La religione laica di Ultimo

La canzone come confessione, l’amore per un pubblico fedelissimo, l’unicità della normalità. Sette anni dopo la consacrazione, a Tor Vergata va in scena il concerto che è anche un grande rito collettivo

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Ultimo a Roma nel 2025 (Foto Getty)

Nel caso di Ultimo e del suo mega-concerto romano la sera di sabato, tutto ha marciato nel modo giusto, cristallizzando una convergenza di vibrazioni positive che hanno trasformato l’evento in un caso di consenso eucaristico attorno a un personaggio-concetto: il trentenne Niccolò Moriconi, con tutto ciò che contiene e rappresenta e tutti i riferimenti che possono essere attivati nell’occasione, sia pure “da remoto”, guardando da lontano, mantenendosi prudentemente estranei – come fanno per esempio le plaudenti voci istituzionali, le benigne benedizioni critiche, le varie celebrazioni di nostalgie e di merchandising nazionale & popolare. Il 4 luglio 2026, sulla Spianata dell’Università di Tor Vergata, 250 mila persone si radunano prima di tutto per “essere parte”, e poi anche per assistere a una rappresentazione che va oltre il set musicale. Si percepisce forte, dalle voci in tv, dalle emozioni, dalla mobilitazione fisica e psicologica dei convenuti, che “La Favola per Sempre” – biglietti esauriti in tre ore, palco da 140 metri, torri audio e video alte come palazzi, una firma luminosa sospesa a sessanta metri da terra – costituisce l’acme del percorso iniziato dieci anni fa da un ragazzo di periferia che, con una notevole intuizione, ha scelto quel provocatorio nome d’arte “a togliere”, attorno al quale si è materializzato – in un impressionante momento di stagnante stanchezza creativa – uno dei fenomeni più singolari da analizzare nella musica italiana di oggi, senza cadere nella tifoseria o nello snobismo. Perché non serve scomodare i sapienti per comprendere che a Ultimo bisogna guardare prima come a un sintomo trasversale, che come a un onesto cantante. Il sintomo di cosa, è la domanda da porsi mentre fuori dai cancelli i fan più devoti dormono accampati da dieci giorni, sfidando la canicola pur di guadagnare un metro più vicino a quel palco.
La stessa scelta della data non è casuale, primo indizio di come sia organizzato il sistema simbolico di Ultimo: il 4 luglio coincide col 4 luglio 2019, giorno del suo primo concerto allo Stadio Olimpico, quello che lanciò il tour che lo consacrò negli stadi a soli ventitré anni. Sette anni dopo, la stessa data è il giorno del “raduno degli Ultimi” – non a caso annunciato, in un crescendo di ruspante grandeur, un anno prima proprio dal palco dell’Olimpico, durante il suo decimo concerto (!) nello stadio della Capitale. In questa insistenza sulla cronologia personale trasformata in liturgia collettiva, c’è un’intenzione che va oltre il marketing: è l’edificazione di un calendario affettivo condiviso, in cui le tappe della carriera dell’artista s’intrecciano e costellano le tappe biografiche del suo pubblico. Il nuovo album che innerva e corre parallelo all’evento, “Il giorno che aspettavo”, è costruito esplicitamente proprio su questa sovrapposizione: lo stesso Ultimo racconta che ogni brano del disco è ispirato a uno dei tatuaggi con cui si è disegnato, in un percorso-memento tra corpo, memoria e canzone, autentico cortocircuito del suo intero immaginario. Perché l’aggettivo attiguo a quell’“ultimo” a cui Niccolò si è voluto consacrare, è sicuramente “unico”: ultimo, ma comunque unico, rivendicazione di un orgoglio tenace, resistente, consapevole – tutto è difficile, ma sono qua per restare, per lottare, per cercare il mio posto – che costituisce il cuore della descrizione dell’artista verso il suo pubblico, e certamente il motivo decisivo del grandioso e generoso fiotto d’amore che lo investe.
A salire sul palco con lui, unico ospite annunciato, ci sarà il veterano Fabrizio Moro: non certo un featuring strategico (la fila davanti al suo camerino doveva essere lunghissima, al momento della scelta), ma la messa in scena pubblica di una genealogia. Lo stesso Moro, in diverse interviste nei giorni precedenti l’evento, ha rievocato il primo incontro con un Ultimo adolescente e timido, che gli chiedeva pareri sulle sue canzoni e consigli su come trovare uno spiraglio, vera chimera per il ragazzino come lui venuto su tra i casermoni d’un quartiere complicato come San Basilio. E’ un passaggio di consegne messo in scena con la stessa cura teatrale con cui Venditti, decenni fa, incoronava i cantautori romani che sentiva più vicini alla propria lezione. Non è un caso: è proprio in quella linea di sangue artistica – Venditti, Moro, Ultimo – che si delinea il fenomeno in questione, la profondità delle sue radici romane e romaniste, l’appartenenza a una normalità nella moltitudine che non s’accontenta e invoca il suo spazio e, appunto, la propria unicità, anche a costo di essere l’ultimo.
