo album, dopo aver consumato per due anni Tutta Vita. Dopo L’ippodromo uscì una nuova versione di quell’album con 8 nuovi inediti. Ora è in preorder il live di Genova. Ma lui dice che scriverà solo se ne avrà voglia: “E’ la prima volta dopo tanto tempo che posso riavvicinarmi al mio decadentismo per un anno. Ogni anno vivo un sogno più grande di quello dell’anno precedente. Non sto calcolando niente, sto solo vivendo, sto solo scrivendo quando voglio scrivere. Al momento nei miei piani c'è spaccare stasera, andare in Sardegna con i miei amici a fine luglio, staccare un pochino, possibilmente innamorarmi. Spaccherebbe, no? Quelle cose che nell'ultimo anno sono state un pochino più difficili.”. E’ tutto Così Così, è Tutta vita!

