Il gusto dell’eccesso dei Muse

“The Wow! Signal”, decimo album della band inglese, usa il cosmo per parlare di solitudine e identità. Tra distopia e tecnologia, il rapporto tra individuo e sistemi più grandi di lui. Dal vivo il 20 e 21 novembre a Milano

26 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 15:04
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“Don't waste your time or time will waste you”. Non sprecare il tuo tempo o il tempo sprecherà te. I Muse lo cantavano in “Knights of Cydonia” nel 2006, quando il rock pretendeva ancora di dire qualcosa sul destino del mondo. Oggi, mentre gran parte della musica si è ripiegata sull’Io, Matthew Bellamy, Chris Wolstenholme e Dominic Howard continuano ostinatamente a guardare altrove.
Fin dagli esordi, i Muse hanno costruito dischi più vicini a una narrazione continua che a una semplice raccolta di brani. Ed è questa anche la chiave di lettura del loro decimo album in studio “The Wow! Signal”, uscito oggi. Il titolo rimanda al misterioso segnale radio captato nel 1977 dall’Ohio State University, uno dei grandi enigmi dell’astronomia contemporanea. Fermarsi all’estetica fantascientifica, ai riferimenti astronomici o alla teoria della Foresta Oscura – resa popolare dalla trilogia “Il problema dei tre corpi” di Liu Cixin e basata sull’idea che ogni civiltà intelligente dell’universo sia costretta a nascondersi per sopravvivere – sarebbe però riduttivo. Per la prima volta in modo così esplicito, Bellamy usa il cosmo per raccontare un’assenza. “Cerchiamo l’amore per non sentirci soli e come specie cerchiamo di non essere soli nell’universo”, ha spiegato il cantante in una recente intervista a Rolling Stone.
Per molti anni i Muse sono stati etichettati come una band ossessionata da complotti, rivoluzioni, dittature tecnologiche e scenari apocalittici. Dai governi autoritari di “The Resistance” alle derive belliche di “Drones”, fino al controllo delle masse e alle intelligenze artificiali fuori controllo di “Simulation Theory” e “Will of the People”, il loro immaginario ha sempre ruotato attorno a sistemi più grandi: forze che schiacciano, sorvegliano o trascinano tutto verso il collasso. Eppure nei Muse il linguaggio del controllo e della distopia è anche un modo per parlare di altro: perdita di equilibrio, paura di sparire, solitudine. Ed è per questo che “The Wow! Signal”, pur muovendosi nello stesso registro, finisce per essere letto come un disco sorprendentemente personale. È il riflesso della separazione fra Bellamy e la moglie Elle Evans, arrivata nel 2025 dopo una relazione lunga più di dieci anni e la nascita di due figli. Alcuni brani ruotano attorno alla fine di un legame, ma senza mai diventare un diario personale. “Cryogen” immagina un amore congelato nel tempo, sospeso tra resistenza e fine; “Space Debris” trasforma una relazione in frammenti che continuano a orbitare senza attrito; “Shimmering Scars” è una ballata al pianoforte su ciò che si allontana verso le stelle e si perde nel buio.
Negli ultimi anni il pop e il rock hanno spesso trasformato l’autobiografia nel loro linguaggio dominante – da Taylor Swift a Olivia Rodrigo fino a Billie Eilish – mentre i Muse continuano a fare l’opposto: espandere i sentimenti invece di ridurli. Il trio attraversa registri diversi senza preoccuparsi troppo della coerenza. Tra il progressive rock di “The Dark Forest”, il metal moderno di “Unravelling”, il funk sintetico di “Nightshift Superstar”, le tensioni più dure di “The Sickness in You & I”, lo space rock rarefatto di “Cryogen” e “Space Debris”, fino alle ballate come “Be With You” e “Shimmering Scars”. Inoltre “The Wow! Signal” è anche il primo disco dai tempi di “Absolution” (2003) in cui il batterista Dominic Howard e il bassista Chris Wolstenholme tornano ad avere un ruolo reale nella scrittura insieme a Matthew Bellamy e al produttore Dan Lancaster. I Muse porteranno i nuovi brani dal vivo in Italia con due date all’Unipol Dome di Milano, il 20 e 21 novembre 2026, a tre anni dalle ultime date negli stadi di Roma e Milano e a dieci anni dall’ultimo passaggio nelle arene indoor italiane.
Il gruppo di Teignmouth, però, continua a portarsi dietro il suo limite storico: non ha mai conosciuto la misura. Ogni idea è portata al limite, ogni ritornello cerca lo stadio, ogni riff punta al massimo impatto possibile. È il motivo per cui dividono da oltre vent’anni ma anche quello per cui continuano a esistere. Nell’epoca dell’algoritmo, delle playlist settimanali e delle canzoni costruite per fare da colonna sonora ai reel, i Muse continuano a credere che un disco debba essere un’esperienza completa, qualcosa cioè che chieda all’ascoltatore di entrare dentro un mondo, non solo di passare oltre.
Forse è per questo che, nel 2026, appaiono fuori tempo ma non per questo irrilevanti. I Muse continuano a fare quello che hanno sempre fatto, cioè costruire mondi. E dietro l’enfasi di Matthew Bellamy, spesso scambiata per pomposità o eccesso, c’è un’idea rimasta intatta: quella che per raccontare un sentimento umano non basti una stanza, ma serva lo spazio intero.