Del resto la scrittura musicale di Ultimo, sotto lo strato di arrangiamenti opportunamente coinvolgenti e i ritornelli accessibili, ideali per la cantata collettiva, contiene un’ossatura melodica e drammaturgica che risuona profondamente con quella di Venditti. Più che i temi e le occasioni, è proprio la postura dell’artista a coincidere: la canzone come confessione, il “tu” rivolto a un amore privato che s’espande con fluidità a una collettività che in quello stesso “tu” si riconosce, il romanticismo consolatorio ed enfatico che non teme di sfiorare il patetismo e d’inscenare la debolezza, perché le considera prove della propria sincerità, del proprio dominante fattore umano, senza piani, senza tattiche. E’ quell’eccesso emotivo che Venditti ha sovente utilizzato come espressione della volontà di raccontarsi, di mettersi a nudo senza pudore, di offrirsi alla condivisione di un pubblico che non aspettava altro: qualcuno che dice e canta l’imperfezione, l’errore, la dipendenza, la speranza, ma soprattutto la verità del proprio vivere. Lo stesso Fabrizio Moro ha ereditato quella lezione: canzoni come testimonianze etiche, racconti di ferite sociali – povertà, mafia, la fatica di vivere onestamente – facendo proprio un linguaggio didascalico, mai ironico, scevro da metafore. Ultimo parte da lì, si appropria di quel piano del discorso e lo semplifica ulteriormente: il supremo romanticismo di Venditti, privato delle tentazioni citazioniste e dei cenni politici e l’afflato morale di Moro, costellato dagli episodi della sua esperienza individuale – l’amore che finisce, l’ansia, l’invisibilità, l’insicurezza. In Ultimo, ciò che in quei suoi modelli ancora conteneva d’istantanea sociale, si contrae nel racconto intimo, terapeutico, un io che si parla dentro. E’ un restringimento del campo: la canzone d’autore romana, che un tempo si misurava con la città e la storia, con Ultimo si richiude in cameretta – dove arrivano a fargli compagnia legioni di circa-coetanei che capiscono perfettamente di cosa stia parlando e perché si senta in quel modo strano.
Il personaggio pubblico di Ultimo nasce qui ed è un prodotto, difficile decidere se casuale e spontaneo, ma comunque geniale nella sua fragile imperfezione: la giovane figura priva di mediazioni. Che poi è l’artista appartato, che non cerca la benedizione della critica, non insegue il pubblico ed evita gli ormai abusati sistemi di comunicazione. Ultimo parla ai fan, a tratti sfida il mainstream, rivendica il rapporto esclusivo con chi lo ascolta. Quando ha incontrato trecento studenti dell’Università di Tor Vergata nel dialogo moderato da Paolo Crepet in coincidenza con l’uscita del nuovo disco, ha scelto di raccontare il concerto come una “visione” personale realizzata con le proprie forze – una descrizione del self-made man che ha costruito tutto da zero, contro lo scetticismo dei gatekeeper. Chi lo ama, lo segue, e fa cose straordinarie per lui, come raccontano le cronache di questi giorni, per stargli vicino, per vivere fino in fondo l’adesione alla sua visione del mondo come relazione personale. E’ lo stesso meccanismo che, ad esempio, ha reso possibile l’accesso alla prova generale del 2 luglio ai disabili: un insolito gesto di cura per la propria comunità, comunicato senza filtri istituzionali, che rafforza l’immagine di un artista che “pensa ai suoi” e che onora un patto di solidarietà.
Perché Ultimo esiste oltre le sue canzoni, oltre quei testi elementari, quel lessico ristretto, le immagini abusate, le strutture melodiche risapute. Certo, da un punto di vista critico è un prodotto minore nel panorama della canzone d’autore italiana. Ma questo è di nuovo un errore di prospettiva, perché la sua semplicità, quel sapore di normalità, sono tutte scelte coerenti con l’obiettivo: cantare canzoni da condividere senza soglia d’accesso, buone per ciascuna delle 250 mila persone ai piedi del suo palco, gridando slogan emotivi riutilizzabili, frasi nette che non richiedono interpretazione, ma adesione. E’ così che il fenomeno-Ultimo esplode nel vuoto grande della canzone popolare italiana, al di là e al di sopra delle identità volatili e iper-stilizzate. Ultimo incarna la permanenza emotiva, la fedeltà a un pubblico che cresce insieme a lui e che lui non tradisce mai. Una religione laica, coi suoi riti (le date-simbolo), le sue reliquie (i tatuaggi che diventano canzoni), i memorabili pellegrinaggi, con quelle tende, anacronistiche e commoventi, piantate nella desolata piana di Tor Vergata. Un’operazione esteticamente povera, ma sociologicamente sofisticata: perché promette e mantiene stabilità e sicurezza. Ultimo il giorno dopo sarà ancora al fianco di chi l’ha adorato in quella magica notte di luglio.