Musica
santo e martire •
Lo “Shoegaze” al centro dell’ultimo libro di Simon Reynolds
Nel suo ultimo lavoro il critico musicale britannico legge il desiderio di un altrove come sintomo della ritirata di una generazione durante l’ascesa delle politiche conservatrici, del pop patinato anni Ottanta, mentre Thatcher è già al passato, Reagan lascia spazio a Bush, Mtv impone la propria estetica levigata
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Foto Getty
Simon Reynolds, londinese, 63 anni, per coloro che hanno creduto nel senso di una critica musicale che andasse oltre il giudizio estetico, il gossip e le mode, e che tentasse la definizione culturale, la necessità e l’orizzonte di ciascun suono nuovo generato dal basso, ebbene, è praticamente un santo e un martire. Santo per la purezza e la nettezza delle sue intuizioni, sovente originali e sempre acute. Martire perché nel frattempo la critica, come l’editoria musicale, moriva di stenti, ma lui restava fermo, vigile e concentrato nel suo avamposto di osservazione, proseguendo la propria ricerca, in un instancabile volgere lo sguardo in avanti e all’indietro.
Ci sono critici che invecchiano ripetendo sé stessi, e altri, rari, che non si concedono la comodità della ripetizione. Reynolds appartiene alla seconda specie, e per questo l’uscita di Still in a Dream: Shoegaze, Slackers and the Reinvention of Rock, 1984-1994 (White Rabbit) non è un’operazione nostalgica, ma la nuova applicazione di un metodo che Reynolds ha messo a punto e non ha mai abbandonato. Il volume riprende il discorso dal suo testo più citato, Rip It Up and Start Again del 2005, che ha fissato un vocabolario critico per inoltrarsi nella comprensione della musica anglosassone di fine Novecento, con una prosa tattile, ossessionata dal timbro e dalla grana del suono. Reynolds però non tratta mai la musica come sfera autonoma, non la osserva soltanto snodarsi nel suo recinto estetico, ma neppure si concede sociologismi da manuale: la sua mediazione non passa dalla biografia degli artisti e delle band o dai testi delle canzoni, ma s’innesta piuttosto nelle forme e nelle motivazioni condivise. Il politico per lui risiede nelle scelte di produzione, ad esempio nella decisione “shoegaze” di seppellire la voce sotto un riverbero che la rende praticamente inintellegibile, quindi nel modo di veicolare un messaggio, prima ancora che nel messaggio stesso. Già nel suo Energy Flash (1998), migliore reference sulla rave culture, l’acid house non è la “colonna sonora del Regno Unito post Thatcher” ma piuttosto è il suono della fine della politica collettiva, la sua trasfigurazione chimica in edonismo di massa, risonante nella struttura ripetitiva del breakbeat. Allo stesso modo Retromania (2011) è in realtà una tesi di economia politica travestita da storia del pop: se la cultura non riesce ad andare avanti, la causa sta nel tardo capitalismo digitale, nell’archivio infinito, nel futuro che ha smarrito fascinazione. Reynolds (come Mark Fisher in terreni limitrofi) ne scrive un decennio buono prima che “nostalgia” diventi il luogo comune di ogni pezzo su Spotify, mantenendo vivo il discorso su “blissblog”, il suo blog attivo dai primi anni Duemila, che anticipa di vent’anni la forma-newsletter, senza bisogno di monetizzarla.
E’ qui che Still in a Dream diventa interessante. Perché il suono, anzi il mondo shoegaze – col suo muro di suono creato da chitarre distorte e feedback, le voci sognanti, le atmosfere eteree e soffuse di My Bloody Valentine, Slowdive, Ride, Lush, Jesus and Mary Chain e Cocteau Twins – è il caso limite della musica che si ritira, si rinchiude in se stessa, si nasconde dietro un muro musicale. Dei protagonisti dello showgaze si è spesso parlato come di prodotti di un intimismo apolitico, sedotti dalla fuga adolescenziale nel suono. Reynolds fa l’opposto: legge il desiderio di un altrove come sintomo della ritirata di una generazione durante l’ascesa delle politiche conservatrici, del pop patinato anni Ottanta, mentre Thatcher è già al passato, Reagan lascia spazio a Bush, Mtv impone la propria estetica levigata. Il ripiegamento dello showgaze diventa una forma di alienazione attiva, un rifiuto travestito da timidezza. Non apatia ma – secondo la formula che aleggia nel libro – un “ritirarsi con disgusto”. Reynolds analizza quel distacco come un fatto politico. La musica che si dichiara “mondo a parte” gli interessa perché quella dichiarazione di autonomia è una risposta cifrata a una situazione storica reale.
Tutto questo non nasce a tavolino. Reynolds si è formato nella temperie post-strutturalista della stampa musicale inglese fine anni Ottanta – la stessa scuola che ha prodotto Paul Morley. Inizia a Melody Maker nel 1986, proprio nel decennio che ora racconta, durante l’ultima stagione vivace della stampa musicale britannica prima che internet cambiasse tutto. Di Still In A Dream dice lui stesso, con una formula disarmante: è una lettera d’amore alla musica della sua giovinezza. Suona come premessa di un’operazione sentimentale, ma è lui stesso, a provvedere all’antidoto, rivendicando l’anti-nostalgia come principio costitutivo del progetto, tra incanto e decostruzione.
L’impulso a scrivere il libro, racconta Reynolds, è nato osservando suo figlio ascoltare vecchi album shoegaze e sentendosi interrogare dai suoi studenti al CalArts – dove ora insegna – ossessionati da un immaginario di cui non hanno vissuto un minuto. Ironia della sorte: a intervistarlo sul libro per “GQ” è stato proprio il suo promettente erede Kieran Reynolds, giornalista musicale a sua volta, in una conversazione goffa quanto basta per sembrare vera.